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Umberto II d'Italia

Umberto II di Savoia (Racconigi, 15 settembre 1904 – Ginevra, 18 marzo 1983) è stato Luogotenente Generale del Regno d'Italia dal 1944 al 1946 e re d'Italia, di Sardegna, di Cipro, di Gerusalemme e d'Armenia dal 9 maggio 1946 al 13 giugno dello stesso anno (per questo breve periodo di regno fu detto Re di maggio). Il suo nome completo è Umberto Nicola Tommaso Giovanni Maria, Principe di Piemonte.
1904-1913: l'infanzia borghese [modifica]
Umberto II era figlio di Vittorio Emanuele III (1869 - 1947) e Elena (1873 - 1952), aveva 4 sorelle: Iolanda (1901 - 1986), Mafalda (1902 - 1944), Giovanna (1907 - 2000) e Maria Francesca (1914 - 2001). Nasce nel Castello di Racconigi, alle 23:15 del 15 settembre 1904: alla nascita pesava 4 chili e 550[1]. Vittorio Emanuele III telegrafò immediatamente dopo nell'ordine alla Palazzina di Caccia di Stupinigi dover si trovava la madre, Margherita di Savoia: "Mamma, abbiamo avuto un figlio. Lo chiameremo Umberto", al sindaco di Roma e al presidente del Consiglio Giovanni Giolitti, comunicando che avrebbe devoluto un milione di lire alla Cassa Nazionale per la Vecchiaia degli operai. Quel giorno stesso la Camera del Lavoro di Milano aveva accolto la proposta di sciopero generale, il primo in Italia, che sarebbe durato altri cinque giorni.
A causa di questo l'avvenimento divenne di dominio pubblico in modo defilato, poiché il 16 solo il Corriere della Sera poté andare in stampa, e contrastato: a Milano gli scioperanti costrinsero il sindaco Barinetti a togliere la bandiera dal balcone del municipio[2] e Giolitti, già impegnato a Roma col governo nel varare misure atte a risanare la pace sociale e politica, impiegò alcuni giorni ad arrivare, in veste di notaio della Corona, a Racconigi, per stendere l'atto di nascita. Il bambino, battezzato la sera del 16 coi nomi di Umberto Nicola Tommaso Giovanni Maria[3], venne infine regolarmente il 20 con atto firmato dal presidente del Consiglio, controfirmato da Giuseppe Saracco presidente del Senato come ufficiale di stato civile e da Vittorio Emanuele III, presenti come testimoni Costantino Nigra e Giuseppe Bancheri, presidente della Camera.
Il 29 settembre veniva concesso con Regio Decreto (pubblicato il 18 ottobre) all'erede il tradizionale titolo nobiliare di principe di Piemonte: il re era più propenso a "principe di Roma", ma la regina Margherita lo convinse ad evitare un gesto che sarebbe stato recepito come ostile dal Vaticano, a cui bisognava chiedere il permesso per il battesimo ufficiale del bambino ancora da celebrare, gravante tutt'ora sui Savoia la scomunica inferta dopo la Breccia di Porta Pia. Infatti da tradizione per i principi, al fine di venire incontro ad ovvie richieste protocollari, si dava appena nati il battesimo con acqua e l'imposizione delle mani ed in un secondo tempo, organizzata la cerimonia e giunti dall'estero i membri delle altre case regnanti, si procedeva con gli esorcismi, il sale, l'olio, il cero e la veste candida. Il battesimo ufficiale si ebbe solo tre mesi dopo, il 4 novembre 1904, nella Cappella Paolina del Quirinale, i cui altari erano dal 1870 sconsacrati per volontà di Pio IX e fu celebrato con dispensa speciale da monsignor Giuseppe Beccaria: nessun membro dell'alto clero celebrava, ma la concessione per la prima volta del Quirinale per una cerimonia di Casa Savoia venne ugualmente considerata un gesto di distensione da parte di Pio X. Padrini furono Guglielmo II di Germania, rappresentato dal fratello Alberto di Prussia ed Edoardo VII del Regno Unito, rappresentato dal fratello duca di Connaught Arturo di Sassonia-Coburgo-Gotha; presenti esponenti di tutte le case reali europee, a partire da quelle più strettamente legate per vincoli familiari, quali Nicola I del Montenegro con la moglie Milena, Napoleone Vittorio Bonaparte figlio di Maria Clotilde di Savoia, il duca di Oporto figlio della regina di Portogallo Maria Pia.


Umberto piccolo corazziere (1907)
La nascita di Umberto sollevava i genitori dal timore che la dinastia si estinguesse, lasciando il trono al ramo collaterale dei Savoia-Aosta: se Umberto I aveva avuto un unico figlio maschio, Vittorio Emanuele III, suo fratello Amedeo ne aveva avuti quattro il primogenito dei quali, fino ad allora l'erede presuntivo al trono Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, secondo duca d'Aosta, era già padre di due figli, ed era diviso dal cugino sovrano da una non velata rivalità. Agli albori della civiltà della comunicazione di massa, il sovrano, alto poco più di un metro e cinquanta, né bello né affascinante e dedito ad una vita schiva e borghese (come molti gli rimproveravano), era oggettivamente sminuito nel confronto con i cugini Aosta, tutti alti, belli, muscolosi per la vita attiva e all'aria aperta che conducevano[4] e dalla brillante vita sociale[5]. Il Quirinale impiegò l'immagine del piccolo erede al trono, e le sue foto a tre anni vestito alla marinara o da piccolo corazziere, con la tenuta da boy-scout, assieme alle sorelle nel parco della villa di san Rossore vennero fatte pubblicare sulla rivista Illustrazione Italiana o come cartoline, rendendo Umberto il nuovo simbolo di Casa Savoia[6].


La regina Elena
Abitavano nella Palazzina della Fuga al Palazzo del Quirinale, alla fine della cosiddetta Manica Lunga, la regina ed i figli al primo piano, il re al secondo, mentre in estate soggiornavano prima a San Rossore e poi, dopo la chiusura estiva di Camera e Senato, a Racconigi, luogo cui il sovrano resterà sempre molto legato sia per la relativa libertà di cui godeva, sia per le «spedizioni e le corse nel parco. Le scoperte delle soffitte, dove si conservavano abiti e cimeli antichi»[7]. Nei suoi primi anni di vita l'educazione venne lasciata in mano alla madre, donna di gusti estremamente semplici e casalinghi, dolce e sensibile, verso la quale il figlio avrebbe sviluppato un legame profondo ed un affetto duraturo[8], che andava a compensare il rapporto distaccato col padre. Quanto Elena era una madre premurosa e protettiva, che cercava quanto più possibile di mitigare le asprezze del protocollo e della vita di corte[9], Vittorio Emanuele III era un uomo intelligente e colto, ma "caratterialmente arido, riservato, diffidente, che nell'introspezione nasconde un groviglio di frustrazioni per l'inferiorità fisica e per il peso di una formazione troppo severa"[10]. I problemi derivati dall'altezza, l'educazione di stampo militaresco impartitagli dal colonnello Egidio Osio, suo governatore nella prima giovinezza, gli avevano reso estremamente difficile relazionarsi con gli altri, compresi i figli e soprattutto Umberto, in cui vedeva prima di tutto un erede al trono da educare come tale: vigevano nelle relazione del padre verso il figlio "autorità, etichetta, rigore, un sostanziale distacco in cui si mescolano la naturale freddezza emotiva del sovrano e la volontà di imporre un modello regale di comportamento[11].
Nel 1911 la famiglia si trasferì dal Quirinale, considerata una reggia troppo sfarzosa, nella più raccolta Villa Ada, circondata da ampio parco che la rendeva quasi un doppione del paesaggio agreste di san Rossore. Nello stesso anno venne dichiarata guerra all'Impero ottomano per la sovranità sulla Libia ed Umberto con le sorelle iniziarono ad essere portati in visita dei feriti e dei mutilati alloggiati negli ospedali militari ed anche, per volontà della regina, in un'ala del Quirinale e della Reggia di Caserta.
1913-1925: apprendistato da re [modifica]
Il 13 novembre 1913 Vittorio Emanuele III conferì all'ammiraglio Attilio Bonaldi il compito di occuparsi dell'educazione del principe ereditario, seguendo quella tradizione educativa radicata in Casa Savoia, di cui lo stesso sovrano aveva pagato il prezzo divenendo un «uomo dal cuore freddo e dalla testa chiara»[12]. Bonaldi impartì al giovanissimo Umberto un'educazione eccessivamente rigida, che ebbe certamente delle conseguenze sulla personalità del futuro sovrano. E se Vittorio Emanuele III mantenne fino all'ultimo dei rapporti addirittura affettuosi con il suo precettore Osio, Umberto preferì prendere le distanze dal suo austero educatore, fino al punto da non recarsi alle sue esequie. Anni dopo Umberto avrebbe commentato così: «Io stesso credo di aver dato il segno di non aver gradito il peso, ma allora nella mia casa si usava così. A nessuno sarebbe mai passato per la mente di farmi diventare un buon uomo di scienza o o un esperto giurista. I Savoia erano re soldati e si preparavano fin da bambini a questo destino. Con mio padre avevo contatti normali nell'ambito di questa educazione»[13].
Nessuna scuola pubblica per l'erede, ma una decina di precettori coordinati da un militare: se un tipo di educazione simile poteva essere anche considerata accettabile nel 1880, dopo oltre trent'anni era del tutto anacronistica ed fuori dai mutamenti pedagogici e sociali nel frattempo occorsi:[14]. Obbediente e rispettoso, cresce in solitudine e si forma un carattere dominato dall'ossequio all'autorità e alla gerarchia fortemente dominato da un rigido autocontrollo[15]
Secondo la prassi per ogni principe ereditario, segue una rapida carriera militare divenendo generale dell'esercito. Dopo il 1925 Umberto si stabilisce a Palazzo Reale a Torino dove fino al matrimonio conduce una vita spensierata. Vive in una realtà sostanzialmente estranea dalla politica attiva, essendo relegato, per volontà dello stesso regime fascista, in una posizione marginale. Di formazione liberal-conservatrice e (contrariamente alla tradizione familiare) profondamente credente, Umberto non suscita particolari simpatie in Benito Mussolini, che diede disposizione sin dalla fine degli anni Venti di raccogliere un dossier relativo alla presunta omosessualità del principe, che vedeva coinvolti personaggi quali l'attore Jean Marais e diversi ufficiali suoi sottoposti e giovani amici, tra i quali figura anche Luchino Visconti.
Tuttavia, anche a causa dell'uso che ne fece Benito Mussolini per la propaganda della Repubblica di Salò, si pensa che le voci sulla presunta omosessualità di Umberto II furono il frutto di un'azione diffamatoria nei suoi confronti. Sull'altro versante, la sua amicizia con la cantante Milly è stata enfatizzata dalle voci popolari e, nel secondo dopoguerra, anche dalla cronaca rosa.
Il matrimonio [modifica]
L'8 gennaio 1930, nella cappella Paolina del Quirinale, si sposa con Maria José (1906 - 2001), principessa del Belgio. Umberto veste l'uniforme di colonnello di fanteria. Secondo la leggenda sarebbe un matrimonio d'amore, ma la storia sarà comunque contrastata a causa dei diversi interessi culturali, politici e sociali e soprattutto dal divario fra le due educazioni ricevute. Dopo la funzione gli sposi sono ricevuti da papa Pio XI, segnale di un progressivo disgelo fra l'Italia e il Vaticano.
1930-1931: il periodo torinese [modifica]


Umberto II di Savoia e Maria José del Belgio il giorno delle nozze.
Terminato il viaggio di nozze, i coniugi rientrarono a Torino il 2 febbraio, occupando gli appartamenti di Vittorio Emanuele II e della regina Maria Adelaide al Palazzo Reale di Torino.
Da sposato, il principe ereditario fu a lungo diviso tra impegni ufficiali e di rappresentanza, e tale periodo della sua vita fu reso complicato dalla non facile vita coniugale con Maria Josè. Tra i coniugi affiorarono infatti forti differenze caratteriali e culturali e, pur continuando a non aver nessun peso sulla scena politica e di corte, Umberto finì al centro di pettegolezzi ed indiscrezioni soprattutto in ambienti fascisti, tese a denigrarlo e a sminuirlo.
Pur avendo ambedue gli sposi mantenuto sempre uno strettissimo riserbo circa la loro vita privata, gli storici concordano su fondamentali differenze tra loro: Umberto era un uomo di carattere riservato ed introverso, cresciuto con una madre molto affettuosa ed un padre dai notevoli problemi a relazionarsi; Maria Josè era figlia di due genitori espansivi, interessati alla cultura contemporanea e molto informali, almeno nell'ambito famigliare. Umberto era religioso, amava il rispetto dell'etichetta, lo sfarzo regale e si trovava a suo agio con l'alta nobiltà, il clero, gli accademici; Maria Josè, fumatrice e bevitrice in un'epoca in cui ciò era ragione di scandalo, specie per una nobildonna, si mostrava disinteressata alla religione e alle occasioni mondane formali, preferendo una vita spartana e ritirata e compagnie intellettualmente stimolanti. Inoltre, è stato ipotizzato che ci fossero delle incomprensioni a livello sessuale, dovute forse alla freddezza dello sposo, non aiutata in questo dalla passività della sposa, naturale comunque in una giovane donna del periodo[16][17][18]


Un ritratto ufficiale.
L'ambiente di corte torinese era freddo, formale e da subito ostile alla principessa, chiamata negresse blonde per via dei capelli ispidi e ricci; lei, d'altra parte, mostrava il minimo di simpatia richiesta verso la nobiltà locale ed i suoi riti provinciali, che anni dopo sintetizzò con A Torino c'erano poche, o nessuna, cure intellettuali. [...] La nobiltà torinese [...] si rovinava in balli per il Principe. La società era divisa in due clan: quelli che erano per il vermouth non andavano dai produttori di Fiat, e viceversa. Persino la famiglia reale era divisa.[19]
Mentre Umberto continuava la sua vita da ufficiale, trascorrendo la mattinata e buona parte del pomeriggio in caserma, per tenersi impegnata la principessa seguì un corso di crocerossina ed organizzò concerti a Palazzo Reale, oltre a seguire attività caritatevoli, quando gli impegni ufficiali non ne richiedevano l'attenzione e la presenza.
Il primo impegno ufficiale di rilievo della giovane coppia furono le nozze di Giovanna di Savoia con re Boris III di Bulgaria, ad Assisi nell'ottobre del 1930. Poi, dal 3 al 24 maggio 1931, vi fu l'Ostensione della Sacra Sindone, la prima dal 1898, durante la quale Casa Savoia (allora proprietaria della reliquia) fu sempre presente: Umberto nel pomeriggio del 3, in rappresentanza del Re, con la moglie, la sorella Mafalda, e Bona di Savoia-Genova con il marito Conrad di Baviera e Lydia d'Arenberg, consegnò le chiavi dell'urna che la conteneva all'arcivescovo Maurilio Fossati e fornì gran parte dei 61 pezzi esposti nella mostra che accompagnò l'evento, come quadri ed oggetti liturgici. In segno di devozione, Maria Josè donò il proprio manto di nozze, da cui vennero ricavati otto pianete. Infine, nel luglio 1931, ci furono le esequie solenni di Emanuele Filiberto Duca d'Aosta.
A questi impegni, di carattere prettamente dinastico, se ne affiancavano di politici, nei quali il Regime richiedeva la presenza del futuro sovrano: gare di sci per la Coppa delle Federazioni Fasciste, l'inaugurazione della nuova Casa del Fascio di Torino, sfilate della Milizia, l'inaugurazione della Casa Torinese del Balilla. Nonostante queste attività però l'OVRA vigilava e teneva strettamente sotto controllo Umberto, aumentando calunnie e voci sul suo conto[20]. I moltissimi dispacci si contraddicevano l'un con l'altro: o parlavano di innumerevoli avventure con donne di tutti i ceti sociali, oppure dell'impossibilità fisica del Principe di dare un erede alla casata, oppure di avere tresche con giovani camerieri antifascisti o soldati[21]. Alla fine quell'ambiente ipocrita e malevolo colmò la notevole pazienza di Umberto e una voce in particolare fece decidere al Sovrano di trasferire in altra sede il figlio, da febbraio promosso generale di brigata: Vittorio Emanuele scelse personalmente Napoli, città leale alla monarchia ed in cui egli stesso aveva trascorso gli anni da principe ereditario[22].
1931-1935: l'inizio del periodo napoletano [modifica]
Arrivarono a Napoli il 4 novembre, prendendo residenza nel Palazzo Reale: l'indomani ci fu un solenne Te Deum in cattedrale, un ricevimento a Palazzo San Giacomo ed infine la serata di gala al Teatro San Carlo, mentre i napoletani si dimostravano entusiasti dell'arrivo dei Principi, profondendosi in molteplici manifestazioni – preparate e spontanee – d'omaggio[23]. La coppia lasciò ben presto la reggia borbonica, destinata ad occasioni ufficiali, in favore di Villa Rosebery, presso Posillipo, dotata di spiaggia privata, dove Maria Josè e il marito amavano fare bagni notturni. La Principessa di Piemonte in questo periodo poté contattare, tramite l'amico Umberto Zanotti Bianco, prima Benedetto Croce e poi altri esponenti dell'alta società avversi al fascismo, come lo stesso arcivescovo Alessio Ascalesi: Umberto lasciava fare, senza favorire o dissuadere la moglie. Naturalmente, come a Torino, l'OVRA vigilava ed Arturo Bocchini ordinava di sorvegliare costantemente la vita della coppia alla ricerca di rotture ed infedeltà, incrementando voci che naturalmente facevano il giro della città, alimentate a dismisura da soffiate anonime. Un viaggio a Bruxelles della Principessa venne inteso come prodromo ad una separazione, quando invece era solo sintomo della solitudine che la donna provava in climi tanto ostili[24].


Battesimo di Maria Pia di Savoia
Continuavano intanto le cerimonie ufficiali e di rappresentanza: l'incontro con il vecchio Gabriele d'Annunzio al Vittoriale nel novembre 1932 e la nuova ostensione della Sindone, dal 24 settembre al 15 ottobre 1933, in occasione dell'Anno Santo. Dopo lunga attesa (tanto ché all'inizio del 1932 Vittorio Emanuele III aveva mandato la nuora, accompagnata dal medico di corte, da un illustre ginecologo in Germania a farsi visitare) il 5 febbraio 1934 il ginecologo di Casa Savoia, Valerio Artom di Sant'Agnese, poté confermare la prima gravidanza: due settimane dopo in un incidente in montagna moriva Alberto I del Belgio, e per il suo stato Maria Josè dovette rinunciare ad andare ai funerali. Il 24 settembre, a Palazzo Reale a Napoli, alla presenza anche di Elena di Savoia ed Elisabetta del Belgio, nasceva la primogenita Maria Pia: portava lo stesso nome della Regina del Portogallo, sorella di Umberto I, che alla proclamazione della repubblica si era rifugiata in esilio in Italia, a Stupinigi,e di cui Umberto aveva alcuni affettuosi ricordi. Vennero distribuiti 2350 sussidi e borse di studio "Maria Pia di Savoia", Vittorio Emanuele III offrì un pranzo per 400 poveri, e villa Rosebery venne ribattezzata Villa Maria Pia. Una settimana dopo ci fu il battesimo, madrina la zia materna Maria, padrino Leopoldo III del Belgio, rappresentato per procura da Vittorio Emanuele di Savoia-Aosta.
La gravidanza, nei primi mesi, venne sommersa di voci maliziose su una sua possibile origine non naturale: si disse che era frutto di inseminazione artificiale, richiesta per l'inabilità di Umberto a procreare, pratica allora non ortodossa e guardata con sospetto. La voce divenne così di dominio pubblico che Luigi Pirandello in un caffè romano ne parlò scandalizzato ad Alberto Moravia[25] ed ancora anni dopo, di nuovo incinta, Maria Josè volle smentirlo con Ciano, che al 30 dicembre 1939 registrò che la Principessa «mi ha lasciato intendere che il figlio che nascerà è di lui, senza intromissioni di medici e siringhe». Interrogato in merito, Ferdinando Savignoni, assistente di Artom, dichiarò che «i figli del Principe di Piemonte nacquero nel modo più naturale possibile»[26]. Oltretutto, nonostante le molteplici visite mediche che la principessa fece, l'ipotesi dell'applicazione di una pratica allora in fase di studio iniziale, è abbastanza ardita e priva di fonti che la possano suffragare[27].


Umberto e Maria Josè in Libia nel 1935
Umberto nello stesse periodo venne nominato comandante di divisione, assumendo il comando della Volturno, e poi membro del Consiglio dell'Esercito, ma questo non cambiò la sua situazione di escluso dall'ambiente politico che decideva, tanto che della prossima campagna d'Etiopia lo seppe da Italo Balbo. Alla fine del 1935 infatti i Principi di Piemonte partirono per un viaggio nel nord Africa, prima tappa la colonia di Libia e poi l'Egitto, dove regna re Farouk, amico di vecchia data di Casa Savoia.
Il governatore fresco del successo personale della crociera atlantica, offrì agli ospiti sorvoli aerei della Tripolitania e, nella sua residenza, il castello di el-Serai, il proprio punto di vista ed i propri dubbi sul regime e sulla sua scarsa preparazione militare. «In Libia, Balbo ci parlò in modo molto scettico riguardo al regime e a Benito Mussolini. Disse che la ciambella del fascismo non era riuscita secondo le iniziative e che un paese dove non si può manifestare liberamente la propria opinione non ha futuro. Il governatore, inoltre, sembrava essere già al corrente delle intenzioni che il Duce, di lì a qualche mese, avrebbe manifestato a proposito dell'Etiopia»[28]. Da quel momento iniziò un regolare scambio di missive tra i principi e Balbo, ed altre visite di Maria Josè in Libia, tutti fatti che irritarono Mussolini e le alte gerarchie del partito[29]. In ogni caso Umberto non disse nulla al padre né chiese informazioni su quanto aveva sentito, nonostante egli stesso a Napoli salutasse molteplici truppe in partenza per il porto di Massau, ufficialmente per esercitazioni.
1935-1937: l'Impero d'Etiopia ed il nuovo erede al trono [modifica]
Il 2 ottobre Mussolini dichiarò guerra all'Etiopia, e l'11 scattarono le sanzioni della Società delle Nazioni, cui il regime rispose con la "Giornata della fede", sotto lo slogan dell'"oro alla Patria". All'Altare della Patria la regina Elena consegnò le fedi nuziali sue e del Re, pronunciando uno dei suoi rarissimi discorsi pubblici, mentre lo stesso facevano a Napoli Maria Josè e a Torino Jolanda di Savoia. Umberto donò il proprio collare dell'Annunziata, il Re alcuni lingotti d'oro e d'argento, Luigi Pirandello la medaglia del Nobel, Benedetto Croce ed Albertini beni personali: lo stato ottenne oltre 500 milioni in oro, e l'iniziativa fu quindi un notevole successo[30]. Il Re però non condivise il fascino dell'avventura militare e a Dino Grandi, davanti alle truppe in sfilata disse: "Ed è con queste facce e queste pance da curati e da notai di campagna che il suo duce vuole fare la guerra?"[31].
Nonostante lo scetticismo personale, Vittorio Emanuele III desiderava che anche il figlio prendesse parte alla campagna militare, ottenendo in tal modo un po' di gloria e prestigio, come fecero e avrebbero fatto per tutta la durata delle operazioni gerarchi di ogni grado, ottenendo encomi e medaglie non sempre meritate[32]. Ma Umberto restò confinato in Patria per volere di Mussolini, che voleva quella guerra fosse «una sfida del regime dalla quale la monarchia potrà ricevere l'incoronazione imperiale ma sulla quale non dovrà accampare meriti»[33]. La scusa ufficiale fu che il Duce non desiderava fosse messa in pericolo la vita dell'erede al trono; al fronte andarono i tre cugini Savoia-Genova, parenti di secondo piano, ed Aimone di Savoia-Aosta, ma non Amedeo d'Aosta, allora secondo in linea di successione al trono, piccola vendetta del Re contro l'aitante nipote di simpatie fasciste.
Umberto, a terra, passò in rassegna le truppe in partenza e così "garantisce la legittimità dell'impresa, ma a combattere in prima linea è il fascismo, cui andrà il merito della vittoria[34] e venne impegnato nelle solite occasioni ufficiali, come la presenza al funerale di Giorgio V del Regno Unito agli inizi del 1936: occasione impegnativa, trattandosi di un viaggio in un paese ostile, tra i primi sostenitori delle sanzioni. A marzo venne promosso al comando del Corpo d'Armata di Napoli, ma per l'Etiopia partì la moglie, che il 26 dello stesso mese si imbarcò come crocerossina sulla nave ospedaliera Cesarea. Alla proclamazione dell'Impero, il 5 maggio 1936 al balcone del Quirinale si affacciarono Vittorio Emanuele III, che rispose alle ovazioni della folla con il saluto militare, e Umberto, sull'attenti. "L'avvenire accanto al presente" scrisse Ugo Ojetti[35].
Ad agosto, per la chiusura delle Olimpiadi di Berlino, Umberto fu sul palco affianco ad Hitler, che disprezzava, ricambiato[36], ed accettò la gran croce d'oro dell'Ordine dell'Aquila Nera e poco dopo, a Napoli, ricevette in compagnia della moglie Primo Carnera. Anche in questa occasione le calunnie dell'OVRA non si fecero attendere e si registrò di avances al pugile, secondo alcuni fatte da Maria Josè, secondo altri da Umberto[37]. A queste menzogne si aggiunsero quelle, naturali considerato quanto già avvenuto nel 1934, sorte quando nell'ottobre del 1936 venne annunciata la nuova gravidanza della Principessa di Piemonte, tutte tese ad attribuirla a padri illegittimi. Si osservò che era rimasta incinta a ridosso della partenza per l'Africa, e si tirò fuori la storia dell'amicizia tra la Principessa e gli aitanti, sportivi e gaudenti cugini Savoia-Aosta, Aimone ed Amedeo: si disse che aveva incontrato due volte il secondo, mentre in realtà ad incontrare Maria Josè, due volte, era stato Aimone, sulla Cesarea, alla presenza comunque di altre autorità[38]. Era nota infatti la simpatia tra lei ed i due fratelli, anticonformisti, esuberanti ed insofferenti all'etichetta: che vi fosse una particolare simpatia verso il futuro viceré d'Etiopia lo si pensò quando Maria Josè dedico il suo primo libro A la memoire du valeureux et chavaleresque Amédée pubblicando la foto di suo figlio Vittorio Emanuele appoggiato alla "quercia di Amedeo"[39].


Vittorio Emanuele III con il nipote ed erede omonimo
Il 12 febbraio 1937, alle 14:30, nacque l'atteso erede maschio cui venne imposto il nome del nonno, e a seguire molti altri, di carattere dinastico o familiare[40]. A questa gioia e motivo di orgoglio seguì due mesi dopo, il 5 aprile 1937, il conferimento alla regina Elena da parte di papa Pio XI della Rosa d'Oro, il più importante segno di benevolenza papale verso le sovrane. Il battesimo fu celebrato il 31 maggio nella Cappella Paolina, dove si erano sposati i genitori, ed era il primo battesimo di un erede al trono in pompa magna a Roma[41]. Alle undici del mattino: obbligatorio per gli uomini divisa o panciotto e marsina e coccarda di raso azzurro Savoia, per le donne velo bianco, bande di pizzo e l'iniziale in brillanti della Regina o della Principessa ereditaria. Il corteo era aperto dai padrini, Vittorio Emanuele III ed Enrichetta del Belgio duchessa di Vendôme (in rappresentanza della madrina la regina Elisabetta del Belgio, Umberto con la madre Elena e Maria Josè al braccio del cugino monsignore il principe Giorgio di Baviera[42].
Mussolini era assente, sia alla funzione che al ricevimento, probabilmente perché insofferente di fronte ad un rito che era una chiara autoesaltazione della monarchia, in un periodo in cui il Duce si legava sempre più al Führer, che invidiava perché non aveva nessuno sopra di sé e non doveva dividere fama ed onori con una dinastia sovrana[43][44]. La stampa invece sottolineava nella cerimonia i fasti della Diarchia: "guardando la bellezza del bambino che sarà re, non c'è italiano che oggi non sia orgoglioso della sua Patria, della nostra Italia trionfante sui nemici, del Duce che ci guida"[45].
1937-1939: crisi nella Diarchia, antinazismo e velleità di golpe [modifica]


Amedeo di Savoia-Aosta, nominato Vicerè, riceve gli omaggi dei ras
Nel settembre del 1937 Mussolini in visita in Germania restò affascinato dalla potenza che sprigionava il regime nazista: a novembre firmò il patto anti-Comintern e a dicembre uscì dalla Società delle Nazioni. Mentre Mussolini si avvicina ad Hitler e diventa sempre più insofferente nei confronti della Casa Reale, suo genero e ministro degli esteri, antitedesco, Galeazzo Ciano provava a stringere con i Principi di Piemonte rapporti più stretti. I principi avevano di Ciano l'impressione di un uomo snob e di scarso acume (cui si aggiungeva una sana antipatia tra Maria Josè ed Edda Ciano)[46], ma in seguito ne apprezzarono l'antinazismo, le molte informazioni cui poteva arrivare ed infine il modo di fare più garbato ed intellettuale rispetto a quello tipico di altri gerarchi come Achille Starace, Ettore Muti o Farinacci[47]: era insomma uno dei pochi gerarchi frequentabili[48]. Ciano iniziò ad organizzare vari incontri, più o meno casuali, con il Principe ereditario, riportandone sempre le impressioni, che passarono da un "colloquio scialbo" il 31 agosto ad un "gran calore" per le felicitazioni alla nascita del figlio Marzio il 19 dicembre.
Tale evoluzione fu forse dovuta anche ad una reazione al fatto che Mussolini mostrava sempre più fiducia in Amedeo d'Aosta, proposto a Franco come possibile re di Spagna ed intanto nominato viceré d'Etiopia la posto del maresciallo Graziani, mentre Umberto rimaneva in una posizione defilata. I sospetti esplosero quando ai principi divenne nota la clausola inerente la successione al trono votata dal Gran Consiglio nel 1928, e spinsero Maria Josè ad irrompere a Palazzo Venezia per aver lumi: Mussolini rispose che la norma andava applicata solo in mancanza di discendenza diretta, cosa che in quel momento non si verificava[49].
Nell'aprile del 1938 la crisi tra Corona e Regime toccò il suo punto più alto, con il colpo di mano della creazione del grado di Primo Maresciallo dell'Impero: Starace e Ciano fecero approvare di sorpresa prima alla Camera, per acclamazione, poi al Senato, questo nuovo grado, attribuito sia al Re che al Duce, il che li equiparava di fatto, e violava gravemente i poteri regi. Le rimostranze di Vittorio Emanuele III furono veementi, tanto da dire a Mussolini che gli portava la legge da firmare: «Questa legge è un altro colpo mortale contro le mie prerogative sovrane. [...] questa equiparazione mi crea una posizione insostenibile perché è un'altra patente violazione dello Statuto del Regno» e che avrebbe preferito abdicare, se l'Italia non fosse in quel mentre attiva sul fronte spagnolo, pur di non indossare quella doppia greca[50]. Un possibile motivo di arrendevolezza del sovrano in questo frangente è desumile da quanto riportato il 2 aprile da Ciano nel suo Diario: «Mussolini [...] mi ha detto: "Basta. Ne ho le scatole piene. Io lavoro e lui firma. [...] Ho risposto che potremo andare più in là alla prima occasione. Questa sarà certamente quando alla firma rispettabile del Re si dovesse sostituire quella meno rispettabile del Principe. Il duce ha annuito e, a mezza voce, ha detto: "Finita la Spagna, ne riparleremo"».[51]: pare realistico pensare che Vittorio Emanuele III allora, ed altre volte in futuro, evitasse di coinvolgere il figlio negli affari di Stato o cedergli qualsiasi scampolo di potere effettivo per proteggerlo da queste oscure manovre del Regime[52].
Di lì a poco si ebbe la visita di Hitler e del suo seguito a Roma: la Corte si dimostrò palesemente antinazista, ed i capi del nazismo avversi alla Monarchia, con uno scambio di battute di scherno dall'una e dall'altra parte[53]. Umberto era antinazista per più motivi: come cattolico (Pio XI aveva già condannato il nazismo con l'enciclica Mit brennender Sorge, e in quei giorni andò a Castelgandolfo ordinando di lasciare al buio le chiese come segno di protesta), come uomo di una certa preparazione culturale, come figlio di Vittorio Emanuele, la cui avversione alla Germania durava dalla fine dell'Ottocento, e come principe ereditario davanti ad un regime chiaramente antimonarchico. Maria Josè considerava l'espansionismo nazista un'ovvia minaccia al suo Belgio e detestava i fascisti (il 7 settembre 1938 andò al concerto di Lucerna di Arturo Toscanini, di fatto esule, perché gli era stato appena ritirato il passaporto). Queste ragioni, unite al sempre più forte legame che Mussolini stava creando tra fascismo e nazismo, li spinsero a complottare per un golpe.
Un documento del Foreign Office Britannico[54] attesta che il 26 settembre Umberto avrebbe dovuto rinunciare ai propri diritti come erede al trono in favore del figlio con un documento da consegnare ad un avvocato di Milano di cui non si conosce il nome, forse un politico del periodo pre-fascista. Maria Josè, costretto Vittorio Emanuele III ad abdicare, sarebbe stata proclamata reggente e Badoglio avrebbe ottenuto pieni poteri per mantenere l'ordine, a cui sarebbe seguito un nuovo governo guidato dall'avvocato milanese. L'esercito, sotto gli ordini di Graziani, avrebbe preso possesso dei punti vitali di Roma, Milano, Torino, Venezia e Verona nella mattina del 27 ed il 28, alle 15, Umberto avrebbe messo davanti il padre al fatto compiuto e successivamente fatto mandare in onda alla radio le dichiarazioni della reggente e del nuovo primo ministro. Invece il pomeriggio del 25 Hitler emanò un ultimatum di sei giorni alla Cecoslovacchia e, in uno scenario internazionale così teso, Umberto indugiò: il 27 giunse la notizia dell'intenzione di Mussolini di mobilitare le truppe se l'avesse fatto Hitler e del dissenso del sovrano; l'indomani fu comunicata la notizia che Hitler avrebbe incontrato a Monaco i premier d'Italia, Francia ed Inghilterra per decidere le sorti della Cecoslovacchia. Apparendo così Mussolini uno dei difensori della pace europea, il piano venne archiviato, mentre anche in Germania un piano dei generali Beck ed Halder era accantonato per simili motivi[55].
Appena un mese dopo, il 29 ottobre, partecipò alle nozze del cugino Eugenio di Savoia-Genova con Lucia di Borbone-Due Sicilie, che avvennero a Monaco di Baviera, dove viveva la famiglia della sposa, di idee antinaziste, ed officiate dal cardinale Michael von Faulhaber, anch'esso inviso al regime: forse per riequilibrare quella presenza che denunciava le sue idee, chiese un incontro privato con Hitler: questi lo invitò due giorni dopo ad una colazione all'Obersalzberg, trasformando quella richiesta in un'occasione di propaganda per il regime ad appena un mese dal convegno di Monaco. Umberto ascoltò il monologo del Führer, che espresse la sua soddisfazione per la soluzione del problema cecoslovacco, per la crescente forza della Germania, l'avversione per gli Stati Uniti, il desiderio di un'alleanza duratura con l'Italia; l'ambasciatore a Berlino, Bernardo Attolico, mandò una relazione a Roma; Mussolini fu probabilmente soddisfatto dell'incontro, il Re assolutamente no. Il Principe di Piemonte, per ingenuità o per inesperienza politica, aveva scelto di incontrare per mera cortesia il dittatore, ma, tenuto conto che Umberto si era sempre tenuto rigorosamente al di fuori di attività o manifestazioni di simpatie politiche, l'avvenimento poté essere inteso come una sostanziale comunità di vedute o come ammirazione per l'uomo che aveva appena soppresso la libertà della Cecoslovacchia[56].
Divenuto intanto generale designato d'Armata ed ispettore di fanteria, Umberto iniziò ad esprimere, a chi glielo chiedeva, il suo profondo scontento verso le risorse effettive delle truppe: Mussolini, che oramai non si fidava più ed iniziava a ritenerlo, se non pericolo, almeno palesemente avverso, gli impedì di andare a Parigi, covo dei fuoriusciti antifascisti, ad inaugurare un busto del defunto suocero Alberto I del Belgio. In un clima così teso, le nozze dell'ultimogenita dei sovrani, Maria con il principe Luigi di Borbone-Parma avvenute il 23 gennaio 1939, ebbero il minimo dell'attenzione e dell'organizzazione possibile[57]. Tre mesi dopo, infatti, l'Italia invadeva l'Albania (di cui Vittorio Emanuele III era proclamato sovrano) e, il 22 maggio, veniva firmato il Patto d'Acciaio. A marzo, incontratolo a Salisburgo, Italo Balbo aveva già anticipato l'avvenimento a Maria Josè, oramai certa di quale sarebbe stata la sorte del Belgio davanti all'aggressività tedesca. Le intenzioni, le idee e la fronda dei principi di Piemonte erano così note anche all'estero che nei giorni della firma del Patto d'Acciaio sul Daily Mirror[58] uscì un articolo anonimo dal titolo "Il duce spedisce il principe in esilio", dove si diceva che Umberto e la moglie si sarebbero a breve rifugiati a Bruxelles in una "sorta di esilio dettato dal signor Mussolini [...] Il principe ereditario non ha mai nascosto la sua opposizione al fascismo"; inoltre si aggiungeva che erano sorte tensioni fra lui e Ciano (cosa possibile, poiché dopo l'incontro del 6 novembre 1938 il ministro ne ha uno solo il 18 novembre 1939); notizie tutte riprese lo stesso giorno dal News Chronicle. Naturalmente erano esagerazioni, ma davano l'idea di come la posizione dei principi ereditari fosse nota[59].


Aimone ed Irene di Grecia
Fu quindi naturale che il Duce, nella preparazione dei comandi per la guerra prossima, scegliesse accuratamente di porre in secondo piano il principe ereditario, escludendolo non solo dalla possibilità di prendere decisioni, ma anche dal ricevere gloria militare, cosa che probabilmente sarebbe stata approvata da Hitler il quale, il 22 agosto 1939, disse ai suoi generali che «Mussolini è messo in pericolo da quell'imbecille di un re e da quel perfido furfante di un principe ereditario»[60]. La manovra naturalmente non sfuggì al Re che, nel suo incontro con Ciano del 24 agosto, pretese che il duce «dia al principe di Piemonte un comando. Hanno il comando quei due imbecilli di Bergamo e di Pistoia, può ben averlo mio figlio, la cui testa vale quella del duca d'Aosta». Questa schiettezza e comunicatività del Re, notoriamente uomo di poche parole, col ministro degli esteri, neo collare dell'Annunziata, era motivata dal comune sentimento antitedesco, aumentato in Ciano dopo il suo incontro dell'11 agosto con von Ribbentrop ed Hitler. Il colloquio terminò con una confidenza del sovrano: «paternamente ha aggiunto che il Principe a me vuol bene, molto bene e che di me sempre gli parla con fiducia e speranza»[61]. In situazioni simili naturalmente la nuova gravidanza di Maria Josè non fu oggetto neppure delle calunnie dell'OVRA.
Ma la crisi tra regime e Corona non coinvolgeva più solo i principi di Piemonte: il 1 luglio 1939 a Firenze, in Santa Maria del Fiore, Aimone di Savoia-Aosta si era sposato con Irene di Grecia, testimoni per lui il viceré Amedeo ed Umberto: Mussolini non era intervenuto neppure a questa cerimonia di Casa Savoia, sia per non incontrare il re Paolo di Grecia, contro il quale tra pochi mesi manderà le truppe, sia perché dopo appena due anni di viceregno Amedeo ha mutato del tutto opinione sulla preparazione dell'esercito e sulla reale solidità del regime e dei suoi uomini[62].
1939: non-belligeranza e desiderio di neutralità [modifica]


Pio XII al Quirinale
Il 1 settembre 1939 la Germania invase la Polonia, due giorni più tardi entrarono in guerra Francia ed Inghilterra, l'Italia dichiarò la propria non-belligeranza e tutti coloro che erano antitedeschi iniziarono ad avere contatti sempre più fitti, scambiandosi informazioni opinioni. A fine ottobre Umberto espresse con Ciano la propria soddisfazione nella rimozione di Achille Starace dalla guida del PNF e lo informò che Hitler aveva chiesto la rimozione, tramite Filippo d'Assia, di Bernardo Attolico, ambasciatore a Berlino, ostile all'espansionismo tedesco. il 27 novembre la regina Elena scrisse una lettera appello in favore della pace alle sovrane di Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Jugoslavia e Bulgaria, che vennero fermate da Mussolini, con la motivazione che era un gesto inopportuno. Il 4 dicembre Maria Josè seppe dell'idea di suo fratello Leopoldo III di indire una conferenza dei paesi non belligeranti per il giorno di Natale, proposta che il Duce rifiutò. Il 21 dicembre i sovrani andarono in vista dal Papa in Vaticano ed il 28 dicembre Pio XII compì un viaggio di stato fino al Quirinale, antica reggia pontificia dove dal 1870 nessun Papa era più entrato: a colloquio con Vittorio Emanuele III si scagliò con forza contro Hitler, Due giorni dopo Ciano comunicò alla principessa di Piemonte che era imminente l'invasione del Belgio[63].
Il 22 febbraio si ebbe un nuovo colloquio tra Ciano ed Umberto, dove questi, a detta del genero del Duce si mostrò «molto antitedesco e convinto della necessità di rimanere neutrali. Scettico - impressionantemente scettico- sulle possibilità effettive dell'esercito nelle attuali condizioni -che giudica pietose- di armamento»[64]. A Napoli, due giorni dopo, nacque la figlia Maria Gabriella e l'indomani a Roma il sottosegretario di Stato statunitense Summer Wells fece capire al re che gli Stati Uniti contavano su di lui per mantenere l'Italia fuori dalla guerra, ottenendo per risposta «Ho l'impressione che il suo presidente non si renda conto di quanto poco possa fare io»[65]. Il 14 marzo il duca d'Aquarone espresse a Ciano, al circolo del Golf dell'Acquasanta, il desiderio del sovrano di restare neutrali a tutti i costi, compreso quello di rimuovere Mussolini, purché avvenisse in maniera legale, al fine di evitare una guerra civile[66]: il ministro degli esteri confermò al duce che Mussolini non avrebbe convocato il Gran Consiglio per la dichiarazione di guerra, ma che avrebbe riflettuto se cercare di convincere il suocero in tal senso[67][68]. Due settimane dopo anche Umberto volle parlare con Ciano: il principe «non ha nascosto la sua preoccupazione [...] aggravata dalla sua conoscenza delle nostre condizioni militari. Nega che dal settembre ad oggi siano stati realizzati effettivi progressi nell'armamento: il materiale è scarso e lo spirito depresso»[69].
Il 9 aprile la Germania invase Danimarca e Norvegia ed il 24 Pio XII e Paul Reynaud chiesero ufficialmente a Mussolini di non entrare in guerra. Sei giorni dopo il pontefice incontrò i principi di Piemonte in Vaticano e «con un modo di fare affettuoso e paterno iniziò subito la conversazione. Insistette soprattutto sul pericolo del nazismo e delle persecuzioni religiose. Poi evocò l'imminenza di un'aggressione tedesca in Belgio ed in Olanda. per tre volte affermò questo, voltandosi verso di me con aria angosciata, un po' interrogativa, aspettando forse un chiarimento, oppure una conferma da parte mia»[70]. Il 1 maggio Maria Josè avvisò del pericolo l'ambasciatore belga, che l'indomani la tranquillizzò affermando che erano tutte voci di agenti provocatori tedeschi operanti in Vaticano; Ciano, interpellato lo stesso giorno, confermò l'informazione aggiungendo che si trattava di 3 divisioni, ed il 10 maggio si ebbe l'invasione. La principessa di Piemonte parlò poi con Balbo ed Amedeo d'Aosta, perché facessero recedere il duce dalle sue intenzioni, invano.
1940: la campagna di Francia [modifica]


Umberto II di Savoia, insieme a Benito Mussolini.
Il 29 maggio il Duce annunciò ai vertici militari la sua decisione irrevocabile di entrare in guerra a fianco della Germania, nonostante i più fossero contrari ed Umberto esprimesse al padre tutta la sua contrarietà: «Gli dissi che non si poteva andare avanti rassegnati verso la catastrofe, che bisognava fare qualche cosa»[71].
Il 10 giugno al Principe venne conferito il comando delle armate operanti al confine francese, 12 mila ufficiali e trecentomila soldati, praticamente inutili, poiché la Francia era prossima al tracollo e Mussolini stesso aveva vietato operazioni di attacco: dieci giorni dopo l'entrata in guerra si ebbe una manovra militare che durò tre giorni, dal 21 al 24 giugno e portò alla presa di Mentone con 600 caduti italiani circa, commentata in un protocollo segreto dal generale Guzzoni, comandante della IV Armata con "Se non fosse stato per le condizioni climatiche sfavorevoli i francesi avrebbero continuato ad avanzare"[72]. Pochi giorni dopo, nei pressi di Mentone, Umberto incontrò la moglie, ispettrice della Croce Rossa, che riportò sul suo diario testimonianze del profondo scetticismo del Principe sulla preparazione e sulle attrezzature della truppa.
Il 25 ottobre Umberto incontrò a Torino il maresciallo Enrico Caviglia che scrisse sul proprio diario come Umberto gli raccontasse di essere dolente per l'inattività in cui la nuova situazione militare lo poneva (essendo escluso che l'erede al trono potesse essere dislocata su qualche lontano fronte), di Hitler che cercava l'aiuto della Svezia per una pace con l'Inghilterra e che a suo dire era necessario fermare le operazioni militari in Libia per concentrare uomini e mezzi in Grecia, opinione quest'ultima non condivisa da Caviglia. In Libia infatti il governatore Rodolfo Graziani già a giugno aveva chiesto più mezzi, o un rinvio dell'attacco, che a fine agosto Badoglio, capo di stato maggiore, aveva rifiutato: dal diario di Ciano, in data 6 settembre, si apprende che Umberto aveva espresso le «più ampie riserve sulla possibilità e sull'inopportunità dell'impresa»[73].
1941-1942: forzata inattività [modifica]
Nei mesi successivi il fronte greco-albanese mostrò l'inadeguatezza dell'esercito italiano e, a fronte dei rovesci e degli insuccessi, Umberto chiese di essere mandato in visita d'ispezione, cosa che Mussolini rifiutò, preferendo scegliere per l'occasione alti esponenti del partito, come Ciano, Farinacci, Bottai ed infine sé stesso, nel marzo 1941. Ugualmente gli fu negata la possibilità di andare in Libia, durante l'offensiva inglese, anche per veto di Erwin Rommel. Di questi fatti il maresciallo Caviglia stese una rapida sintesi nel proprio diario, osservando come la politica dinastica di Mussolini fosse «ambigua. Egli sta [...] esaltando il Duca d'Aosta , così come faceva con il defunto padre di lui. [...] Il principe di Piemonte è messo in disparte: non gli danno nessun comando. Non glielo diedero in Albania [...] e il re nulla fa per salvare la dinastia»[74].
E mentre Mussolini ufficiosamente osteggiava l'erede al trono, dal gennaio 1941 generale d'armata, questi iniziava a stringere legami con Bottai e Ciano, che annota al 15 maggio di quell'anno un grave moto di scontento del principe in seguito alla stabilizzazione della situazione jugoslava dopo l'intervento tedesco: «Lui - sempre così prudente - ha criticato con parole aperte il sistema in genere, e la stampa in particolare. Vive nell'ambiente militare ed ha assorbito in questi mesi una buona dose di veleno, che in lui ha fatto effetto»[75]. Il 6 maggio i tedeschi avevano invaso la Jugoslavia, che s'era arresa il 18, si era costituito lo Stato indipendente di Croazia 10 (cui re fu designato Aimone di Savoia, quarto duca d'Aosta come Tomislavo II) e permesso l'erezione di un nuovo regno di Montenegro, di cui fu offerta la Corona al nipote della Regina Elena Michele, teorico erede al trono della dinastia Petrović Niego¨, ma questi rifiutò. La restaurazione era caldeggiata vivamente dai Sovrani italiani. Poichè altri candidati rifiutarono la Corona, fu istituita in Montenegro una Reggenza. Elena aveva declinato l'offerta di salire sul trono del padre, soluzione che sarebbe stata ben vista dalla popolazione montenegrina.
Mentre i successi germanici iniziavano ad arrestarsi Umberto nascondeva sempre meno la propria radicata avversione ai nazisti, come si apprende da Ciano, sempre più presente nell'entourage del principe. A fine ottobre, durante una battuta di caccia con von Ribbentropp, questi definì espressamente con il genero del Duce Umberto come ostile, dopo aver affermato che a Corte si intriga. Quanto il tedesco avesse ragione è sancito da ciò che Ciano scrisse poco dopo, al 7 novembre 1941: del principe era chiaro il suo preconcetto contro gli alleati che giudica insopportabilmente grossolani[76]. Intanto continuavano ad essergli negati comandi effettivi: nel giugno del 1941 quello del CSIR, le prime truppe italiane nella campagna di Russia, e poi quello dell'ARMIR, sempre in Russia, nel febbraio 1942, compensato pateticamente pochi mesi dopo dal comando delle Armate Sud al posto del maresciallo Emilio De Bono. Questi avvenimenti suscitarono abbastanza scalpore nelle alte sfere politiche e militari. Caviglia osservò che su un esercito di 70 divisioni, 35 delle quali nei Balcani, al principe ne erano state affidate alcune peninsulari, con due di riserva strategica in caso di sbarco nemico[77]. Il conte di Torino, che pure non era tra i membri più importanti o più scaltri di Casa Savoia, si lamentò con Giovanni Agnelli che Mussolini aveva apposta ostacolato Umberto che dovrebbe invece poter acquistare maggior popolarità, altrimenti che cosa succederà alla morte del re?[78]
A sintetizzare tutta la situazione, con i pro ed i contro ed un giudizio valido anche per gli avvenimenti futuri, fu ancora Caviglia nel suo diario, riportando un proprio colloquio con De Bono: Umberto non accettava sia perché aveva già delle armate assegnate, sia perché si sarebbe trovato gerarchicamente agli ordini dei tedeschi, cosa che Caviglia trovava anche accettabile. Eppure il maresciallo era d'idea che il Principe dovesse andare lo stesso in Russia, così da farsi fama di buon soldato. Se la situazione della dinastia, oggi, in Italia, fosse migliore, se l'attuale sovrano non fosse tanto scaduto nella opinione pubblica [...] non vi sarebbe bisogno del sacrificio del Principe di Piemonte. Perché, in caso di rovescio militare, quel sacrificio potrebbe salvare la dinastia[79].
Così, scartato anche dalla possibilità di un incarico in Africa Orientale, ad Umberto e a Maria Josè rimase solo la possibilità di alleviare con gesti pratici le sorti degli italiani vittime delle ristrettezze dei lutti apportati dalla guerra: si prodigò per il rientro dalla prigionia in mani inglesi del generale Alberto Cordero di Montezemolo e della famiglia; a fine 1942 provvide, su richiesta di Enrico Marone Cinzano alla sistemazione di circa 200 persone, dipendenti e famiglie della Cinzano, tutti sfollati per i bombardamenti; donò indumenti ai sinistrati e fece restaurare a sue spese oggetti antichi delle collezioni d'arte torinesi danneggiate dai bombardamenti[80]. E mentre Maria Josè si intratteneva al Quirinale con antifascisti di vari ambienti come Benedetto Croce, monsignor Montini, Paolo Monelli, Antoni Gonella, Umberto incontrò più volte il capo della Polizia Carmine Senise, membri delle Forza Armate come Caviglia e Cavallero, e del Partito come Bottai. Questi il 21 ottobre 1942 registrò sul suo diario che Gente, per solito sennata, viene a confidarti [...] di complotti capitanati dal principe ereditario e dalla sua consorte. Si danno per veri ordini impartiti alla polizia di sorvegliare gli edifici tipici dei colpi di stato[81].
In questo periodo si hanno le prime fonti sull'esistenza di un dossier scandalistico contro il Principe di Piemonte preparato contro di lui dal Partito per contrastare le sue ambizioni con la minaccia di rendere pubblici dei compromettenti documenti sulla sua vita privata, citato da una nota dell'ambasciatore polacco presso la Santa Sede al Foreign Office[82]. Domenico Bartoli scrisse che già a metà degli Anni Trenta Italo Balbo aveva fatto avvertire il Re dell'esistenza di questo dossier da un suo uomo di fiducia, cui il ministro della Real Casa Mattioli Pasqualini disse che il Re già sapeva tutto. Da esso fu tratto qualche stralcio, che il Popolo d'Alessandria utilizzò per costruirci su una storia pubblicata a puntate basata sui vizi e deboscerie di un principe soprannominato Stellassa. Eppure per motivi ancora non chiari Mussolini non lo utilizzò mai interamente e pubblicamente, neppure durante il periodo della Repubblica Sociale.
Il suo pessimismo sulle sorti della guerra e del regime si acutizzò e si cristallizzò in una visione lucida ma priva di spunti d'iniziativa fedelmente registrata in molteplici passi del diario di Ciano[83], che ne giudica le capacità superiori alla fama; lo stesso Mack Smith gli riconosce idee politiche piatte e convenzionali, ma non reazionarie [...] disposto ad imparare. Però, al di là del suo sempre maggiore scontento, non tessé una forte rete di contatti con le opposizioni liberali come la moglie, non elaborò una idea per deporre Mussolini e non riuscì neppure ad uscire dal cono d'ombra politico in cui il padre e il regime lo avevano posto.
1943: golpe ventilato [modifica]
Probabilmente fu anche per blandire il Principe, oggetto e soggetto di tante voci, che Mussolini lo propose per la nomina di Maresciallo d'Italia, il che venne ratificato il 28 ottobre 1942, anniversario della Marcia su Roma. Nonostante questo Umberto continuò ad affiancare i propri impegni ufficiali con i frequenti contatti con gli oppositori del regime e con militari come Badoglio e Vittorio Ambrosio, da poco nominato nuovo Capo di Stato Maggiore Generale. Probabilmente è in questo periodo che anche il principe ereditario iniziò a vedere Badoglio come una possibile carta spendibile per l'affossamento di Mussolini, pur dimostrando di non averne molta fiducia. Confidò ad un uomo vicino a Caviglia (l'altro maresciallo in predicato di essere successore del Duce alla guida del governo), che giudicava il collega Badoglio «un cane da pagliaio che va dov'è il boccone più grosso», che condivideva il giudizio[84], ma ugualmente vedeva nel militare piemontese l'unico in grado di avere la fiducia dei fascisti frondisti, del sovrano e degli alti papaveri dell'esercito[85].
Il 2 febbraio del 1943 nacque al Quirinale l'ultimogenita dei principi di Piemonte, Maria Beatrice[86], il cui atto di nascita venne rogato il 4 febbraio da Ciano, che scrisse sul suo diario di aver avuto un breve colloquio con Umberto, che vede le cose con molta esattezza. E ne è giustamente pensoso. Quella fu l'ultima incombenza ufficiale del genero del Duce da ministro degli esteri: due giorni dopo divenne ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede.
Molto probabilmente furono anche le voci di fronda legate ai principi ereditari, oltre all'ostilità nazista, che nel rimpasto di governo del febbraio 1943 costarono il posto a Ciano, Bottai, Grandi e poi anche a Senise (quest'ultimo da capo della polizia). Lord Edward Halifax, ambasciatore inglese a Washington scrisse nel suo rapporto che un italiano da poco rientrato in Turchia (non lo nomina, ma è possibile che fosse l'ambasciatore in quello stato, Raffaele Guariglia, futuro ministro degli Esteri del governo Badoglio) aveva riferito che tutti quei mutamenti politici erano dovuti alla scoperta da parte della Gestapo che c'era un complotto per dare il potere al principe di Piemonte e rovesciare il governo [...]. Grandi, il precedente ambasciatore a Londra, e il conte Ciano organizzarono il movimento sicuramente con la conoscenza del principe Umberto[87]
Vittorio Emanuele III non gradiva affatto l'attivismo politico del figlio e della nuora. Per quanto riguardava Maria Josè, che manteneva contatti sia coi politici dell'Italia pre-fascista, con intellettuali di varia estrazione e con ambienti vaticani, il re non tollerava che fosse una donna ad occuparsi di politica, che ci si fidasse di vecchi revenants (fantasmi, come con disprezzo definita Bonomi, Nitti e gli altri notabili d'epoca giolittiana) e di preti (noto era il suo anticlericalismo)[88]. Quanto al figlio, il sovrano era dell'idea, leit-motiv di Casa Savoia, che "si regna uno alla volta".
A posteriori, Umberto diede la sua versione dei fatti, spiegando che l'idea di rimuovere Mussolini venne in seguito al disastro di El Alamein che irritò non soltanto il Re mio padre, ma anche le sfere superiori militari [...] Fin dall'autunno 1942 cominciarono ad affluire in Quirinale alte personalità militari, persino il vecchissimo generale Zuppelli, per invocare l'intervento della Corona [...] Nella primavera anche il generale Ambrosio fece conoscere il suo piano[89]
Nella primavera del '43 Maria Josè facilitò un incontro tra Ivanoe Bonomi ed il marito, che egli raccontò nel suo Diario di un anno: gli dico che bisogna puntare su un generale, Badoglio o Caviglia. Lui dice di preferire Badoglio, perché Caviglia è troppo vecchio [...] Ma alla proposta di andare tutti dal Re per spingerlo a decidersi, Umberto di nuovo tentenna. [...] la Principessa mi aveva detto: il figlio non farà nulla contro il padre [...] Il Principe ha idee chiare, peccato non abbia la ferma volontà di fare[90].
Tra marzo ed aprile del '43 Umberto ebbe un colloquio con il cognato Filippo d'Assia[91], che si concluse con la comune intenzione di chiedere ad Hitler una pace prima che la situazione ancora peggiorasse. Il principe d'Assia ne parlò con il Führer nella prima settimana d'aprile a Klessheim, appena terminati i colloqui con Horthy e Mussolini, causando la sua ira: accusò i Savoia di essere degli ingrati nei confronti del Duce e affermò che tutto si sarebbe aggiustato anche sul fronte italiano. Pochi giorni dopo Filippo d'Assia venne consegnato a Berchtesgarden, e poi a Rastenburg, per essere infine arrestato l'8 settembre.
Il 22 luglio, dalla sede del Comando delle armate Sud, che si trovava a Sessa Arunca, Umberto tornò a Roma dove, l'indomani, incontrò il duca Acquarone ed il cugino Aimone di Savoia-Aosta, ed in seguitò tornò a Sessa e qui venne sorpreso dal voto del Gran Consiglio e dalla successivo arresto di Mussolini. Quello steso giorno Hitler espresse il proprio desiderio di arrestare tutti i membri della Casa Reale, e Keitel osservò che il principe ereditario «era più importante del vecchio»[92]
Il 26 luglio Umberto partì per Roma all'alba e nella mattinata incontrò di nuovo Acquarone, il cugino Aimone ed il generale Sartoris, che lo resero edotto sugli ultimi avvenimenti, sui quali il Re diede la sua versione durante il pranzo, a cui lui e Maria Josè erano invitati[93]. Probabilmente insoddisfatto dai colloqui, ebbe di nuovo un incontro nel pomeriggio con Acquarone, cui seguì uno con Roatta e Ambrosio. Umberto, da sempre antinazista, era probabilmente in disaccordo con il proclama di Badoglio, ma ligio all'autorità, non protestò né fece partecipe il padre dei suoi dubbi, continuando così a stare tra l'Abruzzo e la Campania, visitando città e accampamenti[94].
Il 4 agosto festeggiò con la moglie il compleanno che, tre giorni dopo, venne mandata con le bambine per ordine di Vittorio Emanuele III nel castello di Sant'Anna di Valdieri in Piemonte, ufficialmente per motivi di sicurezza, ma in realtà perché l'attivismo politico e di stampo liberale di Maria Josè erano invisi al sovrano e a Badoglio.
In fuga da Roma a Brindisi [modifica]
Per approfondire, vedi le voci proclama Badoglio dell'8 settembre 1943, fuga del re Vittorio Emanuele III e mancata difesa di Roma.

Nei giorni immediatamente precedenti alla resa italiana, Umberto ebbe un'intensa attività: il 6 settembre ispezionò la V armata ad Orte, la mattina del 7 incontrò il maresciallo von Richtofen e, nel tardo pomeriggio, ad Anagni, il maresciallo Graziani, che lì viveva ritirato dal 1941. Ad una precisa domanda del militare sulla possibilità d'un armistizio il principe rispose «solo voci!», come gli era stato detto dal ministro della Real Casa, duca d'Aquarone il 3 settembre, a Roma (sebbene questi fosse al corrente che nel frattempo l'armistizio veniva firmato a Cassibile), ed il 6, ad Anagni[95]. Partì per Roma alle 17:55 dell'8 settembre, giungendo al Quirinale dopo quasi un'ora ove, all'oscuro di tutto, venne finalmente informato circa l'armistizio da Acquarone. Il colloquio risulta essere avvenuto dopo le 19:10, come registrato dal primo aiutante di campo del principe nel proprio diario[96].
Il Principe mandò una macchina ad Anagni per prelevare alcuni membri del suo entourage, tra i quali l'ammiraglio Bonetti ed il generale Cavalli, e scrisse alcune lettere ad ufficiali, compresa una a Graziani, non solo perché era "pur sempre maresciallo d'Italia", ma anche perché non voleva questi pensasse che gli avesse mentito: il latore della missiva, tenente colonnello Radicati, fu però arrestato il giorno dopo dai tedeschi e la lettera non giunse a destinazione[97]. Nella nottata il capitano maggiore pilota Carlo Maurizio Ruspoli, su incarico del principe, telefonò al ministro degli esteri Raffaele Guariglia, che avrebbe sostenuto in quella occasione di non essere stato avvisato da alcuno delle decisioni di Badoglio[98]. In verità Guariglia era informato, ed anzi aveva reso edotto personalmente l'ambasciatore a Roma, von Mackensen, circa l'armistizio ed il suo significato[99].
Poco prima che Umberto venisse informato, alle 18.45 del 8 settembre si svolse al Quirinale una riunione presenti il Re, Badoglio, Acquarone, Carboni, i ministri della Guerra e dell'Aeronautica, durante la quale sarebbe stato riferito al Re che l'unica soluzione era spostarsi nell'unica zona d'Italia non ancora occupata dalle due parti del conflitto, così da "salvaguardare l'indipendenza del governo e negoziare condizioni d'armistizio più onorevoli"[100].
Alle 19.30, i sovrani tornarono al Quirinale, dove giunsero anche i piccoli Ottone ed Elisabetta d'Assia con la tata: la regina chiamò l'addetto alla sicurezza Nicola Marchitto e gli disse di portarli al sicuro in Vaticano, perché troppo piccoli per essere portati con loro. Alle 21.20 il corteo si diresse al ministero della guerra, e intorno alle 5 del mattino partì uscendo furtivamente da un portone secondario di Palazzo Baracchini, sulla stretta via Napoli. Rosa Perone Gallotti, cameriera personale dei sovrani, definì la partenza come un «pandemonio [...] Ministri, militari e gentiluomini volevano partire per primi, facevano ressa per la paura. Fu una vergogna, davvero.»[101]. Della partenza da Roma e di come si svolse Umberto II parlò durante un'intervista televisiva con lo storico Nicola Caracciolo, avvenuta nel 1979, confluita nel documentario "Il piccolo re".
« Aver lasciato Roma in quel modo può essere stato uno sbaglio [...] In quel modo, senza avvisare i ministri. E ancor adesso sono convinto che i ministri non abbiano avuto modo di raggiungere - non so - il re, oppure non aver potuto prendere le disposizioni. Si sarebbero svegliati la mattina [...] ed avrebbero potuto trovarsi i tedeschi in casa e rischiare veramente molto. Cosa che [...] non accadde. Ma l'impressione che loro diedero fu molto sfavorevole, soprattutto al maresciallo Badoglio. L'impressione di essere stati dimenticati.[102] »


Nella stessa intervista, alla precisa domanda sul perché il governo avesse deciso di lasciare la capitale senza organizzare alcuna resistenza militare, disse:
« Non c'era il mezzo di poter difendere Roma. E poi, se anche uno avesse potuto farlo, avrebbe dato ragione e agli alleati e ai tedeschi di reagire. E sappiamo in che modo avrebbero reagito. [...] Avrebbero avuto ragione per bombardare. Se i tedeschi avessero fatto qualcosa su Roma, sarebbe stata la fine di Roma [...] e poi era stata anche dichiarata città aperta. E poi c'era la questione della presenza del Papa [...][103] »


Tale parere di Umberto, tuttavia, è smentito da diverse fonti e da diversi dati storici. Sia il comandante tedesco del fronte sud, Feldmaresciallo Albert Kesselring, sia il suo Capo di Stato maggiore, Siegfrid Westphal nel dopoguerra sostennero che, in presenza di resistenza armata italiana organizzata a Roma e visto il contemporaneo Sbarco di Salerno, la situazione tedesca si sarebbe fatta "disperata" e le probabilità di occupare con successo Roma e gran parte d'Italia molto remote. Per altro, parallelamente alla fuga dei reali in auto lungo la via Tiburtina, avvenne quella del personale diplomatico tedesco via treno, inclusi l'ambasciatore germanico e il console Eitel Moellhousen, che avevano in tutta fretta disposto la distruzione di tutti i documenti sensibili dell'ambasciata tedesca appena dopo esser stati personalmente informati da Guariglia della situazione, evidentemente giudicata anche da essi come disperata[104].
Umberto partì quindici minuti dopo i genitori e per tutta la durata del viaggio espresse più volte la propria intenzione di restare, come comandante militare, a guidare una resistenza delle truppe e a rappresentare la Corona nella capitale, contestando l'ordine del padre[105]. Era conscio che, sebbene apparisse ragionevole tentare salvare la continuità delle istituzioni statali, il trasferimento del Re e del governo, operato in quella maniera, si stava svolgendo nel modo peggiore, tale da arrecare un danno gravissimo anche al prestigio della Corona[106].
Nel viaggio da Roma, al bivio per Bracciarola (presso Chieti, quasi giunti alla destinazione prevista di Pescara), fermatosi il convoglio per un carretto in mezzo alla strada, il Principe scese e si affiancò alla macchina dove c'era il Re per esprimergli l'intenzione di tornare indietro: il padre gli rispose in piemontese «Beppo, s'at piju, at massu» cioè «Beppo, se ti prendono ti ammazzano». Più tardi, giunti presso il castello di Crecchio, ospiti dai duchi di Bovino, parlando con il maggiore pilota Carlo Ruspoli, già suo compagno di corso al collegio militare, Umberto esplorò lo possibilità di tornare nella capitale in aereo, e di questo parlò con il generale Puntoni[107], aiutante di campo del Re. «La mia partenza da Roma è stato semplicemente uno sbaglio. Penso che sarebbe opportuno io tornassi indietro: la presenza di un membro della mia Casa nella capitale, in momenti così gravi la reputo indispensabile»[108].
Badoglio gli disse «Le devo ricordare che lei è un soldato, e poiché porta le stellette deve obbedire»: egli, il Re ed Acquarone addussero motivi di sicurezza personale e politici: il suo gesto avrebbe screditato il governo ed il sovrano[109]. La stessa duchessa di Bovino Antonia de Riseis cercò di convincerlo a tornare a Roma per organizzare una resistenza armata e galvanizzare il morale delle truppe, ma il Principe le rispose che in quel momento un tale atto sarebbe parso una ribellione, mentre tutti dovevano collaborare per non indebolire l'autorità sovrana, stringendolesi attorno[110]. Ulteriore tentativo di Umberto di opporsi alle decisioni regie e governative avvenne all'aeroporto di Pescara, nel pomeriggio del 9 settembre, alla presenza di una nutrita parte della comitiva, quando egli espresse il desiderio di voler tornare a Roma per difendere l'onore di Casa Savoia: fu la regina, questa volta, a dirgli Beppo, tu n'iras pas on va te tuer cioè «Non andrai Beppo, ti uccideranno»[111].
Nell'intervista del 1979, invece, Umberto II smentì questi fatti:
« Si è detto che durante il viaggio io dissentivo, è vero, ma non dalla decisione di mio padre, che mi è sempre parsa meditata, ma da come i fatti andavano evolvendo. [...] Ci fu una riunione ed io dissi, se avete bisogno che qualcuno torni a Roma, ovviamente io sono disponibile. Non andrai oltre, assolutamente.[112]. »


Questa menzogna fu frutto di lealismo dinastico e di insita disciplina familiare, tale da fargli preferire essere accomunato nelle critiche rivolte al padre e a Badoglio che, dimostrando a posteriori di essere stato più lungimirante di loro, condannare le scelte paterne[113][114].
L'imbarco al molo di Ortona per Brindisi avvenne, sotto l'oscuramento, alle 23.30 e nella calca frenetica dei molti ufficiali e dignitari che volevano salire sulle due navi mandate dal ministro Raffaele de Courten, il Principe dovette fendere personalmente la folla, per poter passare assieme ai genitori. A Brindisi il Principe prese alloggio nella palazzina dell'ammiragliato, dove ebbe un colloquio con Roatta ed il maggiore Ruspoli.
La Luogotenenza [modifica]


Umberto II con Maria José e i figli.
Nel giugno del 1944, dopo la liberazione di Roma, Vittorio Emanuele III nominò il figlio Luogotenente Generale del Regno in base agli accordi tra le varie forze politiche che formano il Comitato di Liberazione Nazionale, che prevedevano di «congelare» la questione istituzionale fino al termine del conflitto. Umberto, dunque, esercitò di fatto le prerogative del sovrano senza tuttavia possedere la dignità di re, che rimase a Vittorio Emanuele III, restato in disparte a Salerno. In realtà si trattava di un compromesso suggerito dall'ex presidente della Camera Enrico De Nicola, poiché i capi dei partiti antifascisti avrebbero preferito l'abdicazione di Vittorio Emanuele III, la rinuncia al trono da parte di Umberto e la nomina immediata di un reggente civile. Il Luogotenente si guadagnò ben presto la fiducia degli Alleati grazie alla scelta di mantenere la monarchia italiana su posizioni filooccidentali.
Umberto firmò su pressione americana[115] il decreto legislativo luogotenenziale 151/1944, che stabiliva che «dopo la liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali» sarebbero state «scelte dal popolo italiano, che a tal fine» avrebbe eletto «a suffragio universale, diretto e segreto, un'Assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato» dando per la prima volta il voto alle donne.
Formò quindi la Commissione per redigere lo Statuto della Sicilia in conformità con il suo intento di evitare la secessione dell'isola ad opera dei movimenti indipendentisti.
Nel corso dei due anni trascorsi al Quirinale, Umberto era assecondato da una piccola cerchia di fedelissimi formata più da tecnici che da politici. Il suo consigliere più ascoltato era il ministro della Real Casa Falcone Lucifero. I margini di azione della corte erano però limitati, anche a causa dell'esiguità dei fondi a disposizione (il Luogotenente dispone solo della metà della "lista civile", il resto spettante al padre). Di qui la soluzione di acquisire benemerenze largheggiando nella concessione di onorificenze e perfino di titoli nobiliari. Tuttavia, la storia dei cosiddetti "conti di Ciampino" appare infondata: Umberto II, quando si era recato a Ciampino il 13 giugno 1946, era stato accompagnato da un folto seguito, nel quale si trovavano anche alcune persone che avevano richiesto un titolo nobiliare. Nella confusione del momento, Umberto II si stava raccomandando con il ministro della Real Casa Falcone Lucifero di "far bene tutti i conti". Il riferimento era relativo alle spese che erano state sostenute nei giorni precedenti al referendum. Questa sua raccomandazione, però, è stata fraintesa da alcuni storici, che hanno ritenuto invece che, per gratitudine nei confronti di quei fedeli, Umberto II avesse voluto «farli tutti conti»[116].
Abdicazione del padre e referendum costituzionale [modifica]
Il 9 maggio 1946, ad appena un mese dallo svolgimento del referendum istituzionale che dovrà decidere tra monarchia e repubblica, Vittorio Emanuele III abdicò e si trasferì in Egitto con la regina Elena, assumendo il nome di Conte di Pollenzo. Gli esponenti dei partiti di sinistra e i repubblicani denunceranno la violazione della tregua istituzionale negoziata attraverso l'istituto della luogotenenza, che avrebbe dovuto essere mantenuta fino alla risoluzione del nodo istituzionale (anche se il presidente del consiglio Alcide De Gasperi cercò, di minimizzare parlando di "fatto interno a casa Savoia"). La speranza di Casa Savoia era di far recuperare consensi all'istituto monarchico con l'uscita definitiva di scena del vecchio Re e grazie anche alla maggiore popolarità del nuovo sovrano Umberto II. Non vennero effettuate cerimonie formali di successione, in quanto lo stesso Statuto albertino prevedeva che all'abdicazione del sovrano seguisse la successione come monarca del principe ereditario.
Il 15 maggio 1946 Umberto II promulgò lo Statuto della Sicilia, che rese la regione autonoma. Fu la prima volta che in Italia si iniziò a parlare di autonomia regionale nell'ottica del rispetto delle particolarità locali. Lo Statuto è ancora oggi quello su cui si fonda la Regione Siciliana.
Nella giornata del 2 giugno e la mattina del 3 giugno 1946 ebbe dunque luogo il referendum istituzionale per scegliere tra la monarchia e la repubblica. Sia pure di misura, le fonti ufficiali parlarono di una maggioranza dei voti validi in favore della soluzione repubblicana, anche se non mancheranno ricorsi e voci di brogli.
Il 10 giugno alle ore 18.00 (nella Sala della Lupa a Montecitorio) la Corte di Cassazione diede lettura dei risultati del referendum (la Repubblica ottenne 12.717.923 voti mentre i favorevoli alla Monarchia risultarono 10.719.284), senza procedere alla proclamazione della Repubblica e rimandando ad una successiva seduta il giudizio definitivo su contestazioni, proteste e reclami.
La notte tra il 12 giugno e il 13 giugno 1946, senza attendere il 18 giugno, data nella quale la Corte di Cassazione avrebbe reso noti i risultati definitivi della consultazione referendaria, il Consiglio dei ministri, visti i gravi disordini di Napoli e stante l'impossibilità di un'intesa con Umberto II, proclamò l'instaurazione di un regime transitorio durante il quale l'esercizio delle funzioni di capo dello Stato spettava per legge al presidente del Consiglio in carica, Alcide De Gasperi[117].
Questo è il comunicato:
« Il Consiglio dei Ministri afferma che la proclamazione dei risultati del referendum, fatta il 10 giugno dalla Corte di Cassazione, ha portato automaticamente all'instaurazione di un regime transitorio durante il quale, fino a quando l'Assemblea Costituente non avrà nominato il Capo Provvisorio dello Stato, l'esercizio delle funzioni di Capo dello Stato medesimo spetta al Presidente del Consiglio in carica. La situazione creata dalla volontà del popolo non può considerarsi modificata dalle comunicazioni di Umberto II al Presidente del Consiglio. »

La comunicazione di Umberto II alla quale si accenna era uno scritto fatto pervenire la mattina del 12 giugno ad Alcide De Gasperi, con il quale il sovrano affermava che sarebbe rimasto fino a che la Corte di Cassazione non si fosse pronunciata nella seduta fissata per il giorno 18.
L'esilio [modifica]
Benché da più parti filomonarchiche gli pervenissero inviti a resistere, poiché si sospettavano brogli elettorali, Umberto II preferì prendere atto del fatto compiuto, pure perché l'alternativa poteva essere una guerra civile tra monarchici e repubblicani, cosa che era nell'aria con i fatti di Napoli e si voleva evitare ad un paese appena uscito da una guerra disastrosa un'ulteriore tragedia, e il 13 giugno partì in aeroplano da Ciampino dopo aver diramato un proclama [2] dove si parla, tra l'altro, di un "gesto rivoluzionario" del Consiglio dei ministri.
Giorni prima, Umberto II, nel considerare la legittimità' della monarchia come forma di regime di una nazione nei confronti del risultato referendario, aveva detto: «La Repubblica si può reggere col 51%, La Monarchia no. La Monarchia non è un partito. É un istituto mistico, irrazionale, capace di suscitare negli uomini, sudditi e principi incredibile volontà di sacrificio... deve essere un simbolo caro o è nulla.»[118][119]
Come meta scelse Cascais in Portogallo, seguendo l'esempio di Carlo Alberto, che si era recato in esilio a Oporto.
Con l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana il 1° gennaio 1948 l'esilio di Umberto II di Savoia acquista forza di legge costituzionale, essendo previsto dal primo capoverso della XIII disposizione finale e transitoria, i cui effetti cesseranno solo nel 2002 a seguito di una legge di revisione costituzionale.
L'unione con Maria José, in crisi da lungo tempo, si incrinerà definitivamente. L'ex regina lascia ben presto Cascais per trasferirsi a Merlinge, nei pressi di Ginevra, con il piccolo Vittorio Emanuele. Con Umberto rimangono le tre figlie Maria Pia, Maria Gabriella e Maria Beatrice, che presto diventeranno, a causa della loro vita sentimentale a volte tumultuosa, oggetto di morbose attenzioni da parte della stampa popolare e fonte di ulteriori dispiaceri per il padre[120].
A partire dal 1964 Umberto II subisce una serie di pesanti interventi chirurgici, probabilmente a causa del tumore che dopo lunghe sofferenze sarà la causa della sua morte. Muore a Ginevra il 18 marzo 1983, in una clinica dove era stato trasferito pochi giorni prima da Londra in un estremo quanto inutile tentativo di allungargli la vita.
Nel suo testamento Umberto lascia al Papa la Sindone, che dal 1578 era conservata nel Duomo di Torino a titolo di deposito. Trattandosi di una delle tante proprietà pervenute ai Savoia prima della proclamazione del Regno d'Italia, essa è stata esclusa dall'avocazione a favore dello Stato sancita dal secondo capoverso della XIII disposizione finale e transitoria della Costituzione.
Le spoglie dell'ultimo sovrano d'Italia riposano, per suo espresso volere, nell'Abbazia di Altacomba a fianco di quelle del re Carlo Felice, nella regione francese della Savoia dalla quale Casa Savoia ha tratto le sue origini storiche.
Umberto II ha voluto che, nella propria bara, fosse riposto il sigillo reale, grosso timbro che si trasmette di generazione in generazione quale simbolo visibile della legittimità nella linea dinastica e simbolo del gran maestro degli ordini cavallereschi di Casa Savoia. In tal modo, si ritiene che egli abbia inteso esplicitamente distinguere i suoi eredi dinastici da quelli civili, impedendo a questi ultimi di entrare in possesso del simbolo che avrebbe potuto ingenerare, nella pubblica opinione, la convinzione della loro qualità di successori dinastici[121].
Nel suo quasi quarantennale esilio Umberto II svolse opera di aiuto e sostegno verso gli italiani indiscriminatamente, in occasione di bisogni personali o di eventi drammatici. Tramite suoi rappresentanti fu sempre presente, anche come sponsor, a manifestazioni culturali, patriottiche o sociali. A Cascais ricevette decine di migliaia di persone e a tutti coloro che gli scrivevano rispondeva. Appassionato collezionista costituì una importante collezione di cimeli sabaudi. Scrisse un vastissimo volume sulla medaglistica sabauda.
Al suo funerale, disertato dalle autorità italiane (ad eccezione del console italiano di Lione), parteciparono 10.000 italiani che raggiunsero l'Abbazia di Altacomba vicino ad Aix-les-Bains nell'Alta Savoia. La RAI non trasmise la diretta televisiva. Alle esequie erano presenti: il Re e la Regina di Spagna, il Re e la Regina dei Belgi, il Granduca e la Granduchessa del Lussemburgo, il principe Ranieri di Monaco col figlio Alberto, il Duca di Kent in rappresentanza della Regina del Regno Unito, gli ex Re di Bulgaria, Romania e Grecia, i rappresentanti delle Case d'Asburgo, Borbone, Baviera e di altre Case ex regnanti. La Santa Sede era rappresentata dal Nunzio apostolico a Parigi.
Galleria d'immagini [modifica]

Come principe ereditario.
Umberto II di Savoia (circa 1920).

Umberto II di Savoia ad Alessandria (Piemonte) il 9 maggio 1926, durante l'inaugurazione della lapide ai Caduti dell'11° Reggimento Artiglieria da Campagna presso la Caserma Valfré.
Nozze di Umberto II di Savoia e Maria José, 1930.

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#Posté le vendredi 12 juin 2009 11:25

2 guerra mondiale

Seconda guerra mondiale
La seconda guerra mondiale è il conflitto che tra il 1939 e il 1945 vide confrontarsi da un lato le potenze dell'Asse guidate dalla Germania nazista e dall'altro gli Alleati scesi in campo per contrastare il disegno egemonico di Hitler. Viene definito «mondiale» in quanto - così come avvenuto in occasione della prima guerra mondiale - vi parteciparono nazioni di tutti i continenti e le operazioni belliche interessarono gran parte del pianeta. Il conflitto ebbe inizio con l'invasione della Polonia da parte della Germania, e si concluse con il bombardamento atomico ai danni del Giappone e la resa di quest'ultimo.
È considerato il più grande conflitto armato della storia, e costò all'umanità sei anni di incalcolabili sofferenze, distruzioni e massacri per un totale di 55 milioni di morti. Le popolazioni civili furono infatti coinvolte nel conflitto grazie all'utilizzo di armi sempre più potenti e distruttive. Nel corso della guerra si consumò anche la tragedia dell'Olocausto perpetrata dai nazisti nei confronti del popolo ebraico.
Al termine del conflitto si instaurò un nuovo ordine mondiale, fondato sulla contrapposizione tra Stati Uniti ed Unione Sovietica e durato fino al crollo di quest'ultima all'inizio degli anni novanta (guerra fredda), mentre l'Europa, ridotta ad un cumulo di macerie, perse definitivamente la propria egemonia sul pianeta.
Principali paesi coinvolti
Per approfondire, vedi la voce Lista di nazioni coinvolte nella seconda guerra mondiale.

•
o 1º settembre 1939 - 8 maggio 1945: Terzo Reich (Germania e Austria)[1]
o 1º settembre 1939: Polonia
o 3 settembre 1939 - 8 maggio 1945: Regno Unito e Australia
o 3 settembre 1939 - 8 maggio 1945: Francia
o 10 settembre 1939 - 15 agosto 1945: Canada
o 17 settembre 1939 - 8 maggio 1945: Unione Sovietica
o 30 novembre 1939 - 4 settembre 1944: Finlandia[1]
o 9 aprile 1940 - 4 maggio 1945: Danimarca e Norvegia
o 10 giugno 1940 - 25 aprile 1945: Italia[1]
o 28 ottobre 1940 1945 - Grecia
o 21 giugno 1941 - 1945: Ungheria[1]
o 7 dicembre 1941 - 15 agosto 1945: Giappone[1] e Stati Uniti
Fasi preliminari
Questa voce è parte della serie
Il Secolo breve

Antefatti
• Colonialismo
Grande Guerra
• Prima guerra mondiale
Periodo tra le due guerre
• Conseguenze della prima guerra mondiale
• Eventi precedenti la seconda guerra mondiale in Europa
Secondo conflitto
• Seconda guerra mondiale
Secondo dopoguerra
• Conferenza di Jalta
• Piano Marshall
• Guerra fredda

________________________________________
Questo box: vedi • disc. • mod.

Per approfondire, vedi la voce Eventi precedenti alla Seconda guerra mondiale in Europa.



Benito Mussolini ed Adolf Hitler.
Germania
Il risentimento tedesco nei confronti del trattamento subìto dopo la fine della prima guerra mondiale in base ai dettami del Trattato di Versailles (1919), e le susseguenti difficoltà economiche, permisero ad Adolf Hitler e al suo movimento politico(NSDAP) di prendere il potere in Germania e assumere il controllo totale della Nazione. Ignorando i vincoli imposti dal Trattato di Versailles, il 16 marzo 1935 riarmò l'esercito tedesco creando la Wehrmacht, il 7 marzo 1936 rimilitarizzò la zona di confine con la Francia (la Renania), il 12 marzo 1938 ottenne l'annessione dell'Austria (Anschluss), e con la Conferenza di Monaco l'1 ottobre 1938 dei Sudeti (Cecoslovacchia) e, il 13 marzo 1939, la Boemia e la Moravia. La Germania stipulò un trattato di non aggressione (Patto Molotov-Ribbentrop) con l'Unione Sovietica e nel 1939 avanzò pretese territoriali su parte della Polonia (il famoso Corridoio di Danzica). La Polonia rigettò le pretese e la Germania, il 1° settembre 1939, la invase con un pretesto (Incidente di Gleiwitz). Il 3 settembre, Regno Unito e Francia inizialmente riluttanti a "morire" per Danzica dichiararono guerra alla Germania.
Italia
In Italia, il 31 ottobre 1922 sale al governo Benito Mussolini. La nazione inizia una politica espansionistica e il 2 ottobre 1935 inizia una campagna in Etiopia per creare un impero coloniale. Il 5 maggio 1936 viene proclamato l'Impero. Il 7 aprile 1939 l'Italia invase l'Albania e due giorni dopo la annesse. Nel maggio 1939 l'Italia strinse il famoso Patto d'acciaio con la Germania. Allo scoppio della seconda guerra mondiale si dichiarò non belligerante.
Giappone
L'Impero giapponese invase la Cina nel settembre del 1931, usando la messa in scena del sabotaggio ferroviario di Mukden come pretesto per l'invasione della Manciuria. Anche se il governo giapponese si oppose all'azione, l'esercito fu in grado di agire in maniera indipendente e instaurò un governo fantoccio, creando uno stato separato: il Manchukuo.
Spagna
Teatro europeo
Per approfondire, vedi le voci Teatro europeo della seconda guerra mondiale e Fine della seconda guerra mondiale in Europa.

1939
Per approfondire, vedi la voce Cronologia della seconda guerra mondiale#1939.



Il teatro di guerra europeo.
Il periodo che va dal settembre del 1939 al maggio 1940 divenne noto come la finta guerra - guerra lampo. Le forze tedesche vennero spostate a ovest dopo l'attacco alla Polonia (durato una ventina di giorni), mentre il 17 settembre 1939 l'Armata Rossa sovietica metteva in atto un'invasione da est in applicazione del patto Molotov-Ribbentrop. La Francia si mobilitò lungo il suo confine, pesantemente difeso lungo la famosa Linea Maginot, mentre i britannici inviarono un corpo di spedizione in Francia. Ad eccezione di un breve attacco francese attraverso il Reno, ci furono poche ostilità, mentre ambo le parti ammassavano le proprie forze.
Nel frattempo, il 30 novembre 1939, l'Unione Sovietica aveva invaso la Finlandia dando il via alla Guerra d'inverno che si concluse nel marzo 1940 con la cessione di alcuni territori finlandesi all'Unione Sovietica che, tuttavia, non riuscì a completare l'invasione grazie alla tattica di guerriglia degli avversari sul suolo ghiacciato. Come più tardi risultò chiaro, il significato di questo attacco per l'URSS fu soprattutto dovuto alla consapevolezza che presto la Germania avrebbe attaccato e il retroterra finlandese avrebbe permesso all'URSS di difendere l'avamposto di Leningrado.
1940
Per approfondire, vedi la voce cronologia della seconda guerra mondiale#1940.

Il 9 aprile 1940 la Germania invase e annientò in breve la resistenza di Norvegia e Danimarca. Il 10 maggio 1940 le truppe tedesche attaccarono i Paesi Bassi e il Belgio e da qui, passando per la Foresta delle Ardenne e aggirando completamente la linea Maginot entrarono in Francia dando il via alla battaglia di Francia. La loro tattica della Blitzkrieg (guerra lampo) riuscì a sconfiggere i francesi e le armate britanniche in Francia.
A fine maggio del 1940 la Germania aveva rapidamente vinto le truppe di Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo e Inghilterra. Il dramma di Dunkerque si era oramai consumato: 75 divisioni distrutte, 340 000 uomini accerchiati, 1 200 000 prigionieri al prezzo di 10 255 morti 8 643 dispersi e 42 523 feriti. Credendo che la guerra fosse oramai terminata, il 10 giugno, Mussolini dichiarò, a sua volta, guerra agli Alleati.
Battaglia delle Alpi occidentali
Per approfondire, vedi la voce Battaglia delle Alpi Occidentali.

Il 18 giugno la Francia venne investita dall'attacco italiano: I, III, IV e VII armata premettero contro 1 divisione coloniale e 3 divisioni di fanteria. A Badoglio che avrebbe lamentato il fatto che: «l'esercito italiano non avesse neppure le camicie» Mussolini avrebbe risposto: «voi non capite, io ho bisogno di qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo di pace»[2]. La propaganda francese considerò l'attacco alla Francia come pugnalata alla schiena. Nonostante la rotta generale dell'esercito francese, le truppe italiane non riuscirono a sfondare le linee nemiche. Al termine della Battaglia delle Alpi Occidentali a favore dell'Italia ci furono solo alcuni aggiustamenti territoriali (Mentone) e la smilitarizzazione della fascia di confine.


Soldato italiano in osservazione.
Il costo della guerra per l'Italia
Le conseguenze della guerra non tardarono a farsi sentire per l'Italia: il 14 giugno, dopo soli quattro giorni dalla dichiarazione di guerra, Genova venne bombardata da Inglesi e Francesi. Inoltre a causa del mancato preavviso la flotta mercantile perse, all'improvviso, tutto il naviglio che si trovava nei porti di nazioni divenute ostili.
La resa della Francia
Per approfondire, vedi la voce Campagna di Francia.

Il 5 giugno 1940 con un violento bombardamento aereo sulla linea della Somme e sull'Aisne, nonchè sulle truppe francesi dislocate ad Abbeville e sulla Linea Maginot, inizia la "Battaglia di Francia" cioè l'invasione della Germania del suolo francese.
Il 10 giugno i tedeschi attraversano la Senna, l'esercito francese si ritira disordinatamente sulla Loira, il gen. Weygand annucia che il fronte è stato definitivamente sfondato. Il governo francese si trasferisce da Parigi a Tours mentre lo raggiunge la notizia che l'Italia sta per dichiarare guerra alla Francia e alla Gran Bretagna.
L'11 giugno il governatore militare di Parigi gen. Hering, annucia che la città è stata dichiarata "città aperta",che verrà occupata dai tedeschi il 14 giugno, risparmiando così la città da incursioni aeree o di artiglieria. Intanto anche Reims cade in mano tedesche, l'esercito francese è ormai decimato e praticamente inoffensivo.
Nella notte del 16 giugno Reynard si dimette dall'incarico di Presidente del Consiglio francese a causa di divergenze con il Consiglio dei Ministri in merito alla discussione sulla proposta di De Gaulle (trasferitosi a Londra il giorno prima) di un "Unione franco-britannica", in sostanza la fusione dei due stati in uno solo. Il maresciallo Philippe Petain forma subito un nuovo gabinetto e alle 23 incarica il suo Ministro degli Esteri Paul Baudouin di chiedere l'armistizio ai tedeschi. Alle 24 tramite l'ambasciatore spagnolo a Parigi, il governo francese presenta ufficialmente la richiesta di armistizio. Intanto la Wehrmacht conquista Digione, aggira la Linea Maginot e nel giro di pochi giorni invade Brest, Nantes e Samur dopo aver già conquistato tra le altre Caen, Rennes e Le Mans.
Il 19 giugno il governo tedesco si dichiara pronto a far conoscere le clausole per la cessazione delle ostilità e richiede l'invio di plenipotenziari suggerendo al governo francese di mettersi in contatto con l'Italia per trattative analoghe. Suggerimento applicato già dal giorno seguente; ciò fece in modo di fermare l'attacco armato delle truppe armate iniziato tre giorni prima.
Alle 15,30 del 21 giugno Hitler riceve i plenipotenziari francesi, le condizioni della resa sono molto pesanti: 3/5 del territorio nazionale verranno occupati dall'invasore, non saranno resi prigionieri, le spese di occupazione verranno fissate a discrezione del vincitore, l'esercito sarà ridotto a 100.000 uomini.
Il 22 giugno alle ore 18,30 il rappresentante della delegazione francese gen. Huntzinger e il gen. Keitel, Capo di Stato Maggiore della Wehrmacht, firmano l'armistizio. Vennero lasciate alla Germania il possesso di Parigi, del nord e di tutta la costa atlantica, mentre la Francia centro-meridionale rimaneva indipendente con le sue colonie, e il governo si insediava nella cittadina di Vichy. Nonostante le assicurazioni francesi che in nessun caso la flotta sarebbe stata consegnata ai tedeschi o agli italiani, l'Ammiragliato britannico diede avvio ad un'azione (nota come Operazione Catapult) volta a devitalizzare le navi da guerra francesi che, lasciata la Francia, erano ancorate nelle basi algerine di Mers el Kebir e Orano. Il risultato di questa azione, oltre a mille morti fra i marinai francesi, fu estremamente controproducente. Le navi francesi che furono in grado di farlo rientrarono a Tolone, mentre quelle alle quali fu impossibile (come la corazzata Richelieu) reagirono energicamente a qualunque tentativo alleato di penetrare in Nordafrica. Una minima percentuale dei marinai francesi internati in Gran Bretagna aderì in seguito alla Francia libera.
Il 24 giugno alle 19,15 a Villa Olgiata presso Roma, il gen. Huntzinger e il gen. Badoglio firmano l'armistizio tra Italia e Francia, mentre poche ore più tardi alle 1,35 del 25 giugno entra ufficialmente in vigore l'armistizio franco-tedesco.
La guerra continua
Nel giugno del 1940 l'Unione Sovietica occupò la Lituania, l'Estonia e la Lettonia.
Non trovando vie per una pace con la Gran Bretagna la Germania iniziò una campagna di bombardamenti strategici che venne chiamata dai britannici the Blitz. Quella che passò alla storia come la battaglia d'Inghilterra (10 luglio - 31 ottobre 1940) però non ottenne i risultati sperati: se inizialmente la Luftwaffe bombardava i centri di controllo della Royal Air Force, in seguito la tattica si trasformò nel semplice bombardamento terroristico di Londra. Ciò permise alle fabbriche inglesi di produrre aerei in gran quantità e alla RAF di ottenere il dominio dei cieli indispensabile per contrastare l'Operazione Leone Marino, l'invasione della Gran Bretagna già pianificata dal comando tedesco ma mai realizzata.


Militari Italiani al fronte.
Allo scopo di portare la Gran Bretagna alla sottomissione la Germania attuò anche un blocco navale, la Battaglia dell'Atlantico, svolta soprattutto dai famigerati U-Boot. Secondo una teoria accreditata, in realtà Hitler perseguì malvolentieri la campagna contro la Gran Bretagna, ritenendo che l'avversario inglese fosse ormai fuori combattimento e che prima o poi avrebbe chiesto un armistizio. Tutti i suoi piani erano rivolti all'Est, alla campagna contro l'Unione Sovietica, e pertanto non allocò alla battaglia d'Inghilterra tutte le risorse che avrebbe dovuto e potuto impiegare.
Il 28 ottobre 1940 su personale iniziativa di Benito Mussolini l'Italia invase la Grecia partendo dalle basi in Albania. Sebbene in inferiorità numerica le forze greche respinsero gli invasori, penetrando anche in Albania, dando agli alleati la loro prima vittoria e costringendo Mussolini a chiedere aiuto ai tedeschi. I caduti italiani nell'attacco alla Grecia furono più di 13 000.
1941
Per approfondire, vedi la voce cronologia della seconda guerra mondiale#1941.

Lo stallo venutosi a creare in Grecia fu affrontato e risolto con l'invasione tedesca della Jugoslavia prima e della Grecia poi. Questa tuttavia non era nei piani di Hitler, che dovette risolversi a un tale passo vista l'inefficacia dell'attacco italiano. Dovendosi concentrare sui Balcani, la Germania dovette posporre l'invasione dell'Unione sovietica, già nei piani di battaglia fin dall'inizio del conflitto, e per Hitler strategicamente ben più importante. Intanto il 13 aprile Stalin mise a segno un colpo strategico a suo favore: firmò con il Giappone il Patto nippo-sovietico di non aggressione, di durata quinquennale, con il quale si coprì le spalle da un attacco giapponese che, in caso di guerra con la Germania di Hitler, avrebbe esposto l'Unione Sovietica a combattere su due fronti. [3] Per la Royal Navy la situazione nel Mediterraneo si fece difficile. Nonostante la brillante vittoria contro gli italiani presso battaglia di Capo Matapan (27 marzo), la Mediterranean Fleet subì pesanti perdite durante le operazioni per l'evacuazione della Grecia. In autunno il sommergibile tedesco U311 colò a picco la corazzata Barham, e in dicembre andarono perdute anche la Valiant e la Queen Elizabeth, ad opera dei mezzi d'assalto della marina italiana. Nel corso dello stesso anno la Mediterranean Fleet aveva perduto la portaerei Ark Royal, l'incrociatore pesante York, gli incrociatori Gloucester, Calcutta, Neptune, Fiji e numerosi cacciatorpediniere e unità minori. Gravi danni aveva subito anche la corazzata Nelson, silurata da aerei italiani, e le portaerei Illustrious e Formidable, gravemente danneggiate da bombardieri tedeschi. Le difficoltà create dalle pesanti perdite non impedirono alla flotta britannica di infliggere a sua volta gravi danni al traffico di rifornimenti tra Italia e Libia. Per quanto duramente provata dai bombardamenti aerei, la piazzaforte di Malta rimase una pericolosa spina nel fianco dei rifornimenti italo-tedeschi.
Il 22 giugno la Germania attaccò l'Unione Sovietica, rompendo il patto di non aggressione, con l'operazione Barbarossa. I russi furono colti ampiamente impreparati ma i tedeschi conquistarono faticosamente vaste aree di territorio, catturando centinaia di migliaia di soldati nemici. I sovietici si ritirarono, distruggendo tutto ciò che lasciavano al nemico e riposizionando in zone più remote gran parte dell'industria pesante, togliendola così dalla linea del fronte. Una tenace e disperata difesa impedì alla Germania di conquistare Mosca (che comunque non era uno degli obiettivi di Hitler, almeno inizialmente) prima dell'arrivo dell'inverno. La Germania, che si aspettava di finire la campagna in pochi mesi, non aveva le proprie armate equipaggiate per il combattimento nel rigido inverno russo.
Le truppe presenti in Africa orientale, dopo i primi, effimeri successi (Conquista di Cassala e occupazione della Somalia britannica), furono presto isolate. Nella primavera la maggior parte dell'Africa Orientale Italiana fu occupata dalle truppe britanniche. L'ultima piazzaforte italiana a cadere in mano inglese fu Gondar, dopo strenua difesa da parte del colonnello Guglielmo Nasi (27 novembre 1941 Battaglia di Gondar).
Il 7 dicembre 1941 con un'operazione a sorpresa, il Giappone bombardò il porto di Pearl Harbor distruggendo ed affondando la maggior parte delle navi alla fonda. La risposta statunitense fu immediata, il giorno dopo gli Stati Uniti d'America entrarono in guerra contro il Giappone ed i suoi alleati. L'escalation giapponese fu rapida e violenta. Malesia, Singapore, Birmania e Nuova Guinea vennero rapidamente invase. La resistenza statunitense nelle Filippine venne anch'essa rapidamente liquidata. La "forza Z", una squadra navale britannica composta dalla corazzata Prince of Wales e dall'incrociatore da battaglia Repulse venne annientata dall'aviazione della Marina Imperiale Giapponese, che in quel momento aveva gli equipaggi meglio addestrati alla guerra aeronavale.
1942
Per approfondire, vedi la voce cronologia della seconda guerra mondiale#1942.

Nella primavera del 1942 l'esercito tedesco portò nuovi attacchi, ma sembrò incapace di scegliere tra un attacco diretto a Mosca e la cattura dei pozzi petroliferi del Caucaso. Nell'ambito dell'operazione Torch sbarcarono sulle coste algerine truppe americane in aiuto a quelle inglesi impegnate nella battaglia contro l'Afrika Korps. Intanto,sul fronte russo combattevano anche i soldati del corpo di spedizione italiano, il CSIR che arrivò nell'estate del 1941, e che venne rinforzato dall'ARMIR giunto nell'estate del 1942, e resterà coinvolto in una disastrosa ritirata. Mosca venne ancora una volta risparmiata, e alla fine del 1942 i sovietici riuscirono a schiantare le linee del fronte dell'Asse a sud e a circondare la Sesta Armata Tedesca nella battaglia di Stalingrado.
1943
Per approfondire, vedi la voce cronologia della seconda guerra mondiale#1943.

Nel febbraio 1943, i miseri resti di un'armata tedesca forte di 300.000 uomini si arresero a Stalingrado. Nella primavera del 1943 i tedeschi furono in grado di reagire con successo nella terza battaglia di Kharkov, ma la loro offensiva nella gigantesca battaglia di Kursk (luglio 1943) fu così fallimentare che i russi furono in grado di contrattaccare e di recuperare il terreno perduto. Da quel momento in poi, l'Armata Rossa avrebbe avuto l'iniziativa ad est.
Al disastro tedesco di Stalingrado ne seguì un altro in Tunisia, con la perdita dell'ultimo caposaldo dell'Asse in Nordafrica e la cattura di un quarto di milione di soldati tedeschi e italiani (maggio 1943). Subito dopo gli Alleati usarono il Nordafrica come trampolino di lancio per l'invasione della Sicilia, l'Operazione Husky (luglio 1943) e dell'Italia continentale (settembre 1943), che Churchill descrisse come "il ventre molle dell'Europa". Tale operazione non fu ben vista dagli alti comandi alleati, perché in quel momento si stava preparando l'imponente Operazione Overlord, infatti i soldati alleati avevano a malapena le armi per combattere. Il 25 luglio Mussolini fu destituito e sostituito con il Maresciallo Pietro Badoglio. L'Italia si arrese, firmando l'armistizio il 3 settembre, reso poi pubblico l'8 settembre, ma le truppe tedesche si mossero a disarmare gli italiani e a difendersi in Italia da soli. Essi stabilirono una serie di resistenti linee difensive sulle montagne, ed i progressi degli alleati rallentarono.
1944
Per approfondire, vedi la voce cronologia della seconda guerra mondiale#1944.




Bombardamento di Amburgo
Il 20 febbraio gli statunitensi iniziano una settimana di bombardamenti delle fabbriche di velivoli tedesche. Nello stesso giorno gli Stati Uniti catturano l'Isola di Eniwetok. Mentre l'offensiva sovietica sul fronte orientale logorava le armate tedesche facendole arretrare oltre i confini originali dell'URSS, gli Alleati invasero la Francia settentrionale con l'Operazione Overlord il 6 giugno 1944 e liberarono gran parte della Francia e di Belgio e Olanda per la fine dell'anno. Contemporaneamente all'invasione della Francia, gli Alleati conquistarono Roma (4 giugno) e, in poche settimane, il resto dell'Italia Centrale, fino ad entrare in Romagna, dove vennero occupate le località, cariche di un forte valore simbolico, di Predappio, paese natale di Mussolini, e di Forlì, la "Città del Duce". Dopo una disperata reazione dell'esercito tedesco nell'Offensiva delle Ardenne ("La battaglia dei giganti") del dicembre 1944, gli Alleati entrarono in Germania nel 1944.
1945
Per approfondire, vedi la voce cronologia della seconda guerra mondiale#1945.



Il fungo dopo il bombardamento su Nagasaki a 18 km dal suolo.
Il quadro dei rapporti internazionali sorto attorno al secondo anno del conflitto vede nella seconda metà del 1945 il suo definitivo deterioramento. Gli eventi militari cominciano a delineare l'imminente revisione delle alleanze, così che mentre l'armata tedesca subisce il suo definitivo annientamento sui tre fronti europei, già si vengono chiarendo quali sono i veri interessi in gioco da parte di Stati Uniti e Unione Sovietica.
Non c'è dubbio che un ruolo importante nel cambiamento dello scenario mondiale lo ebbe il nuovo presidente degli Stati Uniti, Harry S. Truman, portatore di interessi e tendenze sociali che da anni covavano un profondo risentimento per i principi ispiratori del riformismo rooseveltiano del New Deal. E soprattutto per la sua tolleranza verso il "nemico" per antonomasia: l'URSS.
In quest'ottica, la storiografia contemporanea, avvantaggiata dalla conoscenza di documenti diplomatici solo recentemente desecretati, tende a leggere tutta la fase finale del conflitto mondiale, e soprattutto gli eventi legati alla Guerra civile in Grecia e alla liberazione dell'Italia del nord, più nell'ottica della politica di contenimento del comunismo che in quella più ideale, e finora indiscussa, di un ristabilimento incondizionato della libertà e della democrazia. I compromessi degli Alleati con la mafia siciliana, l'intolleranza nei confronti dei partigiani greci, le trattative già in atto fin dal '45 con i gerarchi nazisti minori, i bombardamenti indiscriminati operati in Italia e Germania a guerra quasi conclusa come forma di ammonimento nei confronti dell'Armata Rossa: tutto concorre a tracciare un quadro politico già definito nei termini di un confronto tra i "blocchi", per il quale tutto era considerato lecito, da entrambe le parti. Anche l'uso della bomba atomica.
Ormai è accertato, infatti, che il Giappone non costituiva più, almeno dall'inizio dell'anno, una seria minaccia per nessuno; che esso gran parte (soprattutto dopo la sostituzione del governo Tojo con quello Koiso) della classe politica del paese era alla ricerca di uno spiraglio attraverso il quale uscire con un minimo di onore dalla guerra, ma questo cozzava contro la decisione alleata di accettare solo una resa incondizionata[4]. In un'ottica che già prefigurava la guerra fredda l'obbiettivo statunitense era di impedire l'occupazione russa di parte del Giappone conquistandolo anzitempo ed a questo fine erano già pronte 10[senza fonte] armi nucleari.
Nelle sue memorie sulla guerra Churchill scrive:
« A quanto pareva eravamo entrati (...) in possesso (...) di un mezzo provvidenziale per abbreviare il macello in Oriente (...) sventare un vasto, indefinito massacro, mettere fine alla guerra »
(Winston Churchill, La seconda guerra mondiale vol. VI)
bisogna infatti ricordare che dopo la campagna di Okinawa negli alti comandi alleati si era diffusa la convinzione che un sbarco in Giappone sarebbe stato un massacro[5] tuttavia tali tesi erano contrastate dall'analisi (generalmente condivisa) che il Giappone avendo perso il 90 della sua marina mercantile e la quasi totalità della flotta di superficie si sarebbe dovuto presto arrendere per fame, tesi avvalorata dai sondaggi di pace effettuti dall'imperatore tramite l'ambasciata a Mosca [6].
Alla conferenza apertasi a luglio nel sobborgo berlinese di Potsdam, Truman e Stalin non avevano più nulla da dirsi: ciascuno dei due perseguiva già piani strategici e politici in netta rotta di collisione. E Churchill, forse il vero grande stratega di tutta l'immensa tragedia appena conclusa, era appena stato "licenziato" dai suoi concittadini, stanchi di guerra e di retorica.
Teatro asiatico
Per approfondire, vedi la voce guerra del Pacifico (seconda guerra mondiale).

I giapponesi avevano già invaso la Cina nel 1937-38, prima che la seconda guerra mondiale iniziasse in Europa. Con gli Stati Uniti e altre nazioni che bloccavano le esportazioni verso il Giappone, quest'ultimo decise di bombardare Pearl Harbor il 7 dicembre 1941 senza una preventiva dichiarazione di guerra. Il danno per la Flotta Americana del Pacifico fu grave, anche se le portaerei scamparono perché si trovavano al largo. Le forze giapponesi invasero simultaneamente i possedimenti britannici in Malesia e Borneo e le Filippine occupate dagli americani, con l'intenzione di assediare i pozzi petroliferi delle Indie Orientali Olandesi. L'isola fortezza britannica di Singapore venne catturata in quella che Churchill considerò una delle più umilianti sconfitte britanniche di tutti i tempi.



Day of infamy: l'annuncio di Roosevelt
Nel maggio 1942 l'invasione giapponese di Port Moresby, che se avesse avuto successo li avrebbe messi a portata di tiro dell'Australia, venne sventata dalle forze navali statunitensi nella battaglia del mar dei Coralli, divenendo sia la prima efficace opposizione ai piani giapponesi, che la prima battaglia navale combattuta principalmente tra portaerei. Un mese dopo la Marina statunitense prevenne l'invasione delle isole Midway, questa volta distruggendo quattro portaerei, che l'industria giapponese non fu in grado di rimpiazzare, e mettendo il Giappone sulla difensiva.
I capi alleati si erano accordati, ancora prima dell'ingresso degli USA nella guerra, che la priorità andava alla sconfitta della Germania. Cionondimeno, gli Stati Uniti e altre forze, inclusa l'Australia, iniziarono a metà del 1942 a riguadagnare i territori catturati, contro l'amara e determinata difesa delle truppe giapponesi. Guadalcanal venne assalita dal mare dai Marines statunitensi, mentre l'esercito guidato dal generale MacArthur si sforzò di riprendere le zone occupate della Nuova Guinea. Le isole Salomone furono riprese nel 1943, Nuova Britannia e Nuova Irlanda nel 1944. Le Filippine furono attaccate nel tardo 1944 a seguito della battaglia del Golfo di Leyte.
L'Armata nazionalista Kuomintang di Chiang Kai-shek e l'Armata comunista cinese di Mao Zedong si accordarono per mettere da parte le differenze e opporsi al Giappone nelle aree occupate della Cina, ma senza cooperare.
All'inizio del 1945, l'Unione Sovietica dichiarò guerra al Giappone, attaccando i suoi possessi in Manciuria ad agosto. Dopo il bombardamento di Tokyo con bombe incendiarie e l'attacco atomico contro Hiroshima e Nagasaki da parte dell'aeronautica statunitense, i giapponesi si arresero.
Teatro africano e medio orientale


Rommel, la Volpe del deserto
Per approfondire, vedi la voce campagna del Nord Africa.

La guerra in Nordafrica iniziò nel 1940, quando, dopo molte esitazioni, le truppe italiane avanzarono in Egitto, fino a Sidi El Barrani, a circa 90km dal confine libico. Le truppe italiane, sebbene molto superiori di numero, erano mal comandate e scarsamente equipaggiate. In autunno una controffensiva condotta dal generale sir Archibald Wavell con un corpo d'armata di circa 30.000 uomini sbaragliò una forza di oltre 200.000 italiani, facendo decine di migliaia di prigionieri e avanzando fino al golfo della Sirte. Nei primi mesi del 1941 le prime forze tedesche comandate da Erwin Rommel sbarcarono in Libia. Il generale tedesco assunse il comando delle operazioni sul campo, mentre il comando supremo, piuttosto pavido e indeciso, rimase ai generali italiani. La controffensiva italo-tedesca portò a controllare nuovamente la Cirenaica, eccettuata la città di Tobruk, che rimase in mano britannica e sotto assedio. In compenso, nel giugno 1941 le forze alleate invasero la Siria e il Libano, occupando Damasco il 17 giugno e prevenendo una penetrazione italo-tedesca in Siria. Allo stesso modo le forze britanniche presero il controllo dell'Iraq, e congiuntamente con l'Armata Rossa (l'Unione Sovietica era stata attaccata il 22 giugno), invasero l'Iran. Entrambi i Paesi erano fonti petrolifere irrinunciabili.
L'Afrika Korps di Rommel avanzò rapidamente ad est, portando l'assedio al vitale porto di Tobruk. Le truppe, principalmente australiane, che difendevano la città, resistettero finché vennero rilevate, ma una rinnovata offensiva dell'Asse portò alla cattura della città e spinse indietro l'Ottava Armata Britannica fino alla linea di El Alamein.
La prima battaglia di El Alamein ebbe luogo tra il 1º luglio e il 27 luglio 1942. La truppe dell'Asse erano avanzate fino all'ultimo punto difendibile prima di Alessandria d'Egitto e del Canale di Suez. Comunque rimasero a corto di rifornimenti e i britannici ebbero modo di allestire una solida linea difensiva. La seconda battaglia di El Alamein avvenne tra il 23 ottobre e il 3 novembre 1942 dopo che il generale Bernard Montgomery aveva sostituito Claude Auchinleck come comandante dell'Ottava Armata. Le forze del Commonwealth lanciarono l'offensiva e nonostante la disperata resistenza delle divisioni italiane (tra le quali ricordiamo la Folgore e la Ariete) e tedesche sfondarono il fronte facendo migliaia e migliaia di prigionieri. Rommel venne respinto indietro, e questa volta non si fermò fino a che non giunse in Tunisia.
A complemento di questa vittoria, l'8 novembre 1942, truppe americane e britanniche sbarcarono in Marocco e Algeria durante l'operazione Torch. Le forze locali della Francia di Vichy opposero poca resistenza prima di unirsi alle forze alleate. Infine, le truppe tedesche e italiane vennero prese nella morsa di una doppia avanzata dall'Algeria e dalla Libia. Avanzando da est e da ovest, gli Alleati spinsero le forze dell'Asse completamente fuori dall'Africa e il 13 maggio 1943, i resti delle truppe italiane e tedesche in Nordafrica si arresero. Furono presi 250.000 prigionieri; quasi tanti come a Stalingrado.
Il Nordafrica venne usato come punto di partenza per l'invasione della Sicilia e dell'Italia nel 1943.
Importanza storica


I tre grandi a Yalta: Churchill, Roosevelt e Stalin
Contrariamente a quanto accadde con la prima guerra mondiale, i vincitori occidentali non chiesero compensazioni alle nazioni sconfitte. Al contrario, un piano creato dal Segretario di Stato statunitense George Marshall, il "Piano di Recupero Economico", meglio noto come piano Marshall, chiese al Congresso degli Stati Uniti di allocare miliardi di dollari per la ricostruzione dell'Europa.
Siccome la Società delle Nazioni aveva chiaramente fallito nel prevenire la guerra, un nuovo ordine internazionale venne costruito. Nel 1945 vennero fondate le Nazioni Unite.
La porzione di Europa occupata o dominata dall'Unione Sovietica non beneficiò del Piano Marshall. Nel Trattato di Pace di Parigi, ai nemici dell'Unione Sovietica (Ungheria, Finlandia e Romania) venne richiesto di pagare le riparazioni di guerra per 300.000.000 di dollari ciascuna (in dollari del 1938) all'USSR e ai suoi satelliti. All'Italia ne furono chiesti 360.000.000, divisi principalmente tra Grecia, Jugoslavia e Unione Sovietica.
Nelle aree occupate dall'Unione Sovietica alla fine della guerra, vennero installati regimi fantoccio comunisti (Ungheria e Cecoslovacchia sono per il momento escluse dal processo), contro le obiezioni degli altri alleati e dei governi in esilio. La Germania venne divisa in due stati, con la parte orientale che divenne uno stato comunista separato. Usando le parole di Churchill, "una Cortina di ferro è calata attraverso l'Europa". Come conseguenza, ciò portò all'impegno americano nell'evitare il propagarsi dell'ideologia comunista nell'Europa occidentale con la formazione della NATO ed il ricorso alla Guerra Fredda.
Il rimpatrio, conformemente ai termini della Conferenza di Yalta, di due milioni di soldati russi che erano stati sotto il controllo delle forze armate britanniche e americane, risultò per molti di loro una condanna a morte.
L'imponente ricerca e sviluppo coinvolti nel Progetto Manhattan, allo scopo di ottenere rapidamente un'arma nucleare funzionante, ebbe un profondo effetto sulla comunità scientifica, sia dal punto di vista puramente tecnico, che dal punto di vista filosofico e morale.
Nella sfera militare, sembrò che la seconda guerra mondiale avesse marcato l'avvento dell'era della potenza aerea, principalmente a spese delle navi da guerra. Mentre il pendolo continua a oscillare in questa interminabile competizione, l'aviazione è ora una delle componenti fondamentali di ogni azione militare.
La guerra fu, anche, una linea di demarcazione per gli eserciti di massa. Anche se enormi eserciti composti da truppe scadenti si sarebbero visti ancora (durante la guerra di Corea e in diversi conflitti africani), dopo questa vittoria, le principali potenze occidentali si affidarono maggiormente a piccoli eserciti altamente addestrati.
Dopo la guerra, molti alti esponenti della Germania Nazista vennero processati per crimini di guerra, così come per gli omicidi di massa dell'olocausto (commessi principalmente nella zona del Governatorato Generale), al Processo di Norimberga. Similarmente, i capi giapponesi vennero giudicati nel Processo per crimini di guerra di Tokyo. In altre nazioni, ad esempio in Finlandia, gli Alleati chiesero che la leadership politica venisse giudicata in un "processo per le responsabilità di guerra", ovvero non per crimini di guerra. Una delle poche eccezioni è rappresentata dall'Italia, dove non si arriverà mai ad un processo contro i vari criminali di guerra.
La sconfitta del Giappone, e la sua occupazione da parte delle forze americane, portò a un'occidentalizzazione del paese che fu molto più estesa di quanto non sarebbe stato altrimenti. Il Giappone si avvicinò di più alla democrazia di stampo occidentale. Questo grande sforzo portò il Giappone del dopoguerra al miracolo economico ed a diventare la seconda economia mondiale. Anche la Germania, pur uscendo sconfitta dalla seconda guerra mondiale, riuscì a risollevarsi nel dopoguerra, diventando una delle principali forze economiche europee.
Operazioni militari
Per approfondire, vedi la voce Lista di operazioni militari durante la Seconda guerra mondiale.

Battaglie terrestri
• Battaglia di al Gazala
• Battaglia delle Alpi Occidentali
• Battaglia di Berlino
• Battaglia dei Cento Reggimenti
• Battaglia di Changsha
• Battaglia di Creta
• Battaglia di Dunkerque "Operazione Dinamo"
• Prima battaglia di El Alamein
• Seconda battaglia di El Alamein
• Battaglia della foresta di Hurtgen
• Battaglia di Guam
• Battaglia d'Inghilterra
• Battaglia di Iwo Jima
• Battaglia di Kursk
• Battaglia di Leyte
• Battaglia di Luzon
• Battaglia di Mindanao
• Battaglia di Monte Cassino
• Battaglia di Mosca
• Battaglia di Okinawa
• Battaglia del passo di Kasserine
• Battaglia di Peleliu
• Battaglia del Ponte Lugou
• Battaglia di Saipan
• Battaglia di Stalingrado
• Battaglia di Tai er zhuang
• Battaglia di Tarawa
• Battaglia di Târgu Frumos
• Battaglia di Tinian
• Campagna di Francia "Caso Giallo"
• Campagna di Polonia "Caso Bianco"
• Campagna delle isole Marianne e Palau
• Guerra Unione Sovietica-Giappone
• Offensiva delle Ardenne
• Operazione Avalanche
• Operazione Barbarossa
• Operazione Blu
• Operazione Compass
• Operazione Market Garden (Battaglia di Arnhem)
• Sbarco in Normandia (D-Day, Operazione Overlord)
Battaglie navali
• Battaglia del Rio de la Plata
• Distruzione della flotta francese a Mers-el-Kebir
• Battaglia dell'Atlantico (1939-1945)
• Caccia alla Bismarck
• Notte di Taranto
• Battaglia di mezzo agosto
• Battaglia di Guadalcanal
• Battaglia del Golfo di Leyte
• Battaglia di Capo Matapan
• Battaglia del Mar dei Coralli
• Battaglia delle Midway
• Prima battaglia di Narvik
• Seconda battaglia di Narvik
• Battaglia di Pearl Harbor
• Battaglia di Punta Stilo
• Battaglia di Capo Spada
Principali campagne di bombardamento
• Dresda
• Incursioni Baedeker
• Londra (The Blitz e le campagne delle V1 e V2)
• Hiroshima e Nagasaki
• Tokyo
• Varsavia
• Rotterdam
• Amburgo
• Malta
• Coventry
• Distruzione della flotta francese a Mers-el-Kébir
Vedi anche: Indagine sui bombardamenti strategici per l'impatto complessivo dei bombardamenti.
Linee difensive
Per approfondire, vedi la voce Categoria:Linee difensive della seconda guerra mondiale.

• Linea d'arresto Taunton
• Linea GHQ
• Linea Gotica
• Linea Hitler
• Linea Caesar
• Linea Albert
• Linea Gustav
• Linea Maginot
• Linea Sigfrido
• Linea Stalin
• Vallo Atlantico
• Vallo Alpino
o Vallo Alpino in Alto Adige
Massacri
Per approfondire, vedi la voce Categoria:Crimini perpetrati durante la seconda guerra mondiale.

• Bombardamento di Dresda
• Eccidio delle Fosse Ardeatine
• Eccidio di Cefalonia
• Massacri delle foibe
• Massacro di Biscari
• Massacro di Dachau
• Massacro di Katyn
• Massacro di Kiev
• Massacro di Malmedy
• Massacro di Marzabotto
• Massacro di Sant'Anna di Stazzema
• Strage della Benedicta
Aspetti politici e sociali della guerra
Alcune considerazioni sulle dinamiche politiche in atto negli anni del conflitto
1941


Piani tedeschi di smantellamento dell'Unione Sovietica
Il 1941 è un anno chiave nella storia della seconda guerra mondiale e dei suoi successivi esiti geo-politici. L'aggressione nazista contro l'Unione Sovietica e quella giapponese contro gli Stati Uniti paiono legate, alla luce degli eventi sopra riportati, da un sotterraneo filo conduttore. Alcuni dati ormai accertati sembrano confermare l'ipotesi che l'amministrazione del presidente Franklin Delano Roosevelt non solo fosse a conoscenza dei piani giapponesi per l'invasione del Pacifico, ma che addirittura abbia operato per provocare l'attacco nipponico[7], in un contesto sociale che vedeva l'opinione pubblica statunitense molto lontana dall'accettare la necessità di un ingresso americano nel conflitto europeo, e in un quadro internazionale di mutamenti politici ed economici che offriva agli Stati Uniti opportunità di espansione e supremazia globale mai prima verificatesi nella storia.
Solo così si spiegano le numerose iniziative politiche e legislative messe in atto da Roosevelt fin dall'inizio dell'anno, tutte mirate alla preparazione di un futuro impegno bellico mai pubblicamente ammesso fino al momento fatale.
Lo stesso si può dire per l'ambiguo comportamento di Stalin nei confronti di Hitler e del Giappone. Il dittatore sovietico firma il trattato di non aggressione con la Germania e contemporaneamente organizza la produzione del più versatile tra i mezzi corazzati - il T34 - apparsi su tutti i teatri di guerra, opponendo alla Wehrmacht una resistenza che stupì tutto il mondo, resa possibile anche dal fatto che egli poteva contare sulla conoscenza delle intenzioni giapponesi di spostare le ostilità dalla Russia verso le innumerevoli isole del Pacifico e le terre dell'Oceano Indiano.
In mezzo, dunque, il Giappone e i suoi nuovi interessi petroliferi e coloniali, che per meglio amministrare le proprie forze non esita a "tradire" le attese di Hitler volte all'annientamento della Russia e a scoprire le proprie carte in una sorta di romanzesco "triplo gioco".
In sostanza, sia gli USA che l'URSS sapevano che prima o poi sarebbero dovuti entrare in guerra, i primi per un preciso calcolo di convenienza (il popolo americano non dimostrò, fino all'ultimo, nessun interesse per la tragedia europea e preoccupazione nei confronti del nazismo); la seconda per un'oggettiva necessità di difesa. Sia Roosevelt che Stalin apparvero, agli occhi dell'opinione pubblica, trascinati in quella che venne chiamata l'"Olimpiade della morte" contro la loro volontà. Sia l'uno che l'altro seppero dunque fare di necessità virtù, ed è presumibile che il loro accordo politico fosse basato su una reciproca esigenza di intesa e collaborazione, a prescindere dalle attese e dalle ragioni di Churchill e dell'Europa.
1942


Europa nel 1942 al massimo sviluppo dell'Asse. In marrone la Germania; in verde l'Italia; in giallo paglierino gli alleati dell'Asse; in arancio gli stati nemici conquistati; in giallo la massima espansione militare in Urss
Il 1942 passa decisamente "in sordina" sul fronte politico, mentre su quello bellico si consumano due decisivi disastri per l'esercito tedesco: la sconfitta di Rommel nell'Africa del nord e il fallimento del piano di invasione dell'URSS. E se i grandi capi di Stato, come Roosevelt e Churchill, possono cominciare a valutare seriamente la possibilità di una sconfitta dell'Asse (gli USA già pensano alla bomba atomica), i nuovi politici italiani "fiutano" in qualche modo che il vento sta cambiando, e che è giunto il momento di prepararsi al confronto diretto col nemico.
Gli USA devono ancora assorbire l'impatto disastroso con la forza d'invasione messa in campo dal Giappone e, contemporaneamente, prepararsi a una gigantesca operazione finanziaria di sostegno verso l'Unione Sovietica. A tale scopo attuano il più grande investimento industriale della loro storia, quello che avrebbe poi posto le basi della politica economica della più grande potenza del periodo post bellico. Proprio per questo, F.D. Roosevelt comincia a operare sul piano diplomatico per segnare in modo discreto ma inequivocabile la leadership del suo paese in un panorama internazionale ripulito dall'orrore nazista. L'idea di un consesso di nazioni unite sotto i valori della pace e della libertà, matura infatti nell'ambito della convinzione anglo-americana che la vittoria avrebbe insignito le grandi potenze di un'autorità non solo militare ma anche morale e politica.
Per il presidente americano il problema è stato, fin dall'inizio, non quello di vincere (chi mai avrebbe potuto fermare una potenza economica e militare come quella statunitense, resa inoltre "invulnerabile" dal suo stesso isolamento geografico?), ma di come gestire la vittoria nel modo più vantaggioso.
1943


La vittoria di Stalingrado modificò le sorti della guerra.
Dal 3 gennaio del 1943 gli eventi evolvono precipitosamente verso il capovolgimento dei rapporti di forza. L'anno è infatti caratterizzato dalla rapida sconfitta dell'Italia e dall'uscita del regime fascista dal quadro militare internazionale. Proprio gli eventi italiani mettono in luce quale sarebbe stata la posta in gioco sul nuovo scenario mondiale che la sconfitta dell'Asse avrebbe determinato.
Lo schema dei fatti appare complesso, ma in realtà il filo conduttore che li lega è di per sé semplice: Churchill ha ormai compreso che la Germania non può sconfiggere la Russia, e che per la controffensiva sovietica è ormai solo questione di tempo. In previsione dell'avanzata dell'Armata Rossa verso la Germania, il premier britannico ha quindi tutto l'interesse a contrapporre una "controinvasione" anglo-americana dal Mediterraneo, per sottrarre a Stalin i territori dell'Europa dell'est. Una tale manovra avrebbe dovuto colpire i tedeschi dai Balcani, per giungere all'occupazione di Romania e Germania orientale. L'alleato comunista sta già diventando il futuro avversario.
Roosevelt, al contrario, vede ancora in Stalin un elemento di equilibrio fondamentale, sia perché Hitler è tutt'altro che finito, sia perché l'alleanza USA - URSS contro il Giappone gli sembra un fattore strategico determinante. Ed è quindi intenzionato a "giocare" la partita contro il nazismo sul fronte occidentale francese, quello più conveniente all'Unione Sovietica.
Alla conferenza di Casablanca, i due statisti si presentano dunque con idee molto diverse, ma nessuno dei due esce pienamente vincitore dal confronto; anzi: la decisione lì concordata non risulterà di particolare utilità per gli scopi di nessuna delle due grandi potenze, e neppure particolarmente dannosa per Hitler, se non nel lungo periodo. Il piano "Husky" (così fu chiamato il piano di invasione della Sicilia) si rivelò infatti una manovra più tattica che strategica, tesa ad impegnare il più a lungo possibile su un terzo fronte le forze dell'Asse dopo la loro sconfitta in Africa, per dare modo a Stati uniti e Unione Sovietica di organizzare la grande offensiva finale da est e ovest.
Dal punto di vista dell'Italia, le conseguenze dell'invasione anglo-americana sono di due tipi: da un lato la caduta del fascismo, che porterà con sé le note e drammatiche vicende della smobilitazione e della guerra di liberazione partigiana; dall'altro il determinarsi di una spaccatura ideologica tra nord e sud della Penisola, con il prevalere delle forze repubblicane di sinistra al nord e di quelle conservatrici (monarchico-cattoliche) al sud. In questo quadro si collocano le vicende, fino ad oggi negate alla conoscenza ufficiale degli storici, legate al movimento separatista siciliano, ai rapporti tra separatismo e mafia e tra mafia ed eserciti alleati. Va comunque ricordato che il lento processo di liberazione dell'Italia da parte degli anglo-americani mette progressivamente in luce il fondamentale problema dei rapporti di questi ultimi col Partito comunista italiano, se non con le forze genericamente di sinistra, che stanno progressivamente proponendosi - tra il '43 e il '46 - come forze politiche egemoni nell'Italia centro-settentrionale. La politica americana del "contenimento" del comunismo ha dunque il suo battesimo non ufficiale in quel tragico contesto.
La caduta del fascismo ha generato, parallelamente agli eventi sopra ricordati, tutta una serie di problematiche e dinamiche politiche che avranno un peso decisivo nella storia della Repubblica. Gli scioperi massicci nelle fabbriche del nord nei primi mesi del 1943, e il crollo del regime poi, destano nella classe imprenditrice un profondo stato di allarme circa il destino del patrimonio industriale, a suo parere minacciato dal risorgente "pericolo rosso" (la rinnovata paura di una rivoluzione bolscevica) e dalla minaccia della ritorsione tedesca. Se pur con finalità e sensibilità politiche diverse, di nuovo si viene a creare qualcosa di molto simile a un blocco sociale tra agrari meridionali e imprenditori settentrionali (Pirelli, Valletta), teso a salvaguardare non il fascismo in quanto tale, ma la continuità istituzionale degli apparati dello Stato, per favorire un dialogo immediato, senza "soluzione di continuità", con le forze anglo-americane. Come provano i documenti recentemente desecretati sia negli Stati Uniti che in Italia, non vi è mai stata in Italia una sostanziale rottura tra monarchia e repubblica, bensì una transizione incompleta che ha conservato quasi tutta la struttura amministrativa del vecchio regime, per precisa volontà dei partiti di centro, e quindi della Democrazia Cristiana, volta ad anteporre la lotta contro il comunismo ad ogni altro valore e obiettivo politico e sociale.
Il 1943 si chiude con la Conferenza di Teheran. In contraddizione con quanto sta avvenendo in Italia, la politica estera USA conosce alla fine di quell'anno (e fino alla morte di F.D. Roosevelt) l'unico momento di vera coesistenza pacifica e unità di intenti con l'Unione Sovietica. Anche se non è possibile sapere quali fossero le vere intenzioni di Roosevelt nel lungo periodo, non c'è dubbio che le sue scelte politiche avranno come effetto di ridimensionare per sempre la già compromessa potenza inglese, a tutto vantaggio della sorgente potenza sovietica.
1944


Lo sbarco degli Alleati in Normandia.


Una evocativa immagine della fine della Germania nazista
Sul teatro bellico il 1944 è l'anno decisivo per le sorti dell'Europa. Gli anglo-americani sbarcano in Normandia aprendo il secondo decisivo fronte contro Hitler fortemente auspicato da Stalin. L'Armata Rossa può così dilagare incontenibile verso ovest giungendo in pochi mesi ai confini della Jugoslavia.
È proprio questo sviluppo che più preoccupa il premier inglese Winston Churchill, fortemente avverso, fin dagli inizi della sua carriera politica, al regime sovietico. Mentre infatti F.D. Roosevelt vede ancora una possibilità d'intesa con l'alleato orientale, tutto l'apparato di comando inglese intraprende dal mese di luglio una serie di iniziative che porteranno ad alcune drammatiche conseguenze: la prima è l'arrogante sconfessione delle iniziative politico-diplomatiche del governo provvisorio italiano, di nuovo abbassato al rango di Stato aggressore e posto sotto un'umiliante tutela; questo a causa del dialogo apertosi tra Badoglio e Stalin e, soprattutto, per la forte influenza politica che comincia ad assumere nel panorama italiano la figura di Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano.
Più incisivi ed immediati, invece, gli sviluppi militari in Grecia. Qui gli Alleati sbarcano quando già la Resistenza aveva sconfitto e cacciato i tedeschi, ma con un colpo di mano militare gli anglo-americani costringono i combattenti comunisti a ritirarsi dalla capitale Atene, e organizzano un referendum popolare che vede la vittoria della monarchia e delle forze della destra reazionaria. In questa cornice altamente precaria ed esplosiva, si inserisce la missione politica di Churchill a Mosca, durante la quale il premier inglese imposta con Stalin il quadro della futura spartizione europea, tracciando preventivamente i confini di quella che egli stesso poi chiamerà "Cortina di ferro".
Prende avvio dunque proprio negli ultimi mesi del '44 quell'atmosfera di tensione internazionale tra Occidente e Oriente comunista che potrebbe aver definitivamente convinto Togliatti a "traghettare" i comunisti italiani verso i principi della democrazia occidentale, ormai consapevole del disinteresse di Stalin per le sorti della rivoluzione al di fuori dell'URSS, e del pericolo che avrebbe comportato per migliaia di italiani la contrapposizione contro le forze di occupazione alleate.
Produzione e logistica
Gli Alleati vinsero, l'Asse perse, almeno in parte, perché gli Alleati avevano più risorse produttive, e furono in grado di trasformare queste risorse in un maggior numero di soldati e di armi rispetto all'Asse. Questo fu vero soprattutto per gli Stati Uniti, la cui economia stava uscendo da una crisi di sottoconsumo. Ma a questo fattore macroeconomico di base si devono aggiungere due importanti innovazioni: lo studio teorico sistematico dei problemi logistici, che diede vita alla ricerca operativa, una scienza completamente nuova in grado di studiare ed ottimizzare una serie di fenomeni legati alla distribuzione, alla composizione, al carico merci eccetera.
Voci correlate
• Cronologia della seconda guerra mondiale
• Alleati della seconda guerra mondiale
• Revisionismo della seconda guerra mondiale
• Seconda guerra mondiale in Italia in cifre
• Lista di film sulla Seconda guerra mondiale
• Statistiche correlate alla seconda guerra mondiale
• L'evoluzione della guerra rappresentata dalle mappe del mondo
• Ostilità franco-tedesca
• Cambiamenti territoriali dopo la guerra
• Codici di fabbricazione dei tedeschi nella seconda guerra mondiale
• Operazione Flax
• Battaglia di Bahr el gazal
• Accerchiamento della 19° armata tedesca
• Giornata della Vittoria sul Giappone
Elenchi
• Lista di nazioni coinvolte nella seconda guerra mondiale
• Lista delle vittime della seconda guerra mondiale per nazione
• Lista di personaggi associati alla seconda guerra mondiale
• Lista di armi comuni della seconda guerra mondiale
• Lista di armi non ordinarie della seconda guerra mondiale
o Rover Light Armoured Car
o Terrapin fu un veicolo trasporto britannico anfibio
• Categoria:Aerei militari della seconda guerra mondiale
Anni di guerra
• 1939
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• 1941
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#Posté le jeudi 11 juin 2009 14:08

adolf hitler

Adolf Hitler

Adolf Hitler (Braunau am Inn, 20 aprile 1889 – Berlino, 30 aprile 1945) è stato un politico austriaco naturalizzato tedesco, Cancelliere del Reich (Reichskanzler) dal 1933 e Führer della Germania dal 1934 al 1945. Fu fuhrer del Partito Nazionalsocialista dei Lavoratori Tedeschi (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei), noto con il nome abbreviato di Partito Nazista, e il principale ideologo del nazionalsocialismo.
Hitler conquistò il potere cavalcando lo scontento e l'orgoglio ferito del popolo tedesco, a causa della sconfitta nella prima guerra mondiale e della grave crisi economica che affliggeva la Repubblica di Weimar. Sfruttando la sua abilità oratoria e l'insoddisfazione delle classi medie, presentò un manifesto politico intriso di nazionalismo, anticomunismo e antisemitismo, e dopo alterne vicende (fallito Putsch nel 1923, con conseguenti otto mesi di carcerazione) arrivò alla Cancelleria nel 1933 e instaurò la dittatura, assumendo anche la carica di capo di stato dopo la morte del presidente Paul von Hindenburg. Grazie a un possente ed efficace programma di ristrutturazione economica e riarmo militare, Hitler perseguì una politica estera estremamente aggressiva, volta principalmente ad espandere il Lebensraum (spazio vitale) tedesco a spese delle popolazioni dell'Europa orientale. In un susseguirsi di atti di sfida alla comunità internazionale, giunse ad invadere la Polonia il 1º settembre del 1939, provocando lo scoppio della seconda guerra mondiale. Sconfitto dagli eserciti alleati, con le truppe sovietiche ormai penetrate in città, si suicidò nel suo bunker di Berlino il 30 aprile 1945 insieme alla compagna Eva Braun, che aveva sposato poche ore prima.
Responsabile della morte di milioni di persone, Hitler fu fautore di una politica di discriminazione e sterminio che colpì interi gruppi etnici, politici e sociali (Rom, popolazioni slave, omosessuali, comunisti, disabili mentali, minoranze religiose, prigionieri di guerra e oppositori politici) e in particolar modo gli ebrei. Segregati sin dal 1933 dalla vita sociale ed economica del Paese, gli ebrei furono oggetto dal 1941 di un piano d'internamento ed eliminazione totale noto con il nome di "Soluzione finale", al quale ci si è riferiti sin dall'immediato dopoguerra con il termine di Shoah o Olocausto.[1] Il termine genocidio fu coniato proprio in riferimento alle politiche di sterminio hitleriane.
Biografia
Infanzia e gioventù


Hitler da bambino
Adolf Hitler nacque alle 18.30 circa[2] nella locanda "Gasthof Zum Pommern" (in italiano: "Locanda del Pomerano", ancor oggi esistente ed ospitante un ufficio che si occupa di persone disabili) il 20 aprile 1889 a Braunau am Inn, una piccola cittadina vicino a Linz nella provincia dell'Alta Austria, vicino al confine tedesco (Baviera), in quello che allora era l'impero austro-ungarico. Antistante la casa natale di Hitler è ora posta una lapide che commemora le vittime del nazismo[3] Suo padre Alois Hitler (1837-1903) era un ufficiale inferiore delle dogane. Sua madre era Klara Pölzl, terza moglie di Alois. Dei loro sei figli, solo Adolf e sua sorella Paula sopravvissero all'infanzia.
Della prima infanzia del futuro dittatore tedesco non si conosce granché. Stanti le testimonianze di molti gerarchi nazisti, Hitler fu sempre molto legato al suo paese natale, tanto da farsi effigiare vicino alla chiesa di Braunau in un francobollo del 1938 commemorativo del suo genetliaco e dell'annessione dell'Austria al Terzo Reich avvenuta il mese precedente ("Anschluss"). Nelle sue memorie, Albert Speer fa riferimento a confidenze fattegli da Hitler in persona circa la giustificazione del suo amore verso la Germania in virtù del fatto che - fino alla rettifica dei confini operata al Congresso di Vienna del 1814, Braunau aparteneva al Regno di Baviera, il che è storicamente comprovato.
Alois Hitler era figlio illegittimo, e per questo da giovane utilizzò il cognome della madre, Schicklgruber. Nel 1876 adottò legalmente il cognome del padre naturale (che però non lo riconobbe mai finché fu in vita), trasformandolo da Hiedler (o Hüttler) in Hitler. Se effettivamente Alois fosse il figlio naturale di Johann Georg Hiedler (1792-1857), il padre di Adolf sarebbe stato parente di sangue della propria moglie Klara, la cui madre si chiamava Hüttler e potrebbe essere stata sua cugina.[4]
Il figlio Adolf non usò mai il cognome Schicklgruber. In seguito i suoi avversari politici fecero circolare delle voci che insinuavano che Hitler fosse di origine ebrea: dopo che Maria Teresa d'Austria aveva dato la cittadinanza piena agli ebrei che si convertivano al cattolicesimo, essi usavano tradurre i loro cognomi ebraici in tedesco, e Schicklgruber era un cognome comune tra gli ebrei convertiti.


La madre di Hitler
Inoltre, una diversa fonte afferma che Hitler non sapesse con certezza chi fosse stato suo nonno. Le voci che affermavano che egli fosse per un quarto ebreo sarebbero dovute al fatto che sua nonna Maria Anna Schicklgruber sarebbe rimasta incinta del padre di Adolf mentre era al servizio di una famiglia ebrea a Graz, in Austria. Il datore di lavoro di Maria (mai identificato storicamente), inoltre, le avrebbe corrisposto una cifra mensile per il mantenimento del figlio fino alla maggiore età. Tuttavia, di tali presunti versamenti non esiste alcuna prova. Adolf adottò il proprio cognome "Hitler" come nome d'arte quando dipingeva.


Il padre di Hitler
Teorie complottiste
Secondo David Icke e Greg Hallet[5][6], Maria Anna Schicklgruber era a Vienna quando rimase incinta, domestica della famiglia Rothschild. Il nonno paterno sarebbe un barone della famiglia Rothschild, il quale non riconobbe il figlio.
I Rothschild erano una famiglia di banchieri, ebrei-tedeschi. Con un nonno ebreo, lo stesso Hitler sarebbe un ebreo-tedesco. I legami poi con una famiglia di banchieri diventerebbero fondamentali per capire l'evolversi della storia. Bisogna aggiungere che tali teorie non hanno alcun reale riferimento storico.
Hitler era un bambino intelligente ma umorale, e fu bocciato due volte agli esami per ottenere l'ammissione all'educazione superiore a Linz. Era devoto alla sua indulgente madre e sviluppò un odio per suo padre, verosimilmente motivato dai crudeli maltrattamenti psicofisici ricevuti, ipotizzati fra l'altro dalla psicologa Alice Miller in alcuni suoi libri. Alcuni storici e psicologi ritengono che possa esserci un nesso fra l'odio di Hitler per la parte paterna della famiglia e quello per gli ebrei.[senza fonte]
Leonding, Vienna e Monaco
Non è facile tracciare organicamente un quadro dell'adolescenza di Adolf Hitler. Il testo più completo a riguardo è quello di Joachim Fest.[7] Dopo esser andato in pensione (1895), Alois si trasferì con la famiglia al seguito a Leonding, vicino a Linz, dove iscrisse il figlio Adolf alle scuole elementari del sobborgo di Fishlman. Alois Hitler morì il 2 gennaio 1903 per un'emorragia polmonare. Aveva sempre avversato la tendenza artistica del figlio, anche con modi molto bruschi, com'ebbe a ricordare Hitler in persona in diverse occasioni.[8] Nel 1904, durante la catechesi per la cresima, Hitler per un paio di mesi meditò di farsi prete.[9] Nel frattempo il suo rendimento scolastico peggiorava, dovendo affrontare gli esami di riparazione a settembre sia nel 1904 che nel 1905. Addirittura, ad ottobre del 1904, gli venne rifiutata l'iscrizione alla sua scuola di Linz per cattiva condotta e venne indirizzato a Steyr, una cittadina lontana 25 km.[10] Terminata la scuola dell'obbligo nel settembre 1905, venne ritrovato privo di sensi a causa di un'ubriacatura, cosa che indusse il futuro dittatore ad avversare l'alcool per il resto dei suoi giorni.[11]
Hitler trascorse due anni da nullafacente, girovagando per Linz assieme ad un amico, anch'egli con velleità artistiche, tal August Kubizek, sempre molto pungolato dalla madre affinchè trovasse un lavoro. In questo periodo Hitler confidò all'amico d'essersi infatuato di una ragazza bionda di nome Stephanie (tuttora non identificata). Nella primavera del 1906 Hitler partì alla volta di Vienna una prima volta per ritirare il bando d'ammissione all'Accademia delle belle Arti e per esercitarsi a dipingere soggetti umani ed opere architettoniche (i temi dell'esame di ammissione). Il futuro dittatore si candidò due volte all'ingresso nella scuola d'arte e architettura di Vienna, ma venne scartato in entrambe le occasioni. La madre, dal carattere mite e remissivo, accondiscese alle richieste del figlio d'iscriversi all'Accademia delle Belle Arti di Vienna, da dove Hitler venne respinto una prima volta (Ottobre 1907) all'esame di ammissione ed una seconda e definitiva volta l'anno successivo (nel 1908 non riuscì nemmeno ad essere ammesso a sostenere l'esame preliminare).
Il 14 gennaio 1907 alla madre, già da alcuni mesi incapace di dormire per i prolungati dolori al petto, venne diagnosticato un carcinoma mammario ulcerato in stadio avanzato e subì una mastectomia radicale una settimana dopo. Ma fu tutto inutile a causa della tardiva diagnosi della neoplasia. Per tutto il 1907 Hitler si prese cura della madre e dell'appartamento in cui vivevano. La vedova, Klara, morì all'età di 47 anni all'alba del 21 dicembre 1907 («Il Natale peggiore di tutta la mia vita" ebbe ad affermare Hitler a Mussolini durante l'ultima visita che il dittatore italiano fece al Führer nel 1944 alla "Tana del lupo"»). Il medico che curò invano la madre di Hitler era ebreo, tal Eduard Bloch, e non soffrì alcuna persecuzione durante tutto il regime hitleriano.[12] Hitler gli espresse tutta la sua gratitudine per aver tentato invano di salvargli la madre: «Sappia che non lo dimenticherò mai!»[13] Il diciannovenne Adolf, rimase così orfano. Sua madre riposa tuttora in una tomba del cimitero di Leonding accanto a quella del marito e di uno dei figli morto in tenera età; Hitler tuttavia andò a visitare il cimitero soltanto dopo l'annessione dell'Austria alla Germania nel 1938. Ben presto lasciò la sua casa per Vienna, dove aveva vaghe speranze di diventare un artista. Aveva diritto a una pensione da orfano, che integrava lavorando come illustratore. Aveva un certo talento artistico e spesso disegnava dipinti di case e grandi palazzi. Si conservano alcune tele di discreta fattura. Perse la sua pensione nel 1910, ma per allora aveva ereditato qualche soldo da una zia.
Fu a Vienna, dove visse tra il febbraio 1908 ed il maggio 1913, che Hitler iniziò ad avvicinarsi all'antisemitismo, un'ossessione che avrebbe governato la sua vita e sarebbe divenuta la chiave di molte delle sue azioni successive.[14] L'antisemitismo era profondamente insito nella cultura cattolica del sud della Germania, nella quale Hitler era cresciuto. Vienna aveva una grossa comunità ebraica, comprendente molti ebrei ortodossi dell'Europa orientale. Hitler in seguito ricordò il suo disgusto nell'incontrare gli ebrei viennesi.[15] In quegli anni era stampata una rivista zeppa di teorie e tesi antisemite dal nome di "Ostara", che pure Hitler risulta leggesse alla sera al dormitorio comunale, come testimoniarono alcuni suoi compagni di camera.[16]
A Vienna l'antisemitismo si era sviluppato dalle sue origini religiose in una dottrina politica, promosso da pubblicisti come Lanz von Liebenfels, i cui libelli venivano letti da Hitler, e da politici come Karl Lueger, borgomastro di Vienna, o Georg Ritter von Schönerer, che contribuì agli aspetti razziali dell'antisemitismo. Da loro Hitler acquisì il credo nella superiorità della razza ariana, che formò le basi delle sue idee politiche. Hitler arrivò a credere che gli ebrei fossero i nemici naturali degli "ariani", e fossero anche in qualche modo responsabili per la sua povertà e incapacità di ottenere il successo che credeva di meritare.
I soldi ereditati dalla zia ben presto terminarono, e per diversi anni Hitler visse in una relativa oscurità; non si trovò mai in condizioni di reale indigenza, anche se dormiva in ostelli per soli uomini. Durante il tempo libero assisteva spesso all'opera nelle sale da concerto di Vienna, prediligendo i temi della mitologia norrena di Richard Wagner. Tra il 1909 ed il 1910 Hitler venne sfrattato per morosità per ben due volte, la prima da una squallida stanza nel quartiere viennese di Alsergund; la seconda volta da una vera e propria bettola poco distante. Nel biennio 1911 - 1913 Hitler si adattò a dormire al dormitorio pubblico di Meidling, nelle vicinanze della stazione ferroviaria, dove giunse nel dicembre 1910, ed a mangiare alla mensa del Convento dei Fratelli della Carità. Guadagnava un qualche spicciolo vendendo acquerelli da lui stesso dipinti ed era a tal punto emaciato che un passante ebreo, che vendeva vestiti usati, forse riconoscente per aver dipinto Hitler alcuni cartelloni pubblicitari per il suo negozio, si tolse il cappotto e glielo regalò.[17][18] A detta di alcuni suoi compagni di dormitorio, gran parte degli acquirenti dei cartelloni di Hitler erano ebrei. In quegli anni il suo più caro amico fu un ceco, tal Reinhold Hanish, fino a quando non litigarono sulla spartizione dei compensi ed Hitler lo denunciò per furto, facendolo condannare, nell'agosto 1910 ad otto giorni di carcere (Hanish vendeva gli acquerelli che Hitler dipingeva ed - a causa del loro litigio - venne eliminato nel 1938 al momento dell'ingresso della Gestapo a Vienna).
Il 25 maggio 1913 Hitler si spostò a Monaco di Baviera, nel quartiere di Schwabing. La fuga da Vienna avvenne per evitare di prestare servizio militare nell'esercito Austro-Ungarico, dal momento che - com'ebbe a scrivere nel suo "Mein Kampf": "quel crogiuolo di popoli inferiori mi aborriva". Lo fece per un motivo: per sfuggire alle varie notifiche che gli inviano a casa, per la leva militare (come Mussolini, del resto, in quegli anni). Ma non riuscì a sfuggire alla polizia che ne chiese ed ottenne l'estradizione. Nel gennaio del 1914, bloccato in Baviera, dovette presentarsi al distretto militare per la visita di leva. I medici militari lo giudicarono inidoneo senza neppur visitarlo il 5 febbraio e lo mandarono a casa "riformato", inabile perfino al servizio ausiliario, perchè "gracile nel fisico, denutrito e mal ridotto nell'intero aspetto da sembrare tisico". Invece di essere contento, quel rifiuto - per Hitler - fu una ferita al suo orgoglio. Hitler decise di rinunciare alla cittadinanza austriaca e, non avendo ottenuto quella tedesca, divenne apolide. Hitler visse in una soffitta sita al numero civico 34 Schellesserheimerstrasse.[19]
La Prima Guerra Mondiale
Il primo agosto 1914, quando l'Impero tedesco entrò nella prima guerra mondiale, si arruolò come volontario nel Battaglione Bavarese ("Reggimento List") dell'esercito tedesco del Kaiser Guglielmo II. Grazie al fatto di aver combattuto per la Germania, a guerra terminata, ottenne la tanto agognata cittadinanza tedesca.
Ottenne il grado di caporale e prestò servizio attivo in Francia e Belgio come staffetta portaordini (Ordonnanz). Fu ferito durante un attacco con l'iprite, durante la battaglia della Somme, il 7 ottobre 1916 e fu ricoverato nell'ospedale di Beelitz, non lontano da Berlino. Nel marzo 1917 tornò al fronte. Hitler combattè tutte le più sanguinose battaglie sul fronte delle Fiandre, e, essendosi distinto in combattimento, ricevette la Croce di Ferro di seconda classe (novembre 1916) e quindi di prima classe nell'agosto 1918. Quest'ultima onoreficenza era all'epoca raramente usata per premiare i sottoufficiali
Accecato da un attacco di iprite nell'ottobre 1918, fu ricoverato all'Ospedale Militare di Pasewalk dove apprese la notizia della capitolazione tedesca dell'11 novembre.
Durante la guerra Hitler acquisì un appassionato patriottismo tedesco, anche se non era un cittadino dell'Impero germanico (un aspetto a cui non pose rimedio fino al 1932). Fu sconvolto dalla capitolazione tedesca nel novembre 1918, quando l'esercito, a suo dire, non era stato sconfitto. Egli, come molti altri nazionalisti, incolpò gli ebrei di avere attizzato focolai rivoluzionari bolscevichi, che avrebbero minato dall'interno la resistenza dei soldati al fronte, e indotto i politici (i "criminali di novembre") alla resa e alla sottoscrizione del trattato di Versailles.
Il Partito Nazionalsocialista
« Già negli anni 1913-1914 io cominciai ad esprimere in diversi circoli, oggi fedeli alla causa nazionalsocialista, il pensiero che la questione del futuro tedesco ruotava attorno alla distruzione del marxismo. »



La tessera di appartenenza al DAP (poi NSDAP) di Hitler
Dopo la guerra Hitler rimase nell'esercito, che veniva ora impegnato principalmente nella repressione delle rivoluzioni socialiste che scoppiavano in tutta la Germania, compresa Monaco, dove Hitler tornò nel 1919. Mentre era ancora nell'esercito, il 12 settembre 1919 venne incaricato di spiare gli incontri di un piccolo partito nazionalista, il Partito Tedesco dei Lavoratori (DAP). Assistette all'orazione di Gottfried Feder contro il capitalismo e contro il pangermanesimo. Hitler intervenne contro quest'oratore e lì s'accorse, come confidò a Galeazzo Ciano successivamente, di aver "... Una sorta di carisma magnetico sulla platea che rimase letteralmente estasiata". Hitler si unì al partito come membro numero 555 nella primavera del 1920 (nel marzo 1920 aveva lasciato l'esercito per incompatibilità con l'impegno politico). In realtà il partito era talmente piccolo che i primi 500 numeri corrispondevano a tessere inesistenti. Speer testimoniò che Hitler rimase scioccato da questo trucco. Il 14 agosto incontrò per la prima volta Dietrich Eckart, un antisemita e uno dei primi membri chiave del partito, in occasione di un discorso tenuto davanti ai membri del DAP.


Francobollo tedesco
Hitler non venne congedato dall'esercito fino al 1920; dopo di che cominciò a prendere parte a tempo pieno alle attività del partito. Ne divenne ben presto il leader e ne cambiò il nome in Partito Nazional Socialista dei Lavoratori Tedeschi (National Sozialistische Deutsche Arbeitspartei - NSDAP), normalmente conosciuto come Partito Nazista da National Sozialistische, in contrasto con Sozi, un termine usato per indicare il Partito Socialdemocratico Tedesco. Il partito adottò come simbolo la svastica, nella convinzione, errata, che il simbolo fosse di origine "ariana" e indoeuropea, nonché il saluto romano usato dai fascisti italiani.
Il Partito Nazista era solo uno dei numerosi piccoli gruppi estremistici della Monaco di quell'epoca, ma Hitler scoprì ben presto di avere due talenti notevoli; nell'oratoria pubblica e nell'ispirare la lealtà delle persone. La sua oratoria, che attaccava gli ebrei, i socialisti e i liberali, i capitalisti e i comunisti, iniziò ad attrarre nuovi aderenti. Tra i primi seguaci troviamo Rudolf Hess, Hermann Göring ed Ernst Röhm, che sarebbe stato il capo dell'organizzazione paramilitare nazista, la SA (Sturmabteilung). Un altro ammiratore fu il Maresciallo di Campo dell'epoca di guerra, Erich Ludendorff. Hitler decise di usare Ludendorff come facciata in un tentativo abbastanza velleitario di conquistare il potere, il "Putsch di Monaco" dell'8 novembre 1923, quando i nazisti marciarono da una birreria fino al Ministero della Guerra bavarese, intendendo rovesciare il governo separatista di destra della Baviera e da lì marciare su Berlino. Hitler fece affidamento principalmente sull'aiuto degli ex combattenti delusi dalla Repubblica di Weimar riuniti nelle organizzazioni paramilitari dei "Corpi Franchi" (Freikorps).
Il colpo di stato fallì e Hitler venne processato per alto tradimento; tuttavia, egli si servì del processo per diffondere il suo messaggio in tutta la Germania. Nell'aprile 1924 venne condannato a cinque anni di carcere nella prigione di Landsberg. Qui Hitler dettò un libro intitolato Mein Kampf (La mia battaglia) al suo fedele delfino, Hess. Questo lavoro ponderoso, conteneva le idee di Hitler sulla razza, la storia e la politica, compresi numerosi avvertimenti sul destino che attendeva i suoi nemici, specialmente gli ebrei, nel caso in cui fosse riuscito a salire al potere. Il libro venne pubblicato la prima volta in due volumi: il primo nel 1925 e il secondo un anno dopo. Le prospettive di un Hitler al potere sembravano così remote, a quel tempo, che nessuno prese seriamente i suoi scritti.
Considerato relativamente innocuo, Hitler ottenne una riduzione della pena. Venne rilasciato nel dicembre 1924 dopo solo nove mesi. A quel momento il Partito Nazista a malapena esisteva e i suoi capi dovettero sforzarsi a lungo per cercare di ricostruirlo.
Durante questi anni Hitler formò un gruppo che sarebbe in seguito diventato uno degli strumenti chiave nel raggiungimento dei suoi obiettivi. Poiché le Sturmabteilungen di Röhm erano inaffidabili e prive di disciplina, e formavano una base di potere separata all'interno del partito, Hitler costituì una guardia del corpo personale, le Schutzstaffeln ("unità di protezione" o SS). Questo corpo d'élite dalle uniformi nere venne guidato da Heinrich Himmler, il principale esecutore dei piani di Hitler sulla "questione ebraica", durante la seconda guerra mondiale.
Un elemento chiave del fascino esercitato da Hitler sul popolo tedesco si trovava nel suo costante fare appello all'orgoglio nazionale, ferito dalla sconfitta in guerra e umiliato dal Trattato di Versailles, imposto all'Impero germanico dagli alleati. L'Impero, infatti, sfaldandosi, dovette cedere territori a Francia, Polonia, Belgio e Danimarca, abbandonare le sue colonie, dismettere la Marina, pagare un conto salatissimo per le riparazioni di guerra, e assumersi la piena responsabilità e colpevolezza dello scoppio del conflitto. Siccome molti tedeschi non credevano che fosse stata la Germania a dar inizio alla guerra (essendo stata dichiarata dall'Austria), né di essere stati lealmente sconfitti, erano amaramente risentiti per questi termini. Anche se i primi tentativi, da parte dei nazisti, di guadagnare voti con la condanna delle umiliazioni e delle macchinazioni dell'"ebraismo internazionale" non ebbero particolare successo con l'elettorato, la propaganda di partito imparò la lezione, e presto capovolse la situazione a proprio vantaggio attraverso un'espressione più subdola dei suoi contenuti, che combinava l'antisemitismo con attacchi "spiritati" contro i fallimenti del "sistema di Weimar" e i partiti che lo appoggiavano.
La corsa al potere
Il punto di svolta delle fortune di Hitler giunse con la Grande Depressione che colpì la Germania nel 1930. Il regime democratico costituito in Germania nel 1919, la cosiddetta Repubblica di Weimar, non era mai stato genuinamente accettato dai conservatori e neanche dal potente Partito Comunista. I Socialdemocratici e i partiti tradizionali del centro e della destra si mostrarono inadeguati nel contenere lo shock della Depressione ed erano, inoltre, tutti segnati dall'associazione con il "sistema di Weimar". Nelle elezioni del 14 settembre 1930, il partito nazionalsocialista sorse improvvisamente dall'oscurità e si guadagnò oltre il 18% dei voti e 107 seggi nel Reichstag, diventando così la seconda forza politica in Germania.
Il successo di Hitler si basava sulla conquista della classe media, colpita duramente dall'inflazione degli anni '20 e dalla disoccupazione portata dalla Depressione. Contadini e veterani di guerra costituivano altri gruppi che supportavano i nazisti, influenzati dai mistici richiami dell'ideologia Volk (popolo) al mito del sangue e della terra. La classe operaia urbana, invece, in genere ignorava gli appelli di Hitler; Berlino e le città della regione della Ruhr gli erano particolarmente ostili; infatti in queste città il Partito Comunista era ancora forte, ma si opponeva anch'esso al governo democratico, ragion per cui si rifiutò di cooperare con gli altri partiti per bloccare l'ascesa di Hitler.
Le elezioni del 1930 furono un disastro per il governo di centro-destra di Heinrich Brüning, che si vedeva privato della maggioranza al Reichstag, affidato alla tolleranza dei Socialdemocratici e costretto all'uso dei poteri d'emergenza da parte del Presidente della Repubblica per restare al governo. Con le misure austere introdotte da Brüning per contrastare la Depressione, avare di successi, il governo era ansioso di evitare le elezioni presidenziali del 1932, e sperava di garantirsi l'accordo con i nazisti per estendere il mandato di Hindenburg. Ma Hitler si rifiutò e anzi corse contro Hindenburg nelle elezioni presidenziali, arrivando secondo nelle due tornate elettorali, superando il 35% dei voti nella seconda occasione, in aprile, nonostante i tentativi del Ministro degli Interni Wilhelm Groener e del governo Socialdemocratico della Prussia di limitare le attività pubbliche dei nazisti, soprattutto bandendo le SA.
L'imbarazzo delle elezioni pose fine alla tolleranza di Hindenburg nei confronti di Brüning, e il vecchio Maresciallo di Campo dimise il governo e ne nominò uno nuovo guidato dal reazionario Franz von Papen che immediatamente abrogò il bando sulle SA e indisse nuove elezioni per il Reichstag. Alle elezioni del luglio 1932 i nazisti ottennero il loro migliore risultato, vincendo 230 seggi e diventando il partito di maggioranza relativa. In quel momento i nazisti e i comunisti controllavano la maggioranza del Reichstag, la formazione di un governo di maggioranza stabile, impegnato alla democrazia, era impossibile e, a seguito del voto di sfiducia sul governo von Papen, appoggiato dall'84% dei deputati, il nuovo Reichstag si dissolse immediatamente e furono ancora una volta indette nuove elezioni.
Von Papen e il Partito di Centro aprirono entrambi dei negoziati per assicurarsi la partecipazione nazista al governo, ma Hitler pose delle condizioni dure, chiedendo il cancellierato e il consenso del Presidente che gli permettesse di utilizzare i poteri d'emergenza dell'Articolo 48 della costituzione. Questo fallimento nell'entrare al governo, unito agli sforzi nazisti di ottenere il supporto della classe operaia, alienarono alcuni dei precedenti sostenitori e nelle elezioni del novembre 1932 i nazisti persero dei voti, pur rimanendo il principale partito del Reichstag.
Poiché von Papen aveva chiaramente fallito nei suoi tentativi di garantirsi una maggioranza attraverso la negoziazione che avrebbe portato i nazisti al governo, Hindenburg lo dimise e chiamò al suo posto il generale Kurt von Schleicher, che era stato per lungo tempo una forza dietro le quinte e più recentemente Ministro della Difesa, il quale promise di poter garantire un governo di maggioranza attraverso la negoziazione con i sindacalisti Socialdemocratici e con la fazione nazista dissidente, guidata da Gregor Strasser.
Come Schleicher si imbarcò in questa difficile missione, von Papen e Alfred Hugenberg, Segretario del Partito Popolare Tedesco-Nazionale (DNVP), che prima dell'ascesa nazista era il principale partito di destra, cospirarono per persuadere Hindenburg a nominare Hitler come cancelliere in coalizione con il DNVP, promettendo che sarebbero stati in grado di controllarlo. Quando Schleicher fu costretto ad ammettere il suo fallimento, e chiese ad Hindenburg un altro scioglimento del Reichstag, Hindenburg lo silurò e mise in atto il piano di von Papen, nominando Hitler Cancelliere con von Papen come Vicecancelliere e Hugenberg come Ministro dell'Economia, in un gabinetto che comprendeva solo tre nazisti; Hitler, Göring, e Wilhelm Frick. Il 30 gennaio 1933, Adolf Hitler prestò giuramento come Cancelliere nella camera del Reichstag, sotto gli sguardi e gli applausi di migliaia di sostenitori del nazismo.


Hitler visita la Finlandia nel 1942
Il Partito Comunista Tedesco, vincolato da Mosca, ebbe larga parte delle responsabilità nell'ascesa al potere di Hitler. Fin dal 1929, Stalin aveva spinto il Comintern ad adottare una politica di estremo settarismo verso tutti gli altri partiti di sinistra; i socialdemocratici erano trattati come "social-fascisti" e nessuna alleanza doveva essere stretta con loro. Questo serviva ai fini politici interni di Stalin, ma ebbe conseguenze opposte in Germania. Il Partito Comunista, non solo fallì nell'opporsi ai nazisti in alleanza con i socialdemocratici, ma cooperò tatticamente con i primi (soprattutto in occasione dello sciopero dei trasporti pubblici berlinesi del 1932). Furono presto costretti a capire l'errore di questa politica. Usando il pretesto dell'Incendio del Reichstag, Hitler emise il "Decreto dell'incendio del Reichstag", del 28 febbraio 1933. Il decreto sopprimeva diversi importanti diritti civili in nome della sicurezza nazionale. I leader comunisti, assieme ad altri oppositori del regime, si trovarono ben presto in prigione. Al tempo stesso le SA lanciarono un'ondata di violenza contro i movimenti sindacali, gli ebrei e altri "nemici".
Ma Hitler non aveva ancora la nazione in pugno. La nomina a Cancelliere di Hitler e il suo uso dei meccanismi incastonati nella Costituzione per approdare al potere hanno portato al mito della nazione che elegge il suo dittatore e al supporto della maggioranza alla sua ascesa. Hitler divenne Cancelliere su nomina legale del Presidente, che era stato eletto dal popolo. Ma né Hitler, né il partito disponevano della maggioranza assoluta dei voti. Nelle ultime elezioni libere, i nazisti ottennero il 33% dei voti, guadagnando 196 dei 584 seggi disponibili. Anche nelle elezioni del marzo 1933, che si svolsero dopo che terrore e violenza si erano diffuse per lo stato, i nazisti ricevettero solo il 44% dei voti. Il partito ottenne il controllo della maggioranza dei seggi al Reichstag attraverso una formale coalizione con il DNVP. Infine, i voti addizionali necessari a far passare il Decreto dei pieni poteri, che investì Hitler di un'autorità dittatoriale, i nazisti se li assicurarono espellendo i deputati comunisti e intimidendo i ministri del Partito di Centro. In una serie di decreti che arrivarono subito dopo, vennero soppressi gli altri partiti e bandite tutte le forme di opposizione. In solo pochi mesi, Hitler aveva raggiunto un controllo autoritario senza aver mai violato o sospeso la costituzione del Reich. Ma aveva minato la democrazia per poterlo fare.
Il regime nazionalsocialista
« Verrà un giorno in cui sarà più grande onore avere il titolo di cittadino del Reich in qualità di spazzino che essere re in uno Stato straniero, e questo giorno verrà certamente, poiché, in un mondo come il nostro, che permette la mescolanza delle razze, uno Stato che dedica tutti i suoi sforzi allo sviluppo dei migliori elementi razziali deve fatalmente diventare il padrone del mondo. »

Essendosi assicurato il potere politico supremo in maniera legale con libere elezioni, Hitler rimase estremamente popolare fino ai momenti finali del suo regime. Era un maestro di oratoria, e con tutti i mezzi d'informazione tedeschi sotto il controllo del suo capo della propaganda, Joseph Goebbels, egli fu in grado di persuadere la maggioranza dei tedeschi che era il loro salvatore; dalla depressione, dai comunisti, dal trattato di Versailles e dagli ebrei. Su quelli che non ne erano persuasi, le SA, le SS e la Gestapo (la Polizia segreta di stato) avevano mano libera, e a migliaia scomparirono nei campi di concentramento. Molti di più emigrarono, compresi circa metà degli ebrei tedeschi.
Per consolidare il suo regime, Hitler aveva bisogno della neutralità dell'esercito e dei magnati dell'industria. Questi erano allarmati dalla componente "socialista" del Nazionalsocialismo, che era rappresentata dalle camicie brune delle SA di Ernst Röhm, in gran parte appartenenti alla classe operaia. Per rimuovere questa barriera all'accettazione del regime, Hitler lasciò libero il suo luogotenente, Himmler, di assassinare Röhm e decine di altri nemici reali o potenziali, durante la notte del 29-30 giugno 1934. L'evento è ricordato come la Notte dei lunghi coltelli. Un effetto meno visibile della purga, che venne poco percepito all'epoca ma probabilmente rientrava nei progetti di Hitler, fu di focalizzare le energie del partito non più su aspetti sociali (come desiderato dalle SA) ma sui «nemici razziali» della Germania. Secondo alcuni autori il nazionalsocialismo, nato come ideologia gemella al fascismo italiano, rimase tale solo fino a questo momento dato che con l'eliminazione della corrente "di sinistra" facente capo a Röhm, la corrente "di destra" facente capo ad Hitler prese il sopravvento. Da questo momento il NSDAP avrebbe abbracciato implicitamente il capitalismo prefigurandosi come un'ideologia prettamente conservatrice, abbandonando ogni ipotesi rivoluzionaria e quindi rimanendo "socialista" solo nel nome. Questo sarebbe avvenuto come pegno ai poteri economici internazionali che l'avevano sostenuto finanziariamente nell'ascesa al potere.[20]
Quando Hindenburg morì, il 2 agosto 1934 Hitler, che, in quanto già capo del governo (Cancelliere del Reich), non poteva diventare anche Presidente del Reich (capo di stato), creò per se una nuova carica, quella del Führer, che in pratica gli consentì di avere i poteri del capo di stato. Egli era Führer und Reichskanzler (Guida e Cancelliere del Reich). Dal 1934 sino alla sua morte in Germania non ci sarà nessun Presidente del Reich.
Quegli ebrei che non erano emigrati in tempo, ebbero a pentirsi della loro esitazione. In base alle Leggi di Norimberga del 1935 persero il loro status di cittadini tedeschi e vennero espulsi dagli impieghi statali, dagli ordini professionali e da gran parte delle attività economiche. Erano oggetto dello sbarramento di una odiosa propaganda. Pochi non ebrei tedeschi si opposero a questi passi. La chiesa cristiana, immersa in secoli di antisemitismo, rimase in silenzio[senza fonte]. Queste restrizioni vennero ulteriormente aggravate, specialmente dopo l'operazione anti-ebraica del 1938, conosciuta come Notte dei cristalli (Kristallnacht o Reichskristallnacht). Dal 1941 agli ebrei venne richiesto di indossare una stella gialla in pubblico.
Nel marzo 1935 Hitler ripudiò il Trattato di Versailles, reintroducendo la coscrizione in Germania. Il suo scopo sembrava quello di costruire una massiccia macchina militare, comprendente una nuova Marina e una nuova Aviazione (la Luftwaffe). Quest'ultima venne posta sotto il comando di Hermann Göring, un comandante veterano della prima guerra mondiale. L'arruolamento di grandi quantità di uomini e donne nel nuovo esercito sembrava risolvere i problemi di disoccupazione, ma distorse seriamente l'economia.
Nel marzo 1936 Hitler violò nuovamente il Trattato di Versailles, rioccupando la zona demilitarizzata della Renania e poiché Regno Unito e Francia non fecero nulla per fermarlo, prese coraggio. Nel luglio 1936 scoppiò la Guerra civile spagnola, dove i militari, guidati dal generale Francisco Franco, si ribellarono contro il governo regolarmente eletto del Fronte Popolare. Hitler inviò delle truppe ad aiutare i ribelli. La Spagna servì come prova sul campo per le nuove forze armate tedesche e per i loro metodi, compreso il bombardamento di città indifese come Guernica, che venne distrutta dalla Luftwaffe nell'aprile 1937.


Benito Mussolini e Hitler durante la visita ufficiale nella Jugoslavia occupata
Per dimostrare al mondo la potenza tedesca, Hitler (su idea di Goebbels) ospitò a Berlino l'XI Olimpiade, con una cerimonia iniziale trionfale.
Hitler formò un'alleanza con Benito Mussolini e l'Italia Fascista - l' Asse Roma-Berlino - il 25 ottobre 1936. Questa alleanza venne in seguito allargata a Giappone, Ungheria, Romania e Bulgaria. Queste nazioni sono collettivamente conosciute come Potenze dell'Asse. Il 5 novembre 1937 alla Cancelleria del Reich, Adolf Hitler tenne un incontro segreto dove dichiarò i suoi piani per l'acquisizione di "spazio vitale" per il popolo tedesco.
Il 12 marzo 1938 l'Austria, con un referendum, si univa con la Germania (l'Anschluss) e Hitler, che così poneva le basi della Grande Germania, fece un ingresso trionfale a Vienna. In seguito intensificò la crisi che coinvolgeva gli abitanti di lingua tedesca della regione dei Sudeti in Cecoslovacchia. Questo portò all'Accordo di Monaco del settembre 1938 in cui la Gran Bretagna e la Francia, con la mediazione di Mussolini, diedero debolmente strada alle sue richieste, evitando la guerra ma non riuscendo a salvare la Cecoslovacchia, che fu occupata. I tedeschi, infatti, entrarono a Praga il 10 marzo 1939.
A questo punto Francia e Gran Bretagna decisero di prendere posizione, e resistettero alla successiva richiesta di Hitler per la restituzione del territorio di Danzica ceduto alla Polonia in base al Trattato di Versailles. Ma le potenze occidentali non furono in grado di giungere ad un accordo con l'Unione Sovietica per un'alleanza contro la Germania, e Hitler ne approfittò. Il 23 agosto 1939 concluse un patto di non-aggressione (il Patto Molotov-Ribbentrop) con Stalin, definendo anche i criteri per la spartizione del territorio polacco. Il 1° settembre la Germania invase la Polonia.
Hitler era certo che Francia e Gran Bretagna non avrebbero onorato il loro impegno con i polacchi dichiarando guerra alla Germania: "Ho giudicato i loro capi a Monaco: Daladier, Chamberlain, dei vermiciattoli!"[21] Quando la mattina del 3 settembre l'aiutante Schmidt entrò nello studio di Hitler consegnandogli la dichiarazione di guerra dell'Inghilterra, questi restò pietrificato e voltosi verso il suo ministro degli esteri Ribbentrop, con lo sguardo furibondo disse: "Was nun?" (E adesso?)[22] Nell'anticamera, affollata di generali e dignitari del partito, la voce di Göring, appena informato, ruppe il silenzio che si era fatto: "Se perdiamo questa guerra, Dio abbia pietà di noi!"[23]
Seconda guerra mondiale: le vittorie
« Dobbiamo essere crudeli. Dobbiamo riabituarci ad essere crudeli con la coscienza pulita. »

Nei tre anni seguenti Hitler conseguì una serie quasi ininterrotta di successi militari. La Polonia venne rapidamente sconfitta e spartita coi sovietici. Nell'aprile 1940 la Germania invase Danimarca e Norvegia (Operazione Weserübung). In maggio iniziò un'offensiva lampo che travolse rapidamente Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo e la Francia (Campagna di Francia), che collassò nel giro di sei settimane. Nell'aprile 1941 toccò a Jugoslavia e Grecia ad essere invase (Campagna dei Balcani). Nel frattempo le forze tedesche (Afrika Korps), unite a quelle italiane, avanzavano attraverso il Nord Africa verso l'Egitto, puntando Alessandria d'Egitto ed Il Cairo. Queste invasioni furono accompagnate dal bombardamento di città indifese come Varsavia, Rotterdam (avvertita e quindi evacuata) e Belgrado. L'unico insuccesso di Hitler fu quello di non riuscire a piegare la Gran Bretagna con i bombardamenti, tentativo che venne contrastato durante la Battaglia d'Inghilterra.
Il 22 giugno 1941 ebbe inizio l'Operazione Barbarossa. Le forze tedesche, appoggiate dalle nazioni dell'Asse a cui si aggiungeva la Finlandia, invasero l'URSS, occupando rapidamente parte della Russia europea, assediando Leningrado e minacciando Mosca. Durante l'inverno l'armata di Hitler venne respinta alle porte di Mosca, ma l'estate successiva l'offensiva riprese. Per il luglio 1942 le truppe di Hitler erano sul Volga. Qui vennero sconfitte nella Battaglia di Stalingrado, la prima grossa sconfitta tedesca. In Nord Africa i britannici sconfissero i tedeschi nella seconda battaglia di El Alamein, contrastando i piani di Hitler di occupare il Canale di Suez e il Medio Oriente.
A proposito della certezza della vittoria bellica da parte del dittatore e i suoi fedeli, Hitler dichiarò testualmente in presenza dei suoi generali: "Quanto alla propaganda, troverò qualche spiegazione per lo scoppio della guerra. Non importa se plausibile o no, al vincitore non verrà chiesto, poi, se avrà detto o no la verità".[24]
La Shoah


Hitler a Monaco nel 1939
L'invasione dell'Unione Sovietica fu anche motivata dall'idea nazionalsocialista, già presente agli albori del movimento, di acquisizione di un Lebensraum («spazio vitale») ad Est a scapito delle popolazioni slave, considerate Untermenschen («sub-umane»). Contemporaneamente l'operazione Barbarossa si proponeva di abbattere il nemico ideologico rappresentato dal comunismo, parte, secondo l'ideologia hitleriana, del complotto «giudaico» per il dominio del mondo. Non ultimo, la campagna ad Est avrebbe permesso alla Germania, svaniti i sogni di una rapida campagna occidentale, di raggiungere ed utilizzare le ricche risorse economiche sovietiche rappresentate dal petrolio caucasico e le derrate alimentari ucraine.
Fu immediatamente dopo lo scoppio del conflitto ad Est che la persecuzione ebraica raggiunse la sua fase culminante con l'avvio dei massacri operati dalle Einsatzgruppen che seguivano le forze armate tedesche avanzanti. D'altro canto non esistono prove che nel giugno 1941 esistesse già un piano per una «soluzione finale della questione ebraica». Gli storici rilevano che probabilmente la decisione venne presa in un periodo compreso tra il novembre 1941 ed il gennaio 1942 e che la fase operativa si concretizzò solo successivamente.
Per facilitare l'attuazione della Soluzione finale, si tenne a Wannsee, nei pressi di Berlino, una Conferenza il 20 gennaio del 1942, con la partecipazione di quindici ufficiali superiori del regime, guidati da Reinhard Heydrich e Adolf Eichmann.Le registrazioni della conferenza forniscono la migliore evidenza della pianificazione centrale dell'Olocausto. Tra il 1942 e il 1944 le SS, assistite dai governi collaborazionisti e da personale reclutato nelle nazioni occupate, uccisero in maniera sistematica circa 3,5 milioni di ebrei in sei campi di sterminio localizzati in Polonia: Auschwitz-Birkenau, Belzec, Chelmno, Majdanek, Sobibor e Treblinka. Altri vennero uccisi meno sistematicamente in altri luoghi e in altri modi, o morirono di fame e malattie mentre lavoravano come schiavi. Al tentativo di Genocidio degli ebrei europei ci si è generalmente riferiti nel dopoguerra con la parola Olocausto, ma più recentemente il termine ebraico Shoah, preferito dagli ebrei stessi, è stato adottato dalla comunità internazionale.
Altri gruppi etnici, sociali e politici sono stati oggetto di persecuzione e in alcuni casi di sterminio durante la "Soluzione finale". Migliaia di socialisti tedeschi, comunisti e altri oppositori del regime morirono nei campi di concentramento, così come un numero alto ma sconosciuto di omosessuali. I Rom e gli zingari, ugualmente considerati razze inferiori, furono anch'essi internati o uccisi nei campi. Circa tre milioni di soldati sovietici, prigionieri di guerra, morirono nei lager, ridotti alla stregua di schiavi. Tutte le nazioni occupate soffrirono privazioni terribili ed esecuzioni di massa: fino a tre milioni di civili polacchi (non-ebrei) morirono durante l'occupazione.
Non è stato ritrovato alcun documento nel quale sia stata pianificata la "Soluzione finale", ma ciò nonostante la stragrande maggioranza degli storici concorda nel ritenere che Hitler ne sia stato l'ideatore, ordinando a Himmler di portare avanti il piano.
Seconda guerra mondiale: la disfatta


Lo "Stars & Stripes", giornale delle truppe americane, riporta la notizia della morte di Hitler
I primi trionfi persuasero Hitler di essere un genio della strategia militare, per questo motivo divenne sempre meno desideroso di ascoltare i consigli dei suoi generali o anche solo di udire cattive notizie. Dopo la battaglia di Stalingrado, ampiamente considerata come il punto di svolta della seconda guerra mondiale, le sue decisioni militari divennero sempre più erratiche, e la posizione economica e militare della Germania si deteriorò. L'entrata in guerra degli Stati Uniti, il 7 dicembre 1941 portò a una incredibile coalizione delle principali potenze mondiali: il più grande impero mondiale (l'Impero Britannico), la principale potenza finanziaria e industriale (gli USA), e l'Unione Sovietica, che si era sobbarcata il peso più grande della seconda guerra mondiale in termini di vite umane e altre perdite. I realisti all'interno dell'esercito tedesco videro la sconfitta come inevitabile e complottarono per togliere Hitler dal potere. Nel luglio 1944 uno di loro, Claus von Stauffenberg piazzò una bomba nel quartier generale di Hitler (il cosiddetto Complotto del 20 luglio), ma Hitler scampò miracolosamente alla morte. Seguì una selvaggia rappresaglia e il movimento di resistenza venne soffocato.
L'alleato di Hitler, Benito Mussolini, venne rovesciato nel 1943. Nel frattempo l'Unione Sovietica continuava costantemente a costringere le armate di Hitler alla ritirata dai territori occupati ad est. Ma fintanto che l'Europa occidentale era assicurata, la Germania poteva sperare di tenere la posizione indefinitamente, nonostante la sempre più pesante campagna di bombardamenti sulle città tedesche. Il 6 giugno 1944 (D-Day), le armate alleate sbarcarono nel nord della Francia, e per dicembre erano arrivate al Reno. Hitler eseguì un'ultima offensiva sulle Ardenne. Ma con il nuovo anno le armate alleate stavano avanzando sul territorio tedesco. I tedeschi, intanto, avevano invaso l'Italia e instaurarono a Salò uno stato fantoccio, la Repubblica Sociale Italiana, con a capo Mussolini. Tra il 1943 e il 1945 i tedeschi uccisero migliaia di civili italiani (i peggiori massacri furono quelli di Marzabotto, con 770 vittime, delle Fosse Ardeatine, con 335 morti e di Sant'Anna di Stazzema con 560 vittime innocenti, per lo più donne e bambini).
In febbraio i sovietici si fecero strada attraverso la Polonia e la Germania orientale, e in aprile arrivarono alle porte di Berlino. I più stretti collaboratori di Hitler lo invitarono a scappare in Baviera o in Austria, per cercare una resistenza finale sulle montagne, ma egli era determinato a restare nella sua capitale.
Le sue armate si disfecero e mentre i sovietici si aprivano la strada verso il centro di Berlino, secondo le voci ufficiali, Hitler si suicidò nel suo bunker il 30 aprile 1945, insieme alla storica amante Eva Braun che aveva sposato il giorno prima. Aveva 56 anni. Come parte delle sue ultime volontà, ordinò che il suo corpo venisse portato all'esterno e bruciato. Nel suo testamento, scaricò tutti gli altri leader nazisti e nominò il Grandammiraglio Karl Dönitz come nuovo Presidente del Reich[25] e Joseph Goebbels come nuovo Cancelliere del Reich. Comunque, quest'ultimo si suicidò il 1 maggio 1945 insieme alla moglie dopo aver ucciso i suoi 6 figli. L'8 maggio 1945, la Germania si arrese. Il "Reich millenario" di Hitler era durato poco più di 12 anni.
Secondo alcune voci, però prive di prove e fondamento, i resti parzialmente carbonizzati di Hitler vennero trovati e identificati (attraverso le impronte delle arcate dentarie) dai sovietici e in seguito seppelliti in un luogo mai rivelato della Germania orientale su ordine di Stalin.
Pare che intorno all'aprile 1970 nella zona in cui i resti furono seppelliti venne deciso di costruire una zona residenziale. I servizi segreti sovietici, quindi, riesumarono i resti di Hitler, di Eva Braun, di Joseph Goebbels e della sua famiglia, li cremarono e infine gettarono le ceneri nel fiume Elba. Attualmente rimangono a Mosca una parte di calotta cranica e di mandibola che si dice siano quelli di Adolf Hitler.[senza fonte]
Il mistero della morte
Per approfondire, vedi la voce Morte di Hitler.

Il dubbio se Hitler fosse realmente morto o no è rimasto per anni al centro di numerose polemiche: c'era chi lo riteneva effettivamente morto e chi invece pensava che fosse ancora vivo. Va detto che le poche persone presenti nel bunker o si suicidarono o furono catturate, ma tutti affermarono con certezza della morte del Führer. Secondo fonti sovietiche i corpi rinvenuti e poi riconosciuti come quelli di Hitler e della Braun erano completamente carbonizzati e fu possibile riconoscerli solamente dalle impronte dentali.[senza fonte] Questo però appare alquanto inverosimile in quanto l'operazione di incenerimento dei due corpi fu fatta in maniera molto frettolosa poiché nel giardino della Cancelleria, dove si è ritenuto che avvenne il rogo, pioveva ogni sorta di proiettile.
L'autopsia che venne fatta al corpo di Hitler da parte dei russi rivelò che si suicidò con il cianuro, tuttavia i troppi particolari ritrovati sul corpo carbonizzato a 48 ore dal decesso, fanno pensare che i risultati dell'autopsia siano stati inventati dai sovietici. Nei primi di maggio del 1945 furono mostrate anche alcune foto di un corpo che i sovietici dissero quello di Hitler, ma la cosa venne quasi subito bollata come un falso.[senza fonte] Pur se nel tempo sono stati espressi diversi dubbi sulla morte del dittatore, ormai viene data per certa la sua morte avvenuta nel bunker di Berlino il 30 aprile 1945.
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#Posté le jeudi 11 juin 2009 14:07

stalin

Stalin


Iosif Vissarionovič D¸uga¨vili (in russo: Иосиф Виссарионович Джугашвили), il cui vero nome era Ioseb Besarionis Dze Jugha¨vili (in georgiano: იოსებ ბესარიონის ძე ჯუღაშვილი), detto Stalin (in russo: Сталин, ossia "d'acciaio"; altro pseudonimo Koba, cioè "indomabile") (Gori, 18 dicembre 1878 [1] – Mosca, 5 marzo 1953) è stato un rivoluzionario e politico russo bolscevico, Segretario Generale del Partito Comunista dell'Unione Sovietica e leader dell'Unione Sovietica.
Accanto a Lenin, fu il principale artefice del primo stato socialista del mondo, l'Unione Sovietica. Sotto il suo governo l'U.R.S.S. venne trasformata da Paese prevalentemente agricolo in un Paese industrializzato ma cio' provoco' numerose carestie e milioni di morti. Isolata politicamente dal resto del mondo agli inizi della ascesa al potere di Stalin, alla sua morte l'Unione Sovietica era una delle due superpotenze mondiali, dotata di armi nucleari e leader dell'alleanza dei paesi socialisti dell'Europa Orientale. Stalin fu anche un teorico del marxismo; la versione del marxismo-leninismo realizzatasi in via di fatto nei trent'anni del suo governo è nota come stalinismo con caratteristiche in parte marcatamente divergenti rispetto alla formulazione leninista del marxismo.
Ha rivestito un posto di rilievo nella sconfitta del nazismo, dopo aver liberato l'Europa Orientale dall'occupazione tedesca.
È accusato di aver ordinato e causato la morte di milioni di persone. In Ucraina vi è un giorno dell'anno, il 25 novembre, dedicato al genocidio ucraino che causo' molti milioni di morti durante la grande carestia degli anni Trenta (oltre 14 milioni secondo il presidente della Repubblica ucraino), nota col nome di Holodomor o Golodomor (Голодомор), causata da Stalin e dai suoi collaboratori più stretti.
Carriera iniziale [modifica]
Nacque da Vissarion D¸uga¨vili (1853-1890) e da Ekaterina Geladze (1858-1937), in una famiglia di umili condizioni sociali in cui il padre faceva il ciabattino e la madre la lavandaia. Secondo alcune fonti, ogni sera il padre si ubriacava e lo picchiava, cosi Stalin ebbe per tutta la sua esistenza pessimi rapporti con la propria famiglia e si ritenne anche che tali violenze abbiano provocato in lui diverse turbe psicologiche (a tal riguardo è preziosa l'analisi che fa della sua personalità Erich Fromm che definisce Iosif Stalin, un caso clinico di un sadismo non sessuale [2]); tuttavia, queste affermazioni furono smentite dal diretto interessato che, di fronte a una precisa domanda del biografo Emil Ludwig, rispose: "Assolutamente no. I miei genitori non mi maltrattavano affatto"[3].
L'infanzia di "Soso" (diminuitivo georgiano di Josif) non fu priva di momenti critici per la sua salute fisica, dapprima per una forma acuta di varicella e poi quando, a dieci anni, fu investito e travolto da un cavallo nel corso di una festa di paese: rimase gravemente ferito al braccio sinistro, perdendone parte della capacità di articolazione. Giovanissimo poté frequentare, grazie a una borsa di studio, il seminario teologico ortodosso di Tbilisi.
Il contatto, però, con le idee e con l'ambiente dei deportati politici lo avvicinò alle dottrine socialiste. Entrato, così, nel movimento marxista clandestino di Tiblisi nel 1898, allora rappresentato dal Partito socialdemocratico (POSDR), lavorò per qualche tempo al locale osservatorio astronomico. Ma soprattutto cominciò, da allora, un'intensa attività politica di propaganda e di preparazione insurrezionale, che lo portò ben presto a conoscere il rigore della polizia del regime.


Stalin a 16 anni, nel 1894.
Arrestato nel 1900 e continuamente sorvegliato, Stalin nel 1902 lasciò la sua città per stabilirsi a Batumi, dove però venne subito imprigionato e condannato a un anno di carcere, seguito da un triennio di deportazione in Siberia. Fuggito nel 1904, tornò a Tiblisi e nei mesi successivi partecipò con energia e notevole capacità organizzativa al movimento insurrezionale, che vide la formazione dei primi soviet di operai e di contadini. Nel novembre del 1905, dopo aver pubblicato il suo primo saggio, A proposito dei dissensi nel partito, divenne direttore del periodico Notiziario dei lavoratori caucasici e in Finlandia, alla conferenza bolscevica di Tampere, incontrò per la prima volta Lenin, accettandone le tesi sul ruolo di un partito marxista compatto e rigidamente organizzato come strumento indispensabile per la rivoluzione proletaria.
Spostatosi in Baku, dove fu in prima linea nel corso degli scioperi del 1908, Stalin venne di nuovo arrestato e deportato in Siberia; riuscì a fuggire ma fu ripreso e internato nel (1913) a Kurejka sul basso Jenisej, dove rimase per quattro anni, fino al marzo del 1917. Nei brevi periodi di attività clandestina, riuscì progressivamente ad imporre la sua personalità pragmatica e le sue capacità organizzative (nonostante un approccio talvolta eccessivamente "ruvido" che i compagni di partito gli rimproveravano) e ad emergere come dirigente di livello nazionale, tanto da essere chiamato da Lenin nel 1912 a far parte del Comitato centrale del partito.
Nello stesso anno contribuì a far rinascere a Pietroburgo la Pravda, mentre definiva, nel saggio Il marxismo e il problema nazionale, le sue posizioni teoriche (non sempre, però, in linea con quelle di Lenin, di cui non comprendeva la battaglia contro i deviazionisti, né la decisione di prender parte alle elezioni per la Duma). Tornato a San Pietroburgo (nel frattempo ribattezzata Pietrogrado) subito dopo l'abbattimento dell'assolutismo zarista, Stalin, insieme a Lev Kamenev e a Murianov, assunse la direzione della Pravda, appoggiando il governo provvisorio per la sua azione rivoluzionaria contro i residui reazionari. Ma questa linea fu sconfessata dalle Tesi di aprile di Lenin e dal rapido radicalizzarsi degli eventi. Nelle decisive settimane di conquista del potere da parte dei bolscevichi Stalin, membro del comitato militare, non apparve in primo piano e solo il 9 novembre 1917 entrò a far parte del nuovo governo provvisorio (il Consiglio dei commissari del popolo) con l'incarico di occuparsi degli affari delle minoranze etniche. A lui si deve l'elaborazione della Dichiarazione dei popoli della Russia, che costituisce un documento fondamentale del principio di autonomia delle varie nazionalità nell'ambito dello stato sovietico.
Membro del Comitato esecutivo centrale, Stalin fu nominato, nell'aprile del 1918, plenipotenziario per i negoziati con l'Ucraina. Nella lotta contro i generali "bianchi", fu incaricato di occuparsi del fronte di Tsaritsyn (poi Stalingrado, oggi Volgograd) e, successivamente, di quello degli Urali; in queste circostanze diede prova di grande coraggio, ma anche di notevole insensibilità e rozzezza nei rapporti umani e di eccessiva presunzione e schematismo nel valutare le vicende dello scontro tra le forze contrapposte[senza fonte]. Proprio questo sollevò le esplicite riserve di Lenin nei suoi confronti, manifestate nel testamento politico in cui accusava Stalin di anteporre le proprie ambizioni personali all'interesse generale del movimento. Lenin era preoccupato che il governo perdesse sempre più la sua matrice proletaria, e diventasse esclusivamente un'ala dei burocrati di partito, sempre più lontani dalla generazione vissuta tanto tempo in clandestinità prima delle rivolte del 1917. Oltretutto intravvedeva un futuro dominio incontrastato del Comitato Centrale, ed è per questo che propose nei suoi ultimi scritti una riorganizzazione dei sistemi di controllo, auspicandone una formazione prevalentemente operaia che potesse tenere a bada la vasta e nascente nomenclatura di funzionari di partito.* Isaac Deutscher, Il profeta armato, Longanesi, 1956


Stalin e Lenin, 1919
In occasione dei giorni precedenti e seguenti alla morte di Lenin, Stalin fece in modo che le lettere al partito ed al Comitato Centrale, note come il Testamento di Lenin, non giungessero a destinazione e che, da lui divulgate ad una ristretta cerchia, non fossero né rese pubbliche né pubblicate ed, anzi, per tutti i decenni successivi, la loro stessa esistenza fu negata.
• Isaac Deutscher, Il profeta disarmato, Longanesi, 1961.
Nominato nel 1922 segretario generale del Comitato centrale, Stalin, unitosi a Zinov'ev e Kamenev (la famosa troika), seppe trasformare questa carica, di scarso rilievo all'origine, in un formidabile trampolino di lancio per affermare il suo potere personale all'interno del partito dopo la morte di Lenin (1924). Fu allora che nel contesto di una Russia devastata dalla guerra mondiale e dalla guerra civile, con milioni di cittadini senza tetto e letteralmente affamati, diplomaticamente isolata in un mondo ostile, scoppiò violento il dissidio con Lev Trockij, ostile alla Nuova Politica Economica e sostenitore dell'internazionalizzazione della rivoluzione. Stalin sosteneva al contrario che la "rivoluzione permanente" fosse una pura utopia e che l'Unione Sovietica dovesse puntare sulla mobilitazione di tutte le proprie risorse al fine di salvaguardare la propria rivoluzione (teoria del "socialismo in un Paese solo").
Trockij, sulla falsariga degli ultimi scritti di Lenin, pensava, assieme alla crescente opposizione creatasi in seno al partito (tra cui i Decei, critici del Centralismo Democratico), che ci volesse invece un rinnovamento democratico all'interno degli organi dirigenti, che sempre più venivano scelti su matrice non elettiva, dall'alto verso il basso, contrariamente agli spiriti che accesero la rivoluzione. Espresse queste sue posizioni al XIII congresso del partito, ma venne sconfitto, oltretutto accusato da Stalin e dal "triumvirato" (Stalin, Kamenev, Zinov'ev) di "frazionismo", tendenza contraria alla direzione "monolitica" presa dal partito dal X congresso. Trockij venne isolato anche a causa delle norme di emergenza (prese precedentemente dallo stesso Lenin nel pieno della guerra civile sempre nell'ambito del X congresso) tese a strutturare un partito compatto, eliminando le tendenze frazionistico-scissioniste.
Le tesi di Stalin trionfarono soltanto nel 1926, quando infine il Comitato centrale si schierò sulle posizioni staliniane isolando Trockij (con il quale, nel corso del dibattito, avevano finito per associarsi anche Kamenev e Zinov'ev).
Nel corso di questi anni sia l'Opposizione Operaia di Aleksandra Kollontaj, che si batteva per il ritorno alla democrazia dei Soviet contro la burocratizzazione, sia l'Opposizione di Sinistra, guidata da Trockij, e la sua momentanea trasformazione in Opposizione Unificata. con Kamenev e Zinov'ev, che poi capitolarono, furono sconfitte con i metodi più brutali di intimidazione e di persecuzione, dalla propaganda perniciosa di falsità da parte dell'apparato del partito dominato dagli staliniani all'irruzione delle sedi di partito che ospitavano riunioni e assemblee e con la devastazione delle stesse ed il pestaggio degli intervenuti.
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Lo psichiatra russo Vladimir Bekhterev nel 1927 visitò Stalin e gli diagnosticò una sindrome paranoide, poco tempo dopo morì in circostanze non chiarite.
Cenni storici: l'era staliniana [modifica]
Per approfondire, vedi le voci Stalinismo e Grandi purghe.



Francobollo sovietico anni cinquanta: "La pace sconfigge la guerra". Fa parte delle raffigurazioni del dopoguerra. Sul manifesto c'è scritto: "Grazie, caro Stalin, per i nostri bambini felici". Lo scopo è far apparire Stalin come il salvatore dell'URSS dai nazisti.
Con il 1928 iniziò la cosiddetta "era di Stalin". Da quell'anno infatti la vicenda della sua persona si identificò con la storia dell'URSS, di cui fu l'onnipotente artefice fino alla morte. Dopo aver posto bruscamente termine alla NEP con la collettivizzazione forzata e la meccanizzazione dell'agricoltura e soppresso il commercio privato (i kulaki arricchiti furono declassati a semplici contadini dei kolchoz o avviati a campi di lavoro), fu dato avvio al primo piano quinquennale (1928-32) che dava la precedenza all'industria pesante. Circa la metà del reddito nazionale fu dedicata all'opera di trasformazione di un Paese povero e arretrato in una grande potenza industriale. Furono fatte massicce importazioni di macchinari e chiamate alcune decine di migliaia di tecnici stranieri. Sorsero nuove città per ospitare gli operai (che in pochi anni passarono dal 17 al 33% della popolazione), mentre una fittissima rete di scuole debellava l'analfabetismo e preparava i nuovi tecnici.
Anche il secondo piano quinquennale (1933-37) diede la precedenza all'industria che compì un nuovo grande balzo in avanti; ma non altrettanto brillante fu il rendimento agricolo per cui, in concomitanza con l'entrata in vigore di una nuova Costituzione (1936), ne fu modificata la troppo rigida struttura. A quest'opera indubbiamente gigantesca corrisposero tuttavia un ferreo autoritarismo e un'implacabile intransigenza: ogni dissenso ideologico fu condannato come "complotto".
Furono le terribili "purghe" degli anni Trenta (successive al misterioso assassinio di S. Kirov) che videro la condanna a morte o a lunghi anni di carcere di quasi tutta la vecchia guardia bolscevica, da Kamenev a Zinov'ev a Radek a Sokolnikov a J. Pjatakov; da Bucharin e Rykov a G. Jagoda e a M. Tuchačevskij (1893 - 1938), in totale 35.000 ufficiali su 144.000 che componevano l'Armata Rossa [4].
Secondo le stime del KGB (1960, rese note dopo la caduta dell'U.R.S.S.) 681.692 persone vennero condannate a morte nel 1937-38 (353.074 nel 1937 e 328.018 nel 1938), 1.118 nel 1936 e 2.552 nel 1939 per reati politici. Il totale di condanne a morte politiche tra il 1930 e il 1953 è, sempre secondo queste stime, di 786.098, anche se molti storici le considerano sottostimate per diversi motivi.
Certo all'origine del bagno di sangue che spazzò via dal PCUS ogni residuo frazionismo (operazione che privò fra l'altro l'Armata Rossa di oltre la metà dei suoi comandanti più prestigiosi) ci fu anche l'effettivo timore di complotti e di moti reazionari.
Ammessa alla Società delle Nazioni nel 1934, l'URSS avanzò proposte di disarmo generale e cercò di favorire una stretta collaborazione antifascista sia fra i vari Paesi sia al loro interno (politica dei "fronti popolari"). Nel 1935 concluse patti di amicizia e reciproca assistenza con la Francia e la Cecoslovacchia; l'anno successivo appoggiò con aiuti militari la Spagna repubblicana contro Franco. Ma il Patto di Monaco (1938) costituì un duro colpo per la politica "collaborazionista" di Stalin che a Litvinov sostituì Vjačeslav Molotov (1939) e alla linea possibilista alternò una politica puramente realistica.
Così, di fronte alle tergiversazioni occidentali, Stalin preferì la "concretezza" tedesca (Patto Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939) che, secondo lui, se non era più in condizione di salvare la pace europea, poteva almeno assicurare la pace all'URSS. Una diversa interpretazione storiografica è, tuttavia, quella che vede il Patto Molotov-Ribbentrop come un tentativo di Stalin di far uscire l'URSS dall'isolamento internazionale in cui si trovava da almeno un biennio, reso palese dalla Conferenza di Monaco del 29-30 settembre 1938 cui l'Unione Sovietica non era stata invitata. Una ulteriore interpretazione storiografica (ad esempio, quella dello storico russo marxista-leninista Roy Medvedev, che ha scritto diverse opere su Stalin) vede un Stalin in attesa degli eventi, pronto a schierarsi dalla parte del vincitore appena si fosse palesato come tale. La spartizione della Polonia (1939) e l'annessione di Estonia, Lettonia e Lituania e la guerra alla Finlandia (1940) rientrarono nella stessa concezione: garantire al massimo le frontiere sovietiche "calde". In seguito al patto di non aggressione con la Germania, il Comintern strettamente controllato da Stalin, riesumò il vecchio slogan leniniano della guerra tra opposti imperialismi, attribuendo le maggiori responsabilità a Francia e Inghilterra. [5] Tale linea provocò non poco scompiglio e disorientamento tra le file dei comunisti molti dei quali erano approdati alle idee del comunismo proprio in funzione dell'anti-nazismo e dell'antifascismo [6].
La successiva guerra contro i paesi dell'Asse nazifascita (1941-1945) costituì una pagina importantissima della vita di Stalin. Sotto la sua guida l'URSS patì numerose perdite (quantificabili in circa 10.000 di militari uccisi) ma riuscì a bloccare l'attacco nazista, fino a giungere a conquistare la capitale tedesca a seguito della battaglia di Berlino. Tra gli scontri principali si ricorda l'assedio di Leningrado e la battaglia di Stalingrado.
Più che l'apporto - diretto e notevole - alla conduzione della guerra, fu comunque estremamente significativo il ruolo di Stalin come grande diplomatico, evidenziato dalle conferenze al vertice: un negoziatore rigoroso, logico, tenace, non privo di ragionevolezza. Fu assai stimato da Franklin Delano Roosevelt, meno da Winston Churchill cui fece velo la vecchia ruggine anticomunista.
Il dopoguerra e la morte [modifica]
Si sostiene che stimasse Chiang Kai-shek più di Mao Zedong[senza fonte] (che tra l'altro aveva di lui un'ottima opinione, come testimonia la visita che fece allo statista sovietico il 21 dicembre 1949, in occasione del suo compleanno nonchè gli onori che gli tributò nei giorni successivi alla sua scomparsa) e solo con riluttanza smise di pensare che la Cina poteva essere governata dal Kuomintang con l'adesione dei comunisti[senza fonte]. Ad ogni modo, durante la guerra civile cinese l'URSS fornì al Partito Comunista Cinese un contributo in materiale bellico e un certo numero di consiglieri; fin dall'agosto del 1945 inoltre, dopo la sua dichiarazione di guerra al Giappone, appoggiò i maoisti conquistando la Manciuria e lasciando al PCC il bottino ottenuto.
Per ciò che concerneva la Germania, Stalin fu un assertore della divisione in due Stati: Repubblica Federale Tedesca capitalista e Repubblica Democratica Tedesca comunista. Quando le potenze occidentali decisero unilateralmente la politica monetaria da far adottare ai tedesci, il leader georgiano rispose con il blocco della città: il 24 giugno 1948 l'URSS impedì gli accessi ai tre settori occupati da americani, inglesi e francesi di Berlino, tagliando tutti i collegamenti stradali e ferroviari che attraversavano la parte di Germania sotto controllo sovietico. Gli americani risposero con il celebre ponte aereo che convinse l'Unione Sovietica a togliere il blocco il 12 maggio 1949 (ma le incurisoni aeree USA perdurarono fino al 30 settembre).
Il dopoguerra trovò l'URSS impegnata nuovamente su un doppio fronte: la ricostruzione all'interno e l'ostilità occidentale all'esterno, resa questa volta assai più drammatica dalla presenza della bomba atomica che l'Unione Sovietica sperimentò nel 1949. Furono gli anni della Guerra Fredda, che videro Stalin irrigidire ancor più il monolitismo del Partito comunista fuori e dentro i confini, di cui è espressione evidente la creazione del Cominform e la "scomunica" della deviazionista Iugoslavia.
In occasione della guerra di Corea Stalin offrì all'alleato Kim Il Sung l'appoggio di 26.000 soldati sovietici (un apporto molto moderato, se confrontato con quello concesso invece da Mao pari a 780.000 militi) e regalò delle forniture alimentari ai nordcoreani, ma fu sempre restio a un'internazionalizzazione del conflitto. Durante la guerra civile greca rispettò i patti firmati con le potenze alleate e non supportò i comunisti ellenici, a differenza di Gran Bretagna e USA che a rotazione diedero una grossa mano alla repressione monarchica.
Stalin, ormai in età avanzata, subì un colpo apoplettico nella sua villa suburbana di Kuntsevo la notte tra l'1 e 2 marzo 1953, ma le guardie di ronda davanti alla sua camera da letto non osarono forzarne la porta blindata fino alla mattina dopo, quando Stalin era già in condizioni disperate: metà del corpo era paralizzata, ed aveva perso l'uso della parola. Morì all'alba del 5 marzo, dopo aver dato per diverse volte segnali di miglioramento. Drammatico è il racconto dell'ultimo istante di vita del dittatore fatto dalla figlia Svetlana.
Il suo funerale fu imponente, con una partecipazione stimata in un milione di persone[7]: il corpo, dopo essere stato imbalsamato e vestito in uniforme, fu solennemente esposto al pubblico nella Sala delle Colonne del Cremlino (dove era già stato esposto Lenin). Almeno 500 persone morirono schiacciate nel tentativo di rendergli omaggio.[8] Fu sepolto accanto a Lenin nel mausoleo sulla Piazza Rossa.
Quando Stalin morì, la sua popolarità come capo del movimento di emancipazione delle masse oppresse di tutto il mondo era ancora intatta: ma bastarono tre anni perché al XX Congresso del PCUS (1956) il suo successore, Nikita Chru¨čёv, denunciasse i crimini da lui commessi contro gli altri membri del partito dando il via al processo di "destalinizzazione". Primo provvedimento di tale nuova politica fu la rimozione della mummia di Stalin dal Mausoleo di Lenin, accanto al quale il dittatore era stato deposto subito dopo la morte. Da allora egli riposa in una tomba poco distante, sotto le mura del Cremlino.
Tra le opere di Stalin hanno notevole importanza ideologica e politica: La questione nazionale (1912); Materialismo dialettico e materialismo storico (1938); Questioni del leninismo (1941); Il marxismo e la linguistica (1950); Problemi del socialismo in URSS (1952).
Il tributo di sangue [modifica]


Berlino est, 1951: Statua di Stalin nella Karl Marx Allee
La maggioranza degli storici concordano che, tenendo in considerazione oltre al terrorismo di stato (deportazioni e purghe politiche), le carestie (tra cui la grande tragedia dell'Holodomor) e la mortalità in prigione e nei campi di lavoro, Stalin e i suoi accoliti furono direttamente o indirettamente responsabili della morte di un numero di persone compreso tra 20 e 60 milioni. Secondo Aleksandr Jakovlev, che dirige la Commissione per la riabilitazione delle vittime delle repressioni (creata dal presidente Eltsin nel 1992) ed ex braccio destro di Stalin, i morti causati da Stalin furono oltre 20 milioni.
Sulla cifra esiste però un ampio dibattito. Gli archivi sovietici, del tutto incompleti ed approssimativi, riferiscono che vennero condannate a morte tra il 1930 e il 1953 per motivi politici. Tra questi 681,692 nel 1937 e 1938, durante le "grandi purghe"; tuttavia non tutte le condanne a morte sentenziate durante questo periodo vennero eseguite. Infatti, gli arrestati furono oltre 42 milioni e buona parte di essi morirono nei gulag. Inoltre risulta che tra il 1921 e il 1954 ulteriori 2,400,000 persone furono deportate nei gulag per reati politici (uno dei capi di imputazione più frequenti era l'incitamento a sovvertire od indebolire lo Stato). Vi furono anche circa 40 milioni di arrestati per reati comuni, parte dei quali arrestati per motivi ideologici o solo in quanto sospettati, spesso senza alcuna prova o riscontro nella realtà, di attività sovversivi o di apologia di capitalismo.
Molti ritengono le cifre fornite dagli archivi sovietici sottostimate. Lo storico e demografo russo Erlikman ha stimato 1.500.000 persone giustiziate (ove gli archivi riportano solo 786,098 persone ), 4.300.000 morti nei campi di concentramento amministrati dal Gulag ed in prigione (agli 1.900.000 ufficiali riportati nell'archivio ne ha aggiunti 2.400.000; tale cifra sale a 5 milioni considerando i 700.000 morti nei campi di lavoro tra il 1922 e il 1929), 1.700.000 morti nelle deportazioni (su un totale di 7.500.000 deportati) ed un milione di civili e prigionieri stranieri morti a causa dell'Armata Rossa, per un totale di 8.500.000 morti causati da Stalin. In Georgia circa 80.000 persone vennero giustiziate nel 1921, 1923–24, 1935–38, 1942 e 1945-50, e più di 100.000 vennero deportate nei campi di lavoro.
I condannati ai gulag per "reati controrivoluzionari" ai sensi dell'articolo 58 (codice penale della RSFSR) furono, secondo gli archivi, dal 1921 al 1954, 2,400,000 ed i condannati totali (anche per altri reati) nello stesso periodo non superarono i 9 milioni.
Vi è chi adduce analisi demografiche per contenere il numero delle vittime staliniane.I confronti tra il censimento del 1926 e quello del 37 suggeriscono un numero di 5-10 milioni di morti in eccesso rispetto a quanto sarebbe stato normale per quel periodo, dovuti principalmente alla carestia del 1931–34 (Holodomor). Il censimento del 1926 fissa la popolazione dell'Unione Sovietica a 147 milioni, mentre quello del 1937 registra una popolazione compresa tra i 162 e i 163 milioni. Quest'ultima cifra è di 14 milioni inferiore a quanto atteso dalle proiezioni. Il censimento del 1937 venne invalidato come "censimento disfattista" e i responsabili vennero puniti severamente. Un nuovo censimento venne eseguito nel 1939, ma la cifra pubblicata di 170 milioni viene in genere attribuita direttamente ad una decisione di Stalin. Si noti che la cifra di 14 milioni non implica 14 milioni di morti in più, poiché fino a 3 milioni possono essere ricondotti a nascite mai avvenute a causa di una riduzione della fertilità o per scelta.
Il 5 marzo 1940 Stalin e altri alti funzionari sovietici firmarono l'ordine di esecuzione di 25.700 cittadini polacchi, tra cui 14.700 prigionieri di guerra. Questo episodio è noto come Massacro di Katyn. Il 20 agosto dello stesso anno un agente dell'NKVD assassinò l'antico avversario di Stalin Lev Trockij, su suo personale ordine, esiliato in Messico.
Oltre alla morte nei lager Stalin provocò in Ucraina la morte di diversi milioni di persone per fame (Holodomor): le stime oscillano tra circa 1,54 (morti in eccessi registrate dagli archivi sovietici) e 10 milioni. Occorre precisare che Stalin è considerato da molte nazioni direttamente responsabile di questi decessi, poiché negli archivi sovietici sono numerosi i documenti che confermano la pianificazione della carestia per parte staliniana. Nella vigilia della 61esima sessione dell'Assemblea generale dell'ONU nell'estate 2006 il ministro degli esteri ucraino Boris Tarasiuk dichiarò:
« lo sterminio di massa pianificato appositamente dal regime totalitario comunista dell'epoca ha causato la morte di una cifra oscillante tra i 7 e 10 milioni di uomini, donne e bambini innocenti, cioè di circa un quarto della popolazione ucraina dell'epoca »

Le missive scritte dai contadini agonizzanti dalla fame ai propri parenti arruolati nell'Armata Rossa non giungevano mai ai rispettivi destinatari, in quanto venivano regolarmente intercettate dalla censura militare affinché le voci relative a ciò che stava effettivamente accadendo nelle zone colpite dalla carestia non si diffondessero per tutto il paese.
Tra le testimonianze dell'epoca:
• Lettera scritta ad un artigliere dalla sorella residente a Krylovskaja, provincia di Rostov.
« Non ti puoi nemmeno immaginare l'orrore che stiamo vivendo al paese. La gente sta morendo di fame e quando qualcuno entra in casa per chiedere un pezzo di pane se non glielo dai rischi che ti taglino il collo. Se vedessi quante persone affamate, ammalate e gonfie dalla fame ci sono adesso...è una cosa spaventosa. La gente è affamata sino al punto che mangia carne di cavallo putrefatta. »

• Lettera scritta dai genitori al soldato dell'Armata Rossa Yurcenko da Novo-Derevjanovskaja, Caucaso del Nord.
« Quanta gente muore di fame; i cadaveri giacciono fino a 5 giorni lungo le strade senza che nessuno si preoccupi di sotterrarli. La gente ha fame, le forze per scavare le fosse non le ha più. Fa paura persino a guardare chi è ancora vivo...le facce stravolte, gli occhi piccoli e prima della morte il gonfiore diminuisce, diventando di un colore giallastro. Non sappiano che ne sarà di noi, ci attende la morte per fame... »
Per i villaggi, che ogni anno dovevano consegnare una parte del raccolto allo Stato, furono fissate quote altissime, proprio in un periodo di raccolti magri. Di fronte al mancato rispetto delle quote, Stalin inviò la polizia politica a requisire l'intero raccolto. «Arrivavano, cercavano dappertutto e si portavano via anche il cibo cotto nelle pentole», racconta Dmytro Kalenyk, 88 anni, uno dei due sopravvissuti in una famiglia di 14 persone. I contadini, ai quali era vietato lasciare i villaggi, erano condannati. «Per una spiga di grano si veniva fucilati sul posto», racconta ancora il vecchio agricoltore). Interi villaggi vennero cancellati. Quando anche l'ultimo abitante era morto, issavano una bandiera nera e qualcuno arrivava a seppellire i morti. Chi ci riusciva, abbandonava i figli alle stazioni, sperando che le autorità li avrebbero portati in orfanotrofio. «Uccidemmo i gatti, cucinammo i cani; poi le persone iniziarono a mangiarsi fra di loro», racconta Anna Vasilieva, 85 anni. Tale tragedia provocata dal dittatore Stalin non riguardò solo l'Ucraina. L'Izvestiya ha pubblicato la lettera inviata dalla figlia che abitava a Rostov sul Don a un certo Rostenko: «Ero andata a cercare pane e ho visto che tutti correvano in vicolo Nikolaevskij. C'era un mucchio di gambe e braccia buttate nel catrame. Poi ho saputo che una donna è stata arrestata al mercato perché vendeva salame di carne umana».
Riportiamo ora uno dei tanti documenti di Stalin che la dice lunga sulle effettive cause di quella strage collettiva, più esattamente la direttiva da parte del Comitato Centrale del partito comunista sovietico, datata 22 gennaio 1933, che proibì l'esodo di massa dei contadini affamati dalle loro terre, condannandoli di conseguenza alla morte per fame.
« Il Comitato centrale del partito comunista sovietico ed il Soviet dei commissari del popolo sono stati informati in merito ad un esodo di massa in corso nelle zone del Kuban e dell'Ucraina da parte di contadini alla ricerca "di pane" che si dirigono nelle zone del Volga, della provincia di Mosca, nel Caucaso ed in Bielorussia. Sia il Comitato centrale del partito comunista sovietico che il Soviet dei commissari del popolo non dubitano minimamente che si tratti di un atto simile a quello dell'anno scorso avvenuto in Ucraina e pianificato da nemici del potere sovietico ed agenti polacchi allo scopo di organizzare agitazioni "attraverso i contadini" nelle zone settentrionali dell'Unione Sovietica contro i kolchoz e soprattutto contro il potere sovietico. L'anno scorso sia gli organi di partito che quelli della polizia militare ucraina non si sono rivelati in grado di opporsi a questo atto contro-rivoluzionario organizzato nei confronti del potere sovietico. Quest'anno non verranno in nessun modo tollerati errori del genere.
Per tanto il Comitato centrale del partito comunista sovietico ed il Soviet dei commissari del popolo dell'Unione Sovietica ordinano alle autorità di polizia militare del Caucaso del Nord e dell'Ucraina di contrapporsi all'esodo di massa dei contadini locali in altre zone. Il Comitato centrale del partito comunista sovietico ed il Soviet dei commissari del popolo dell'Unione Sovietica ordinano altresì alle autorità di polizia militare della provincia di Mosca, della Bielorussia e del Volga innanzitutto di arrestare sul posto i contadini ucraini e caucasici che in qualche modo siano già riusciti a penetrare nei territori soprindicati e, in secondo luogo, una volta che gli elementi controrivoluzionari siano stati individuati, provvedere al rientro di tutti gli altri nei rispettivi luoghi di residenza.
Il presidente del Soviet dei commissari del popolo dell'Unione Sovietica,
V.M. Molotov
Il segretario generale del Comitato centrale del partito comunista dell'Unione Sovietica,
I.V. Stalin »
(Direttiva da parte del Comitato centrale del Partito Comunista Sovietico, 22 gennaio 1933)

Riguardo coloro che negano che le vittime del periodo staliniano siano statisticamente rilevanti si basano anche sul confronto tra i censimenti della popolazione. Infatti se si confronta la popolazione dell'Unione Sovietica nel gennaio del 1959 che è di 208.827.000 mentre nel 1913, negli stessi confini, era di 159.153.000, si può stabilire che l'incremento annuale della popolazione è dello 0,60%. Se confrontiamo questi dati con altri paesi otteniamo:


Stalin poco prima della morte
Crescita della popolazione, in migliaia[9]
Paese 1920 1960 Aumento annuo
Regno Unito
43718 52559 0,46%
Francia
38.750 45.684 0,41%
Germania
61.794 72.664 0,41%
• DDR
• Berlino
• RFT
17.241
2.199
53.224
URSS
159.153 208.827 0,60%
Come si vede, la popolazione dell'Unione Sovietica, nonostante nel calcolo, a differenza degli altri stati, sia compreso il periodo della prima guerra mondiale e della guerra civile, e nonostante i 26 milioni di morti nella seconda guerra mondiale ha avuto un aumento annuale del 50% superiore agli altri stati menzionati. Inoltre molti sostenitori di questa tesi considerano i morti ucraini per fame vittime della crisi alimentare provocata dai contadini che si rifiutarono di coltivare la terra pur di non dare parte del raccolto ai commissari politici e allo stato.
Una frase erroneamente attribuita a Stalin è "La morte di un uomo è una tragedia, la morte di milioni è statistica" che si ritiene detta da Churchill alla Conferenza di Potsdam del 1945. In realtà la frase, che Stalin non ha mai pronunciato, è tratta da un romanzo di Erich Maria Remarque L'obelisco nero (1956).
Famiglia [modifica]
Mogli [modifica]
• Ekaterina Svanidze (1880-1907), sposata nel 1903 e morta nel 1907
• Nade¸da Alliluyeva (1901-1932), sposata nel 1919[10], morta nel 1932
Figli [modifica]
• Jakov D¸uga¨vili (1907-1943), avuto dalla prima moglie, morto prigioniero dei tedeschi nel 1943
• Vassilly D¸uga¨vili (1921-1962), avuto dalla seconda moglie, morto per eccessi di alcool nel 1962
• Svetlana Alliluyeva (1926- ), avuto dalla seconda moglie, andata negli USA nel 1967, vivente
• Kostantin D¸uga¨vili (1912?) avuto da una donna durante la prigionia
Curiosità [modifica]
• E' l'ultimo Capo di Stato della storia ad aver inviato ufficialmente una dichiarazione di guerra: ciò accadde l'8 agosto del 1945, quando scese in campo contro l'Impero giapponese.
• Gli oppositori politici cattolici italiani lo chiamavano "Baffone". Questo soprannome venne usato anche da don Camillo nel film: Don Camillo e l'Onorevole Peppone (Carmine Gallone, 1955). Infatti in una scena il prete, interpretato da Fernandel, conia questo slogan contro l'avversario: «Chi vota Peppone, vota Baffone!».
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#Posté le jeudi 11 juin 2009 14:06

benito mussolini

benito mussolini
Benito Amilcare Andrea Mussolini (Dovia di Predappio, 29 luglio 1883 – Giulino di Mezzegra, 28 aprile 1945) è stato un politico, giornalista e statista italiano.
Fondatore del fascismo, fu capo del Governo del Regno d'Italia - prima come Presidente del Consiglio dei Ministri, poi come Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato - dal 31 ottobre 1922 (con poteri dittatoriali dal gennaio 1925) al 25 luglio 1943[1]. Fu nominato Primo Maresciallo dell'Impero il 30 marzo 1938, e fu capo (Duce) della Repubblica Sociale Italiana dal settembre 1943 al 27 aprile 1945.
Fu esponente di spicco del Partito Socialista Italiano, e direttore del quotidiano socialista Avanti! dal 1912. Convinto anti-interventista negli anni della guerra di Libia e in quelli precedenti la prima guerra mondiale, nel 1914 cambiò radicalmente opinione, dichiarandosi a favore dell'intervento in guerra. Trovatosi in netto contrasto con la linea del partito, si dimise dalla direzione dell'Avanti! e fondò Il Popolo d'Italia, schierato su posizioni interventiste, venendo quindi espulso dal PSI. Nell'immediato dopoguerra, cavalcando lo scontento per la «Vittoria mutilata», fondò i Fasci Italiani di Combattimento (1919), poi divenuti Partito Nazionale Fascista nel 1921, e si presentò al Paese con un programma politico nazionalista, autoritario e radicale, che in seguito assunse anche forti elementi antisocialisti che gli valsero l'appoggio della piccola borghesia e dei ceti industriali e agrari.
Nel contesto di forte instabilità politica e sociale successivo alla Grande Guerra, decise quindi di puntare alla presa del potere. Forzando la mano delle istituzioni, con l'aiuto di atti di squadrismo e d'intimidazione politica che culminarono il 28 ottobre del 1922 con la Marcia su Roma, Mussolini ottenne l'incarico di costituire il Governo (30 ottobre). Dopo il contestato successo alle elezioni politiche del 1924, instaurò nel gennaio del 1925 la dittatura, risolvendo con forza la delicata situazione venutasi a creare dopo l'assassinio di Giacomo Matteotti. Negli anni successivi consolidò il regime, affermando la supremazia del potere esecutivo, trasformando il sistema amministrativo e inquadrando le masse nelle organizzazioni di partito.
Nel 1935, Mussolini decise di occupare l'Etiopia provocando l'isolamento internazionale dell'Italia. Appoggiò i franchisti nella Guerra civile spagnola e si avvicinò alla Germania Nazista di Hitler, con il quale stabilì un legame che culminò con il Patto d'Acciaio nel 1939. È in questo periodo che furono approvate in Italia le leggi razziali.
Nel 1940, confidando in una veloce vittoria delle Forze dell'Asse, entrò in guerra al fianco della Germania. In seguito alle disfatte subite dalle Forze Armate italiane e alla messa in minoranza durante il Gran Consiglio del Fascismo del 24 luglio del 1943, fu arrestato per ordine del Re (25 luglio) e successivamente tradotto a Campo Imperatore. Liberato dai tedeschi, e ormai in balia delle decisioni di Hitler, instaurò nell'Italia settentrionale la Repubblica Sociale Italiana. In seguito alla completa disfatta delle forze armate italotedesche nell'Italia settentrionale, dopo aver invano tentato di trattare la resa e sancire la dissoluzione della RSI, abbandonò Milano in fuga verso il Lago di Como la sera del 25 aprile.[2] Il 27 aprile del 1945 fu catturato dai partigiani a Dongo, sul Lago di Como, e fucilato il giorno successivo insieme alla sua amante Claretta Petacci.

Biografia [modifica]
La gioventù, la prima attività politica e la «grande guerra» [modifica]
La nascita e l'origine del nome [modifica]


Alessandro, padre di Benito Mussolini


Rosa Maltoni, madre di Benito Mussolini
Figlio del fabbro Alessandro e della maestra elementare Rosa Maltoni, nasce il 29 luglio 1883 a Dovia, frazione del comune di Predappio,[3] in provincia di Forlì.
Il nome «Benito Amilcare Andrea», fu deciso dal padre,[4] socialista dell'estrema ala anarchica, desideroso di rendere omaggio alla memoria di Benito Juárez, celebre leader rivoluzionario reformista ed ex presidente del Messico, di Amilcare Cipriani, patriota italiano e socialista, e di Andrea Costa, primo deputato socialista eletto nel parlamento italiano.
L'istruzione [modifica]
Il giovane Mussolini frequenta le prime due classi elementari prima a Dovia e poi a Predappio (1889-1891); entra quindi nel collegio salesiano di Faenza (1892-1894), ma ne viene trasferito in seguito alla durissima punizione (comprensiva della retrocessione dalla classe quarta alla seconda) per una rissa nella quale ferì con un coltello alla mano un suo compagno[5]. Prosegue gli studi nel collegio Carducci di Forlimpopoli, dove consegue nel settembre 1898 la licenza tecnica inferiore. A partire dall'ottobre di quell'anno, per via di un secondo scontro con un altro alunno, è costretto a frequentare come esterno (solo nel 1901 è riammesso come convittore).
A Forlimpopoli, anche per l'influsso paterno, Mussolini si avvicina al socialismo militante e nel 1900 si iscrive al Partito Socialista Italiano. Dopo aver ottenuto la licenza, avanza domanda d'insegnamento per concorso o per incarico in diversi comuni: Predappio, Legnano, Tolentino, Ancona, Castelnuovo Scrivia.
Non essendo riuscito a salire stabilmente in cattedra e non avendo nemmeno ottenuto il posto di sostituto aiutante del segretario comunale di Predappio (la sua domanda fu respinta dal gruppo clerico-moderato con 10 voti su 14),[6] il 13 febbraio 1902 dopo una supplenza di pochi mesi nella scuola elementare di Pieve Saliceto, frazione di Gualtieri Emilia, emigra il 9 luglio 1902 in Svizzera a Losanna, dove s'iscrive al sindacato muratori e manovali, di cui poi diverrà segretario, e pubblica il suo primo articolo su L'Avvenire del lavoratore.
A quel tempo Mussolini era contrario al servizio militare e così nel 1902 emigrò in Svizzera per evitarlo.[7]


La casa natale di Benito Mussolini a Predappio, oggi un museo
La Svizzera e la prima militanza [modifica]
Fino al novembre vive in Svizzera, peregrinando di città in città e svolgendo lavori occasionali. È espulso due volte dal paese: il 18 giugno 1903 è arrestato come agitatore socialista, trattenuto in carcere per 12 giorni, e poi espulso il 30 giugno; il 9 aprile 1904 viene incarcerato per 7 giorni a Bellinzona a causa di un permesso di soggiorno falso. Nel frattempo riceve anche una condanna ad un anno di carcere per renitenza alla leva militare. Viene protetto da alcuni socialisti e anarchici del Canton Ticino, tra cui Giacinto Menotti Serrati e Angelica Balabanoff, con cui avvia una relazione sentimentale.[8]
Nel 1904 inizia l'attività di giornalista, con una passione che lo accompagnerà sino alla fine dei suoi giorni. Collabora con periodici locali d'ispirazione socialista (tra cui il Proletario). Più tardi dirà - ma non vi è riscontro materiale - aver studiato presso la facoltà di Scienze sociali di Losanna, frequentando anche le lezioni di Vilfredo Pareto. L'attività di giornalista rende evidente sin dai suoi primi scritti l'estraneità delle sue idee dalla tradizione ideologica a forte connotazione positivistica predominante nel socialismo italiano. Prende subito posizione contro tale orientamento riformista e si schiera per questo con l'ala rivoluzionaria del partito socialista, capeggiata da Arturo Labriola e invia corrispondenze al giornale milanese l'Avanguardia socialista; con il passare degli anni sviluppa una sempre più aspra avversione verso i riformisti, tentando di diffondere e di imporre all'intero movimento socialista una sua concezione rivoluzionaria[9]. È in questo periodo che mostra le maggiori affinità ideologiche con il sindacalismo rivoluzionario. Dalle discussioni con il pastore evangelico Alfredo Taglialatela trarrà una conclusione negativa sul problema dell'esistenza di Dio, sul quale non cambierà più idea. Le sue opinioni saranno in seguito raccolte nell'opuscolo L'uomo e la divinità, una breve dissertazione sulle motivazioni secondo le quali bisognerebbe negare l'esistenza di Dio.
Mussolini, inoltre, studia assiduamente il francese e cerca di imparare il tedesco, avvalendosi in quest'ultimo caso, dell'aiuto della Balabanoff.
Mussolini giornalista e agitatore politico [modifica]
Nel novembre 1904, essendo la condanna come renitente alla leva caduta per effetto di un'amnistia concessa in occasione della nascita dell'erede al trono, Umberto, Mussolini torna in Italia. Deve tuttavia presentarsi al Distretto militare di Forlì. Adempie ai suoi doveri di leva, venendo assegnato il 30 dicembre 1904 al Decimo Reggimento bersaglieri di Verona. Può tornare a casa con una licenza per assistere la madre morente (19 gennaio 1905). Poi riprende il servizio militare; al termine ottiene una dichiarazione di buona condotta per il contegno disciplinato.
Congedato, Mussolini rientra a Dovia di Predappio il 4 settembre 1906. Poco dopo si reca ad insegnare in Friuli, a Tolmezzo, dove ha ottenuto un posto da supplente dal 15 novembre sino al termine dell'anno scolastico. Nel novembre del 1907 ottiene l'abilitazione all'insegnamento della lingua francese e, nel marzo 1908, ottiene un incarico come professore di francese in una scuola tecnica, il Collegio Civico di Oneglia, in Liguria, dove insegnerà anche Italiano, Storia e Geografia. Ad Oneglia ottiene la sua prima direzione di un giornale, anche se si tratta di un foglio di provincia: il settimanale socialista La Lima.
Nei suoi articoli il neo direttore attacca tutte le istituzioni sia politiche che religiose, accusando il governo Giolitti e la Chiesa di difendere gli interessi del capitalismo piuttosto che quelli del proletariato. Per evitare problemi si firma con lo pseudonimo di «Vero Eretico». Il giornale suscita grande interesse e Mussolini comprende che il giornalismo d'eversione può essere uno strumento politico.
Tornato a Predappio, si mette a capo dello sciopero dei braccianti agricoli. Il 18 luglio 1908 è arrestato per minacce a un dirigente delle organizzazioni padronali. Processato per direttissima viene condannato a tre mesi di carcere, ma dopo 15 giorni è rilasciato in libertà provvisoria su cauzione. Nel settembre dello stesso anno è di nuovo incarcerato per dieci giorni, per aver tenuto a Meldola un comizio non autorizzato.
In novembre si trasferisce a Forlì, dove vive in una stanza affittata, assieme al padre che nel frattempo ha aperto la trattoria Il bersagliere con la compagna Anna Lombardi (vedova Guidi, madre della futura moglie del duce). In questo periodo, Mussolini pubblica, su Pagine libere (rivista del sindacalismo rivoluzionario edita a Lugano e diretta da Angelo Oliviero Olivetti), l'articolo La filosofia della forza, in cui fa riferimento al pensiero di Nietzsche. Il 6 febbraio 1909 si trasferisce a Trento, capitale dell'irredentismo italiano, dove è segretario della Camera del Lavoro, e dirige il suo primo quotidiano: L'avvenire del lavoratore.
Il 7 marzo di quell'anno si rende protagonista di un breve scontro giornalistico con Alcide De Gasperi, direttore del periodico cattolico Il Trentino. Mussolini collabora anche con il quotidiano Il Popolo, diretto da Cesare Battisti, sulle cui pagine scrive, il 12 giugno, a proposito della "santa di Susà". Così era chiamata una contadina, Rosa Broll, che era stata adescata da un sacerdote del luogo. Il prete aveva sparso in pubblico la voce che la contadina avesse qualche potere miracoloso, ma la frequentava in segreto con ben altri scopi. La vicenda era stata taciuta dalla stampa locale per pudore. L'anticlericale Mussolini ci vide invece un'occasione per gettare discredito sulle istituzioni religiose e svelò la tresca. L'articolo ebbe un così grande successo che la direzione del Partito Socialista trentino decise di farne una pubblicazione a sé stante al prezzo di 6 centesimi.
Il 10 settembre dello stesso anno Mussolini è incarcerato a Rovereto per diffusione di giornali già sequestrati e istigazione alla violenza verso l'impero asburgico; il 29 è espulso dal paese e ritorna a Forlì.
Nel Partito Socialista [modifica]
A partire dal gennaio 1910, è segretario della Federazione socialista forlivese e dirige il suo periodico ufficiale L'idea socialista, settimanale di quattro pagine (ribattezzato da Mussolini stesso Lotta di classe). Il 17 gennaio Mussolini inizia a convivere con Rachele Guidi, sua futura moglie. Inizia inoltre a collaborare con la rivista socialista Soffitta.
Continua anche il rapporto con Il popolo di Trento. Cesare Battisti gli chiede di scrivere un romanzo a puntate. Il compenso è di 15 lire a puntata. Mussolini sceglie uno dei suoi argomenti preferiti, la critica sociale anticlericale. Ispirandosi a una storia realmente avvenuta a Trento nel Seicento, scrive Claudia Particella, l'amante del cardinale Madruzzo. La prima puntata esce il 20 gennaio 1910. Il romanzo ottiene un tale successo da indurre Battisti a chiedere all'autore di prolungare la storia, portando il compenso a 25 lire a puntata. Il 23 agosto Mussolini partecipa al congresso socialista di Milano. E' un esordio sfortunato quello, forse è emozionato, il suo intervento viene considerato dai congressisti, quello di un originale. L'uomo in quel periodo assomiglia più a un bandito che non a quegli avvocati borghesi che dirigono il Partito, sono lontani i tempi in cui indosserà la "redingote" per giurare nelle mani del Sovrano. Sarà sbeffeggiato e probabilmente giurò la vendetta che consumerà nel congresso del 1912.
Un solo "Duce", molti miti
Lo svilupparsi, il consolidarsi e la successiva e definitiva decadenza del mito di Mussolini - o, meglio, dei diversi tipi di mito mussoliniano - sono stati analizzati dallo storico Emilio Gentile nel suo saggio Fascismo. Storia e interpretazione.[10]
Nel capitolo intitolato Mussolini: i volti di un mito, l'autore passa in rassegna ed esamina con l'ausilio di diverse testimonianze ampiamente documentate, i diversi momenti di colui che fu - appunto come mito - una componente fondamentale del fascismo e sicuramente uno dei miti più popolari nell'epoca fra le due guerre mondiali.
A essere tracciati sono quindi i profili dei diversi Mussolini: quello socialista, capo rivoluzionario e astro nascente del quadro politico nazionale al congresso di Reggio Emilia del 1912, il quale, in virtù anche della giovane età e della indubbia capacità oratoria, si proponeva come mito di una società che voleva essere moderna in maniera oltre e comunque differente rispetto alle spinte che venivano dalla corrente riformista del partito, in aperto antagonismo con la denunciata abulìa della politica giolittiana dell'epoca; quello nazionalradicale ed interventista, mentre era alle porte la prima guerra mondiale; quello del Capo e Duce che seppe coagulare attorno al movimento da lui creato, dopo la sua uscita dall'orbita del socialismo, una vera e propria fabbrica del consenso (il Mussolini della gente comune e giustiziere [per conto] del popolo); per giungere infine a quello della catastrofe e della caduta (della fiducia popolare, ma non solo) che, sfumata l'onda della macchina propagandistica e raccolti gli insuccessi in campo politico, diplomatico e militare, non poté che confidare nella visione degli irriducibili che da mitica non poteva che trasformarsi - inevitabilmente, si direbbe - in mistica.[11]
Scrive Gentile:
« Come altri miti politici del nostro tempo, anche questo [di Mussolini] è stato il prodotto di una situazione storica, cioè di condizioni sociali e psicologiche, culturali e politiche; ma, a sua volta, il mito ha operato nella realtà, ha influito sullo svolgimento della situazione storica condizionando l'atteggiamento di molte persone verso di essa. Nella moderna politica di massa, il mito ha un ruolo e un'attività che non possono essere trascurati nell'analisi dei movimenti collettivi senza compiere una sensibile mutilazione nella loro realtà storica. E questo vale soprattutto per il fascismo, che è stato il primo movimento politico di massa che ha portato il mito al potere.[12] »



L'11 aprile 1911 la sezione socialista di Forlì guidata da Mussolini vota l'autonomia dal PSI. Nel maggio dello stesso anno la prestigiosa rivista letteraria La Voce, diretta da Giuseppe Prezzolini, pubblica il suo saggio Il Trentino veduto da un socialista, costituito dagli appunti stesi da Mussolini durante la sua permanenza nel 1909.
Il 25 settembre Mussolini partecipa, assieme all'amico repubblicano Pietro Nenni, ad una manifestazione contro la guerra dell'Italia con l'impero ottomano per il possesso di Cirenaica e Tripolitania, che si conclude con scontri violenti con la polizia. Mussolini aveva definito l'impresa coloniale africana del governo guidato da Giovanni Giolitti un "atto di brigantaggio internazionale"; aveva inoltre definito il tricolore uno straccio da piantare su un mucchio di letame.[13] Arrestato il 14 ottobre, viene processato e condannato a un anno di reclusione (23 novembre). Il 19 febbraio 1912 la Corte d'Appello di Bologna riduce la pena a cinque mesi e mezzo e il successivo 12 marzo Mussolini viene rilasciato.
L'8 luglio 1912, al congresso del PSI di Reggio Emilia, avanza una mozione di espulsione nei confronti dei riformisti Leonida Bissolati, Ivanoe Bonomi, Angiolo Cabrini e Guido Podrecca,[14] che viene accolta. Quindi entra nella direzione nazionale del partito. Collabora poi con Folla, giornale di Paolo Valera, firmandosi con lo pseudonimo "L'homme qui cherche". Grazie agli eventi del 1912 e alle sue qualità di brillante oratore, nel novembre 1912 diviene esponente di spicco dell'ala massimalista del socialismo italiano e giunge alla direzione più ambita per lui, quella del quotidiano organo ufficiale del partito: l'Avanti, succedendo a Claudio Treves. Tra il 1912 e il 1914, anni in cui sarà alla guida del quotidiano socialista, coadiuvato da Angelica Balabanoff, scelta per il ruolo di redattore capo, Mussolini aumenta la tiratura passando da 37 mila ad oltre 70 mila copie vendute. Nello stesso periodo (novembre 1913) fonda un proprio giornale, Utopia, che dirigerà fino allo scoppio della guerra e sul quale potrà esprimere tutte le proprie opinioni, anche quelle in contrasto con la linea ufficiale del partito.
Al congresso del Partito Socialista di Ancona del 1914, presenta con Giovanni Ziboldi una mozione (accolta) con la quale si riconosce esser incompatibile l'appartenenza alla massoneria per un socialista. Il 9 giugno è eletto consigliere comunale a Milano ed è protagonista della Settimana Rossa.
Allo scoppio della grande guerra interpreta con fermezza la linea non interventista dell'Internazionale socialista. Mussolini è del parere che il conflitto non potrà giovare agli interessi dei proletari italiani bensì solo a quelli dei capitalisti.
Nello stesso periodo, all'insaputa dell'opinione pubblica, il Ministero degli Esteri avvia un'operazione di persuasione negli ambienti socialisti e cattolici per ottenere un atteggiamento favorevole verso un possibile intervento dell'Italia in guerra. Riguardo agli ambienti socialisti, individua nel quotidiano del partito uno strumento per portare i socialisti dalla propria parte. È Filippo Naldi, "faccendiere" con numerosi agganci tra gli ambienti finanziari e il giornalismo (è direttore del bolognese Resto del Carlino), a prendere contatti con il direttore dell'Avanti.[15]
Il 26 luglio pubblica un editoriale intitolato Abbasso la guerra, a favore della scelta antibellicista. Ma negli stessi giorni compaiono altri articoli, a firme di noti esponenti del partito, che, pur mantenendo fermo l'atteggiamento di fondo contro la guerra, cominciarono a discutere sull'alleato che avrebbe giovato meglio alla causa italiana. Già nei primi mesi del conflitto, appare tutta l'incertezza del partito socialista, che non sa risolversi tra la sua inclinazione antibellicista e la propensione verso la guerra come mezzo per rinnovare la lotta politica e smuovere gli equilibri consolidati nel Paese.[16]
È in questo contesto che Filippo Naldi pubblica un polemico articolo sul Resto del Carlino, in cui accusa Mussolini di doppiogiochismo, ottenendo l'irata reazione del direttore dell'Avanti!. Cogliendo l'occasione per un chiarimento, si reca nella sede del quotidiano, a Milano, e conosce personalmente Mussolini. Sfruttando forse la sua insofferenza per la posizione ambigua del partito, ottiene dal direttore dell'Avanti! una prima "conversione", da posizioni antibelliciste ad un neutralismo condizionato. Il 18 ottobre, mutando completamente la propria posizione di leader della "sinistra" socialista, infatti, Mussolini pubblica sulla Terza pagina dell'Avanti! un lungo articolo intitolato «Dalla neutralità assoluta alla neutralità attiva ed operante», in cui rivolge un appello ai socialisti sul pericolo che una neutralità avrebbe comportato per il partito, cioè la condanna all'isolamento politico. Secondo Mussolini, le organizzazioni socialiste avrebbero dovuto appoggiare la guerra fra le nazioni, con la conseguente distribuzione delle armi al popolo, per poi trasformarla in una rivoluzione armata contro il potere borghese.[17]
La sua nuova linea non è accettata dal partito; nel giro di due giorni Mussolini è allontanato dal giornale (20 ottobre). Nel periodo di direzione Mussolini, il giornale è salito da 30-45.000 copie nel 1913 a 60-75.000 copie nei primi mesi del 1914.[18]
Mussolini è rapidamente capace di fondare, grazie all'aiuto finanziario di alcuni gruppi industriali siderurgici e zuccherieri (ancora con la mediazione di Filippo Naldi),[19] un suo giornale, da cui possa controbattere all'Avanti!
Il nuovo quotidiano è Il Popolo d'Italia, il cui primo numero esce il 15 novembre 1914.[20] Dalle colonne del suo giornale Mussolini attacca senza remore i suoi vecchi compagni. Col partito è rottura: il 29 novembre Mussolini è espulso dal PSI.
I tempi dell'operazione, e la provenienza dei finanziamenti, insospettiscono gli ex compagni di partito di Mussolini, che lo accusano di indegnità morale. Secondo costoro, infatti, egli avrebbe ricevuto surrettiziamente fondi occulti da agenti francesi in Italia, che lo avrebbero corrotto per farlo aderire alla causa dell'interventismo pro-Intesa.
La questione finisce davanti alla commissione d'inchiesta del collegio dei probiviri dell'Associazione Lombarda dei Giornalisti, che esclude ogni ipotesi di corruzione giungendo alla conclusione che la nascita del giornale era da collegarsi esclusivamente al rapporto di simpatia personale fra Mussolini e il direttore del Carlino Naldi. Mussolini incontra altresì dei rappresentanti dell'Intesa in Svizzera, i quali assicurano all'esponente interventista solo il loro appoggio morale.[21]
In dicembre prende parte a Milano alla fondazione dei "Fasci di azione rivoluzionaria" di Filippo Corridoni, partecipando poi al loro primo congresso il 24 e il 25 gennaio 1915.
Per approfondire, vedi la voce Fasci d'Azione Internazionalista.

In seguito, il suo interventismo si farà sempre più acceso e si accompagnerà con la veemenza contro le istituzioni parlamentari, che - nella sua idea di guerra come anticamera della rivoluzione - sarebbero dovute essere spazzate via - o quantomeno piegarsi - di fronte alla novità della guerra mondiale, dove le masse rivoluzionarie si sarebbero affacciate armate alla storia:[22]
« «Questi deputati che minacciano pronunciamenti alla maniera delle republichette sud-americane, questi deputati che diffondono – con le più inverosimili esagerazioni – il panico nella fedele mandria elettorale; questi deputati pusillanimi, ciarlatani... questi deputati andrebbero consegnati ai tribunali di guerra! La disciplina deve cominciare dall'alto se si vuole che sia rispettata in basso. Quanto a me, sono sempre più fermamente convinto che per la salute dell'Italia bisognerebbe fucilare, dico fucilare, nella schiena, qualche dozzina di deputati, e mandare all'ergastolo un paio almeno di ex ministri. Non solo, ma io credo con fede sempre più profonda, che il Parlamento in Italia sia un bubbone pestifero. Occorre estirparlo». »
(discorso interventista del 15 maggio 1915.[23])

Mussolini soldato [modifica]


Benito Mussolini nel 1917 durante la Grande Guerra
Alla dichiarazione di guerra all'Austria-Ungheria (23 maggio 1915), Mussolini invia istanza di arruolamento volontario, che - come nella maggioranza dei casi - viene respinta dagli uffici di leva.[24] Viene finalmente chiamato come coscritto il 31 agosto 1915, ed è assegnato come soldato semplice al 12° bersaglieri, poi al 7° e il 2 settembre parte per il fronte con l'11° Reggimento Bersaglieri. Tiene un diario di guerra, pubblicato man mano sul Popolo d'Italia, nel quale racconta della vita in trincea e prefigura se stesso come eroe carismatico di una comunità nazionale, guerresca, socialmente gerarchica e obbediente.[25]
Il 1º marzo 1916 viene promosso caporale per meriti di guerra. Nel suo fascicolo militare si legge, tra l'altro, «Attività esemplare, qualità battagliere, serenità di mente, incuranza ai disagi, zelo, regolarità nell'adempimento dei suoi doveri, primo in ogni impresa di lavoro e ardimento». Il 31 agosto successivo è caporal maggiore. Il 23 febbraio 1917 viene ferito gravemente dallo scoppio di un lanciabombe durante un'esercitazione sul Carso.[26] Durante la convalescenza viene visitato nel sanatorio da Vittorio Emanuele III.[27] Dopo la prima convalescenza in ospedale militare viene inviato in licenza nelle retrovie per 18 mesi, poi viene congedato illimitatamente nel 1919.[28] Tornato alla direzione de Il Popolo d'Italia, ne modifica il sottotitolo da "Quotidiano socialista" in "Quotidiano dei combattenti e dei produttori", indicando chiaramente la strada da intraprendere. In dicembre pubblica sul suo giornale l'articolo Trincerocrazia, in cui rivendica per i reduci dalle trincee il diritto di governare l'Italia post-bellica.
Il Fascismo e la rivoluzione fascista [modifica]
Per approfondire, vedi la voce Rivoluzione italiana (fascista).



Incontro tra Mussolini e D'Annunzio
La fondazione dei Fasci di combattimento avviene a Milano il 23 marzo 1919 in Piazza San Sepolcro. Il 12 settembre, Mussolini promuove davanti alla sede de Il Popolo d'Italia una sottoscrizione a favore dell'impresa fiumana di Gabriele D'Annunzio, dopo aver incontrato quest'ultimo per la prima volta a Roma in giugno. Il 7 ottobre è a Fiume, dove ha colloqui con D'Annunzio. I rapporti con il Vate sono comunque estremamente fugaci, e condizionati da reciproca diffidenza e forse rivalità.
Il 9 ottobre si tiene a Firenze il primo Congresso dei Fasci di combattimento. Alle elezioni politiche del 16 novembre 1919 i Fascisti, nonostante le candidature "eccellenti" dello stesso Mussolini e di Filippo Tommaso Marinetti a Milano, non ottengono neanche un seggio, e nella provincia meneghina prendono soltanto 4795 voti. Inoltre, il 18 novembre Mussolini è arrestato per poche ore per detenzione di armi ed esplosivi, e viene rilasciato grazie all'intervento del senatore liberale Luigi Albertini. Il 24 e il 25 maggio 1920 Mussolini partecipa al secondo Congresso dei Fasci di combattimento, che si tiene al teatro lirico di Milano.
In giugno si schiera a favore di Giolitti, con il quale, in ottobre, s'incontra per la risoluzione della questione di Fiume. Il 12 novembre, con l'articolo Rapallo, commenta abbastanza favorevolmente il trattato italo-jugoslavo firmato da Giolitti, con cui Fiume diviene una città libera. Il 28 marzo 1921, sfila con gli squadristi in camicia nera in occasione dei solenni funerali delle vittime del terrorismo anarchico del teatro Diana. A testimonianza dell'avvicinamento tra Mussolini e Giolitti, il futuro duce si presenta come alleato dello statista di Mondovì alle elezioni del 15 maggio 1921, nelle liste dei "blocchi nazionali" antisocialisti: ottiene 35 seggi ed è eletto deputato.
Verso il potere [modifica]
A partire da questo successo, le camicie nere moltiplicano i numerosi episodi di violenza e aggressione fisica e verbale contro gli avversari politici del fascismo, soprattutto contro socialisti e popolari. Dopo la scissione di Livorno, anche contro i comunisti; il fenomeno prende il nome di squadrismo.
Il 2 luglio Mussolini invita i socialisti e i popolari, con un articolo su Il popolo d'Italia, a un patto di pacificazione per la cessazione delle violenze squadriste, firmato il 2 agosto grazie alla mediazione del presidente della Camera Enrico De Nicola; tuttavia, le violenze non cessano perché l'esecuzione dell'accordo viene contestata dai singoli ras e perché ne sono esclusi i comunisti. Fra costoro e gli squadristi le violenze continuano rendendo vuoto di significato il patto. Inoltre i ras minacciano Mussolini di scavalcarlo e destituirne l'autorità sui Fasci.
A proposito della notevole autonomia di cui godevano i singoli gruppi squadristi, Renzo De Felice riporta che il futuro duce entrò in contrasto con alcuni esponenti che mettevano in dubbio la sua posizione di guida del movimento (su tutti, Dino Grandi) e che non accettavano la volontà mussoliniana di presentare quest'ultimo come "normalizzatore" dell'ordine sociale. Emblematico da questo punto di vista, sempre secondo De Felice, quanto scrisse Mussolini: «Il fascismo può fare a meno di me? Certo! Ma anch'io posso fare a meno del fascismo.»
Tuttavia, le divergenze vengono superate, e il 7 novembre si tiene a Roma il terzo congresso dei Fasci di Combattimento, che vengono trasformati nel Partito Nazionale Fascista, con Michele Bianchi primo segretario. Il 1° gennaio 1922 Mussolini fonda il mensile Gerarchia, cui collabora l'intellettuale (ed amante di Mussolini) Margherita Sarfatti.
Il 2 agosto 1922 le sinistre indicono uno sciopero contro le violenze delle camicie nere, che intervengono determinandone il fallimento: a Milano, per esempio, gli squadristi disperdono i picchetti degli scioperanti e conquistano i depositi dei tram, facendo circolare regolarmente i mezzi pubblici con la scritta "gratis - offerto dal Fascio".[29] Nel frattempo, tra il 31 agosto ed il 5 settembre, le squadre fasciste occupano i municipi di Ancona, Milano, Genova, Livorno, Parma, Bolzano e Trento, acquisendone il controllo, dopo violenti scontri armati.
Si tratta del crescendo della "rivoluzione fascista", con cui Mussolini tenta un ambizioso colpo di mano per impadronirsi del potere, sfruttando il consenso acquisito presso gli ambienti sociali più importanti del regno. Il 24 ottobre passa in rassegna a Napoli le 40.000 camicie nere lì radunate, affermando il diritto del Fascismo a governare l'Italia.
La marcia su Roma [modifica]


Mussolini durante la marcia su Roma
Tra il 27 e il 31 ottobre 1922, la "rivoluzione fascista" ha il suo culmine con la "marcia su Roma", opera di gruppi di camicie nere provenienti da diverse zone d'Italia e guidate dai "quadrumviri" (Italo Balbo, Cesare Maria De Vecchi, Emilio De Bono e Michele Bianchi). Il loro numero non è mai stato stabilito con certezza; tuttavia, a seconda della fonte di riferimento, la cifra considerata oscilla tra le 30.000 e le 300.000 persone.[30]
Mussolini non prende parte direttamente alla marcia. La decisione è stata attribuita al timore di un intervento repressivo dell'esercito, che ne avrebbe determinato l'insuccesso. Rimane a Milano (dove una telefonata del prefetto lo avrebbe informato dell'esito positivo) in attesa di sviluppi e si reca a Roma solo in seguito, quando viene a sapere del buon esito dell'azione. A Milano, la sera del 26 ottobre, Mussolini ostenta tranquillità nei confronti dell'opinione pubblica assistendo al Cigno di Molnár al Teatro Manzoni. In quei giorni, stava in realtà trattando direttamente col governo di Roma sulle concessioni che questo era disposto a fare al Fascismo ed il futuro duce nutriva incertezza sul risultato che la manovra avrebbe avuto.
Il Re, per l'opposizione di Mussolini a qualsiasi compromesso (il 28 ottobre rifiuta il Ministero degli Esteri) e per il sostegno di cui il fascismo gode presso gli alti ufficiali e gli industriali, che vedevano in Mussolini l'uomo forte che poteva riportare ordine nel paese "normalizzando" la situazione sociale italiana, non proclama lo Stato d'assedio proposto dal presidente del Consiglio Luigi Facta e dal generale Pietro Badoglio e dà invece l'incarico a Mussolini di formare un nuovo governo di coalizione (29 ottobre).
Mussolini presidente del consiglio [modifica]
Il 16 novembre Mussolini si presenta alla Camera (ottiene la fiducia con 316 voti a favore, 116 contrari e 7 astenuti) e tiene il suo primo discorso come presidente del consiglio (il "discorso del bivacco"), nel quale dichiara:
« Signori! Quello che io compio oggi, in quest'aula, è un atto di formale deferenza verso di voi e per il quale non vi chiedo nessun attestato di speciale riconoscenza. Da molti anni, anzi, da troppi anni, le crisi di governo erano poste e risolte dalla camera attraverso più o meno tortuose manovre ed agguati, tanto che una crisi veniva regolarmente qualificata un assalto ed il ministero rappresentato da una traballante diligenza postale. Ora è accaduto per la seconda volta nel breve volgere di un decennio che il popolo italiano - nella sua parte migliore- ha scavalcato un ministero e si è dato un governo al di fuori, al di sopra e contro ogni designazione del parlamento. Il decennio di cui vi parlo sta fra il maggio del 1915 e l'ottobre del 1922. Lascio ai melanconici zelatori del supercostituzionalismo il compito di dissertare più o meno lamentosamente su ciò. Io affermo che la rivoluzione ha i suoi diritti. Aggiungo, perchè ognuno lo sappia, che io sono qui per difendere e potenziare al massimo grado la rivoluzione delle "camicie nere", inserendola intimamente come forza di sviluppo, di progresso e di equilibrio nella storia della nazione. Mi sono rifiutato di stravincere e potevo stravincere. Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non ti abbandona dopo la vittoria. Con trecentomila giovani armati di tutto punto, decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il Fascismo. Potevo fare di quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto. »



Mussolini fotografato nel 1923
Il 24 novembre ottiene i pieni poteri in ambito economico e amministrativo sino al 31 dicembre 1923, al fine di "ristabilire l'ordine". Il 15 dicembre 1922 si riunisce, per la prima volta, il Gran Consiglio del Fascismo. Il 14 gennaio 1923 le camicie nere vengono istituzionalizzate attraverso la creazione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Il 9 giugno presenta alla Camera la nuova legge Acerbo in materia elettorale, approvata il 21 luglio. Sempre in luglio, grazie all'appoggio britannico, nella conferenza di Losanna è riconosciuto il dominio italiano sul Dodecaneso, occupato dal 1912.
Il 28 agosto si verifica l'eccidio di Giannina: la spedizione militare Tellini, col compito di definire la linea di confine tra Grecia e Albania viene massacrata. Mussolini invia un ultimatum alla Grecia per chiedere riparazioni e, in seguito al rifiuto del governo greco, ordina alla marina italiana di occupare Corfù. Con questa azione, il nuovo presidente del consiglio dimostra di voler perseguire una politica estera forte ed ottiene, grazie alla Società delle Nazioni, le riparazioni richieste (dietro l'abbandono dell'isola occupata).
Il 19 dicembre presiede alla firma dell'accordo tra Confindustria e la Confederazione delle Corporazioni fasciste. Il regio decreto 30 dicembre 1923 n.284 stabilisce la creazione degli Enti Comunali di Assistenza (ECA) con compito di «coordinamento di tutte le attività, pubbliche o private, volte al soccorso degli indigenti, provvedendo, se necessario, alle loro cure, o promuovendo ove possibile l'educazione, l'istruzione e l'avviamento alle professioni, arti e mestieri». Essi verranno unificati in due enti territoriali deputati all'assistenza sanitaria e materiale dei poveri e dell'infanzia abbandonata col regio decreto del 3 marzo 1933 n.383.
Il 27 gennaio 1924 si ha la firma del trattato di Roma tra Italia e Iugoslavia, col quale quest'ultima riconosce all'Italia Fiume, annessa il 16 febbraio. In seguito a questo, il re conferisce a Mussolini l'onorificenza del Collare dell'Annunziata. A partire dal 7 febbraio il governo italiano stabilisce rapporti diplomatici con l'Urss.[31] Un accordo con il Regno Unito permette all'Italia di acquisire l'Oltregiuba, regione che viene annessa alla Somalia italiana. Il 24 marzo si ha il primo tentativo di radiotrasmissione di un discorso politico.
Alle elezioni del 6 aprile 1924, la "Lista Nazionale" (nota con il nome di "Listone") ottiene il 60,1% dei voti e 356 deputati (poi ridotti a 355 per la morte di Giuseppe De Nava, non sostituito); ad essi si aggiungono il 4,8% di voti e i 19 seggi conseguiti dalla "lista bis". Nel complesso le due liste governative raccolgono il 64,9% dei voti validi, eleggendo 375 parlamentari, di cui 275 iscritti al Partito Nazionale Fascista. Oltre al PNF erano entrati nel "Listone" la maggioranza degli esponenti liberali e democratici (tra cui Vittorio Emanuele Orlando, Antonio Salandra, ed Enrico De Nicola, che però ritirò la sua candidatura prima delle elezioni), ex popolari espulsi dal partito, demosociali e sardisti filofascisti, e numerose personalità della destra italiana.
Le consultazioni si svolgono in un clima generale di violenza ed intimidazioni,[32][33] nonostante Mussolini avesse inviato reiterati appelli all'ordine ai fascisti e telegrammi ai prefetti affinché impedissero a chiunque intimidazioni, provocazioni e aggressioni, che avrebbero potuto portare le forze di minoranza a chiedere l'annullamento delle elezioni (che vedevano comunque favorito il "Listone").[34] Allo stesso tempo, Mussolini aveva impegnato telegraficamente i prefetti[35] affinché ogni sforzo fosse effettuato per assicurare la vittoria alla Lista Nazionale, attraverso l'opera di convincimento degli incerti e la lotta all'astensionismo, l'opera di propaganda sulla corretta compilazione della scheda elettorale,[36] e soprattutto attraverso manifestazioni e celebrazioni pubbliche patriottiche e religiose, nelle quali i Fasci locali avrebbero potuto presentarsi come gli unici detentori della legittimità a rappresentare la nazione.
Le elezioni si concludono con una schiacciante vittoria della Lista Nazionale, tale da superare le aspettative dello stesso Mussolini, che sulla base delle informative ricevute dai prefetti si aspettava una percentuale di consensi di poco superiore al 50%.[37] Il "Listone" ottenne invece il 64,9% su base nazionale, tale da raggiungere da solo il premio di maggioranza del 65% previsto dalla Legge Acerbo per il partito di maggioranza relativa. La sconfitta delle opposizioni porta la stampa antifascista e anche quella afascista[38] ad un serrato attacco contro le violenze e le illegalità commesse dai fascisti e dagli organi dello Stato allineati al fascismo. Solo pochi giornali riconoscono la vittoria elettorale del blocco nazionale. Gli abusi, i brogli e le violenze perpetrate dai fascisti vengono infine denunciate il 30 maggio dal deputato socialista unitario Giacomo Matteotti con un duro discorso alla Camera col quale chiede di annullare il risultato delle elezioni. Il discorso provoca una seduta concitata, e Matteotti viene interrotto a più riprese, in particolare da Farinacci, il quale a sua volta rinfaccia all'opposizione le illegalità commesse dai movimenti antifascisti, mentre maggioranza e opposizione di scambiano accuse reciproche. Alcuni esponenti della Lista Nazionale abbandonano l'Aula per protesta contro le accuse lanciate da Matteotti.[39]
Il 10 giugno 1924 Matteotti viene rapito e assassinato per mano di squadristi fascisti. L'evento provoca grande turbamento in tutta la nazione e la «secessione dell'Aventino»,[40] ovvero l'abbandono del parlamento da parte dei deputati d'opposizione, i quali si riuniscono sull'Aventino per protesta nei confronti del rapimento. Indicato dalla stampa e dall'opposizione ma anche da alcuni suoi alleati[41] come mandante, Mussolini non viene però imputato nel processo, che portò alla condanna a sei anni per omicidio preterintenzionale[42] di tre militanti fascisti (Amerigo Dumini, Albino Volpi e Amleto Poveromo) che secondo la sentenza avrebbero agito di propria iniziativa.
Parimenti, anche il processo all'Alta Corte Senato del Regno contro Emilio De Bono non coinvolge Mussolini. Nonostante ciò alcuni esponenti della storiografia contemporanea[43] sostengono la responsabilità di Mussolini nell'omicidio come mandante, opinione contestata da Renzo De Felice nella sua biografia di Mussolini, indicando come egli in quel periodo fosse il più danneggiato nella sua politica e nella sua persona da quel delitto.
L'autunno 1924 è denso di tensioni per Mussolini: alcuni fascisti prendono le distanze da lui, e molti chiedono le sue dimissioni, affinché il "fascismo potesse ritemprarsi libero dalle responsabilità dei supremi poteri" (così il ministro delle Finanze De Stefani, presentando a sua volta le sue proprie dimissioni - respinte - a Mussolini). La pubblicazione del "memoriale Rossi" (forse voluta dallo stesso Mussolini) porta altre accuse, ma per le sue incoerenze interne Mussolini riesce con un'abile campagna di stampa a ritorcerle a suo vantaggio. Mussolini si limita a cedere l'interim degli Interni a Federzoni, il quale viene incaricato di reprimere innanzitutto ogni moto spontaneista sia delle opposizioni che degli squadristi (i quali, soprattutto dopo l'assassinio come vendetta per Matteotti dell'onorevole Armando Casalini che tornava a casa con la figlia, il 12 settembre 1924 ricostituiscono alcune "squadracce" e riprendono le violenze arbitrarie).
Mentre la situazione si fa sempre più tesa si agitano anche voci che sostengono che Mussolini pensasse ad un colpo di Stato per risolvere la questione: una tesi che De Felice smentisce: proprio l'iniziale volontà di Mussolini di risolvere politicamente e nei limiti della legalità costituzionale la crisi[44] spingerà invece i ras a metterlo spalle al muro. Dopo una durissima campagna di stampa portata avanti dalle testate dell'estremismo fascista, la sera del 31 dicembre un gruppo di consoli della Milizia capitanato da Aldo Tarabella ed Enzo Galbiati si reca a Palazzo Chigi. Lo scontro verbale è violentissimo: gli squadristi accusano Mussolini di volersi disfare della Milizia e del partito e lo minacciano di un "pronunciamiento". A Firenze, nel frattempo, si erano radunati oltre diecimila squadristi, pronti all'azione violenta: fu incendiata la sede del Giornale nuovo ed altre sedi antifasciste, e dato l'assalto alle carceri delle Murate, dalle quali furono tratti i fascisti ivi detenuti. In tutta questa situazione, il re taceva e l'Esercito non si muoveva. Mussolini, a questo punto "decise di giocare grosso: approfittare dell'atteggiamento del re per mettere fuori giuoco le opposizioni, rassodando così il proprio traballante potere e dando soddisfazione agli intransigenti, ma al tempo stesso tirare anche a questi un colpo mortale".[45]
Forte dell'indecisione delle opposizioni e premuto dai suoi compagni più radicali (Balbo, Farinacci e Bianchi soprattutto), il 3 gennaio 1925 Mussolini tiene alla Camera dei Deputati un discorso sul delitto Matteotti[46] col quale sfida chiunque a trascinarlo davanti ad una corte speciale per giudicarlo, se davvero lo si fosse ritenuto correo al crimine commesso contro Matteotti. Inoltre, dopo aver respinto ogni addebito e ogni accusa in merito all'omicidio di Matteotti[47] espone le vicende della rivoluzione fascista, delle lotte interne e dell'ascesa al potere del fascismo, arrivando a sfidare l'aula sostenendo che se il fascismo non fosse stato altro che "un'associazione a delinquere", si procedesse immediatamente a preparare "la corda e il sapone" per impiccarlo seduta stante e quindi concludendo, per riaffermare il proprio potere anche sul fascismo, Mussolini proclama di volersi assumere «ogni responsabilità storica, politica e morale» del clima nel quale l'assassinio si era verificato, e dunque anche il comando delle frange più estreme del movimento e del partito che proprio in quei giorni l'avevano brutalmente premuto verso la svolta dittatoriale. [48]
Il giorno dopo Mussolini fa diramare a Federzoni una serie di telegrammi ai prefetti coi quali chiede la repressione più stringente di ogni sommossa o tumulto di ogni fazione in particolare però sui "comunisti e sovversivi", il controllo della stampa (quella dell'opposizione tramite la censura, quella fascista tramite un richiamo all'ordine perentorio) e poi - direttamente ai dirigenti delle federazioni fasciste un richiamo all'ordine con minaccia diretta nei confronti dei dirigenti che avessero permesso disordini da parte dei propri gregari.[49].
Nel gennaio iniziano le azioni poliziesche di sequestro di giornali (il primo dei quali fu La conquista dello stato, della sinistra fascista) di chiusura di sedi e circoli dell'opposizione (95 sedi e 150 esercizi pubblici di ritrovo, in particolare contro i comunisti e i circoli di "Italia libera") e di arresto di elementi "sospetti" (111 "pericolosi sovversivi" erano stati arrestati).[50]
Alle dimissioni di alcuni elementi liberal moderati dal governo Mussolini, questi rispose con un rapido "giro di poltrone", portando all'interno dei ministeri personalità fondamentali per il fascismo come il giurista Rocco e Giovanni Giuriati. Questi uomini - diretti da Mussolini - avrebbero nel giro di un anno costruito l'intelaiatura giuridica e funzionale dello Stato dittatoriale fascista.[51]
Attentati a Mussolini [modifica]


Benito Mussolini durante un discorso
Già il giorno della «marcia su Roma» il 28 ottobre 1922 Mussolini rischia la vita: a Milano uno squadrista inciampa e fa partire un colpo di fucile che sfiora Mussolini a un orecchio. Dopo essere divenuto capo del governo, Mussolini è poi oggetto di una serie di attentati.
Il primo è ideato il 4 novembre 1925 dal deputato socialista e aderente alla massoneria Tito Zaniboni, appostatosi con un fucile alla finestra di una stanza dell'albergo Dragoni, di fronte al balcone di palazzo Chigi dove è previsto che Mussolini si affacci per l'anniversario della vittoria. La Polizia, avvertita da un confidente, fa però irruzione nella stanza di Zaniboni, due ore prima del previsto attentato.
La mattina del 7 aprile 1926 Mussolini esce dal palazzo del Campidoglio, dove ha inaugurato un congresso di chirurgia; Violet Gibson, una nobildonna inglese, gli spara da distanza ravvicinata, ferendolo lievemente al naso. Non appena medicato Mussolini è già in grado di presenziare alla cerimonia d'insediamento del nuovo direttorio fascista e, il giorno dopo, prima di recarsi in Libia, commenta: «Le pallottole passano e Mussolini resta».
Il terzo attentato è opera di Gino Lucetti, un giovane marmista anarchico di Carrara che ha combattuto negli Arditi e che poi, aggredito dai fascisti, è emigrato a Marsiglia. L'11 settembre 1926 attende che Mussolini esca dalla sua abitazione e gli lancia una bomba a mano che colpisce il tetto dell'auto del duce e scoppia a terra ferendo otto persone. Nell'interrogatorio dice di aver voluto vendicare i massacri effettuati dagli squadristi a Torino nel dicembre del 1922.
Il quarto attentato è il più misterioso. La sera del 31 ottobre 1926 a Bologna, il duce ha inaugurato il nuovo stadio sportivo il Littoriale nell'ambito della commemorazione della "marcia su Roma"; su una macchina scoperta sta andando alla stazione quando un colpo di pistola gli lacera la sciarpa dell'ordine mauriziano. Dietro alla macchina di Mussolini, che prosegue, un gruppo di squadristi di Leandro Arpinati (tra cui anche Balbo) si butta sul presunto attentatore e lo lincia: il cadavere mostrerà 14 pugnalate, un colpo di rivoltella e tracce di strangolamento. Si tratta di Anteo Zamboni, un ragazzo quindicenne di famiglia anarchica. Secondo alcune recenti ricostruzioni, l'attentato sarebbe stato il risultato di una cospirazione maturata all'interno degli ambienti fascisti emiliani (si sospettano a turno Farinacci, Balbo, Arpinati e Federzoni), contrari alla «normalizzazione» inaugurata da Mussolini, ostile ad ulteriori eccessi rivoluzionari ed allo strapotere delle formazioni squadriste.
L'attentato di Bologna fornisce il pretesto per le leggi fascistissime del novembre 1926. 5 novembre: annullamento dei passaporti; sanzioni contro gli espatri clandestini; soppressione dei giornali antifascisti; scioglimento dei partiti; istituzione del confino; creazione di una polizia politica segreta (che affidata a Arturo Bocchini assumerà poi il nome di OVRA); 9 novembre: dichiarazione di decadenza dal mandato parlamentare di 120 deputati; 25 novembre: istituzione della pena di morte per chiunque commetta un fatto diretto contro la vita, l'integrità o la libertà personale del re, della regina, del principe ereditario e del capo del governo, nonché per gli altri delitti contro lo Stato; istituzione del Tribunale speciale, che entra subito in azione contro la "centrale comunista" (Gramsci, Terracini e altri).
Mussolini primo ministro: la dittatura fascista [modifica]


Benito Mussolini in un ritratto di Philip Alexius de László
« Dopo la Roma dei Cesari, dopo quella dei Papi, c'è oggi una Roma, quella fascista, la quale con la simultaneità dell'antico e del moderno si impone all'ammirazione del mondo. »
(Dal discorso del 18 aprile 1934; citato in Francesco Saverio Nitti, La disgregazione dell'Europa, Faro, Roma 1946)
Con la legge 17 aprile 1925 n.473 vengono sancite le nuove norme igieniche per le imprese, con l'obbligo di provvedere al servizio sanitario nell'azienda, di non gravare donne e minorenni con carichi eccessivi e di segnalare come tali e custodire le sostanze nocive. I contratti nazionali di lavoro assumevano forza di legge e i «padroni» («datori di lavoro») potevano stipulare contratti individuali difformi dai collettivi di categoria solo se erano previste condizioni migliori per i lavoratori. Sull'osservanza dell'atto vigilava il neo-costituito Ispettorato Corporativo. Col regio decreto 1 maggio 1925 n.582 nasce l'Opera Nazionale Dopolavoro ("OND") allo scopo di "promuovere il sano e proficuo impiego delle ore libere dei lavoratori intellettuali e manuali con istituzioni dirette a sviluppare le loro capacità fisiche, intellettuali e morali".
L'11 giugno 1925 il Presidente del Consiglio annuncia l'inizio della battaglia del grano. La campagna aveva lo scopo di far raggiungere l'autosufficienza dell'Italia dall'estero per quanto riguardava la produzione del frumento (la cui importazione era causa diretta del 50% del deficit della bilancia dei pagamenti) e, più in generale, di tutti i prodotti agricoli. Il programma (terminato nel 1931) ebbe un discreto successo, nonostante non fosse stato raggiunto l'obiettivo della completa autosufficienza nel settore alimentare. Il progetto poté essere realizzato soprattutto grazie alla bonifica, tra il 1928 ed il 1932, dei territori paludosi ancora presenti nella penisola italiana (tra cui l'Agro Pontino). I nuovi comuni nacquero spesso in connessione con una particolare destinazione economica prestabilita (Carbonia, ad esempio, fu fondata per lo sfruttamento dei limitrofi giacimenti di carbone). Le bonifiche permisero anche l'attuazione di un'efficace programma sanitario che consentì di debellare la malaria, con risultati significativi anche contro la tubercolosi, il vaiolo, la pellagra e la rabbia.
Il 21 giugno 1925 si tiene il quarto ed ultimo congresso del PNF. Mussolini invita le camicie nere ad abbandonare definitivamente la violenza. Gli elementi squadristi saranno resi impotenti entro la fine dell'anno grazie alla riforma del sistema di polizia (permettendo, in tal modo, il rafforzamento del potere dell'esecutivo).
Il 18 luglio Italia e Iugoslavia firmano il trattato di Nettuno per la definizione dei rispettivi confini in area dalmata.
Il 20 ottobre Mussolini nomina Cesare Mori prefetto di Palermo, con poteri straordinari e con competenza estesa a tutta la Sicilia, al fine di porre un freno al fenomeno mafioso nell'isola. Il «prefetto di ferro», anche attraverso metodi extralegali (fra cui la tortura, la cattura di ostaggi fra i civili e il ricatto), con l'esplicito appoggio di Mussolini, otterrà significativi risultati e la sua azione continuerà per tutto il biennio 1926-27. Fra le "vittime eccellenti" iniziano a figurare anche personalità del calibro del generale di Corpo d'Armata Antonio di Giorgio, il quale riesce ad ottenere un colloquio riservato con Mussolini, cosa che non impedirà nè il processo né il pensionamento anticipato dell'alto ufficiale.[52] Ben presto però circoli politico-affaristici di area fascista collusi con la mafia [53][54] riescono a indirizzare, tramite attività di dossieraggio, le indagini di Mori e del procuratore generale Luigi Giampietro sull'ala radicale del fascismo siciliano, coinvolgendo anche il federale Alfredo Cucco, uno dei massimi esponenti del fascio dell'isola. Cucco nel 1927 viene espulso dal PNF "per indegnità morale" e sottoposto a processo con l'accusa di aver ricevuto denaro e favori dalla mafia,[55][56] venendo assolto in appello quattro anni dopo,[57] ma nel frattempo il fascio siciliano è stato decapitato dei suoi elementi radicali. L'eliminazione di Cucco dalla vita politica dell'isola favorisce l'insediamento nel PNF siciliano dei latifondisti dell'Isola, essi stessi affiliati, collusi o quantomeno contigui alla mafia.
A questa azione si aggiunge quella delle "lettere anonime"[58] tempestano le scrivanie di Mussolini e del ministro della Giustizia Alfredo Rocco, avvisando dell'esasperazione dei palermitani e minacciando rivolte se l'operato eccessivamente moralistico di Giampietro[59] non si fosse moderato. Contestualmente il processo a Cucco si rivela uno scandalo, nel quale Mori viene dipinto dagli avvocati di Cucco come un persecutore politico[60] e nel 1929 Mussolini decide di porre a riposo il prefetto Mori facendolo cooptare dal Senato del Regno. La propaganda fascista dichiara orgogliosa che la mafia è stata sconfitta: tuttavia l'attività di Mori e Giampietro aveva avuto drastici effetti soltanto su figure di secondo piano, lasciando in parte intatta la cosiddetta "cupola" (composta da notabili, latifondisti e politici), la quale riuscì a reagire attraverso l'eliminazione di Cucco, e così addirittura installarsi all'interno delle federazioni del fascio siciliane.
Alcuni autori sostengono che Mussolini avesse rimosso Mori perché nelle sue indagini si sarebbe spinto eccessivamente in alto, andando a colpire interessi e collusioni fra Stato e mafia.[61] Questa tesi viene recisamente respinta da altri, come Alfio Caruso.[62]
Tra il 1925 e il 1926 sono varate le leggi fascistissime, ispirate dal giurista Alfredo Rocco.
La legge 26 novembre 1925, n. 2029, sancisce che i corpi collettivi operanti in Italia (associazioni, istituti ed enti) sono tenuti, su richiesta dell'autorità di pubblica sicurezza, a dichiarare statuti, atti costitutivi, regolamenti interni ed elenchi di soci e di dirigenti, pena, in caso di dichiarazione omessa o infedele, lo scioglimento del corpo medesimo, sanzioni detentive indeterminate e sanzioni pecuniarie da un minimo di 2.000 ad un massimo di 30.000 lire. In tal modo, il governo arriva a disporre di una chiara mappa del tipo e del numero di associazioni non governative presenti.
La legge 24 dicembre 1925, n. 2300, stabilisce che tutti i funzionari pubblici che rifiutano di giurare fedeltà allo Stato italiano debbano essere destituiti.
La legge 24 dicembre 1925, n. 2263, prevede che la dizione «presidente del consiglio» sia mutata in «Capo del Governo Primo Ministro Segretario di Stato»; il «capo del governo» è nominato e revocato solo dal re ed è responsabile solo nei suoi confronti. I ministri diventano responsabili sia verso il monarca che Mussolini.
La legge sulla stampa del 31 dicembre 1925 riconosce come illegali tutti i giornali privi di un un responsabile riconosciuto dal prefetto (e, quindi, indirettamente da Mussolini).
La legge 31 gennaio 1926, n. 100, attribuisce a Mussolini, in quanto capo del governo, la facoltà di emanare norme giuridiche.
Con la legge 4 febbraio 1926, n. 237, sono eliminati dall'ordinamento municipale il consiglio comunale e il sindaco, quest'ultimo sostituito dalla figura del podestà, che esercita le funzioni del sindaco, della giunta e del consiglio comunale ed è nominato con decreto reale dal potere esecutivo.
Il 3 aprile 1926 viene abolito il diritto di sciopero e si stabilisce che i contratti collettivi possano essere stipulati solo dai sindacati legalmente riconosciuti dallo Stato; in tale contesto, l'8 luglio 1926 viene costituito il Ministero delle Corporazioni, di cui Mussolini assume la direzione.
Nel frattempo, Mussolini impone all'Albania di Ahmet Zogu una forma non ufficiale di protettorato. Inoltre, l'Italia aderisce al Patto di Locarno per la garanzia delle frontiere e la sicurezza generale. Nell'aprile 1926, con un discorso a Tripoli, Mussolini avanza l'idea del mare nostrum (ovvero di una talassocrazia italiana sul Mediterraneo) e contrappone, per la prima volta, fascismo e democrazia. Sempre nel 1926, i confini della Libia vengono ridefiniti a favore dell'Italia, che acquista, tra l'altro, il Fezzan.
Sempre il 3 aprile viene fondata L'Opera Nazionale Balilla ("ONB"), col compito di «riorganizzare la gioventù dal punto di vista morale e fisico», ovvero all'educazione spirituale e culturale ed all'istruzione premilitare, ginnico-sportiva, professionale e tecnica dei giovani italiani tra gli 8 e i 18 anni. Nel 1927 tutte le altre organizzazioni giovanili sono sciolte per legge, ad eccezione della Gioventù Italiana Cattolica. Nel 1937 la ONB sarà sostituita dalla Gioventù Italiana del Littorio ("GIL").
Il 18 agosto il duce tiene a Pesaro un discorso in cui proclama che, per combattere la svalutazione, il cambio lira-sterlina sarà fissato alla fatidica «quota 90», tale obiettivo sarà raggiunto anche se con difficoltà.
L'8 ottobre il Gran Consiglio vara il nuovo statuto del PNF, col quale sono abolite le elezioni interne dei membri del partito. Inoltre, il 12 ottobre Mussolini assume il comando della MVSN.
Il 5 novembre sono sciolti tutti i partiti al di fuori del PNF e si stabilisce che la stampa è sottoponibile a censura. Sono introdotti il confino di polizia[63] e la pena di morte[64] per attentati perpetrati od organizzati a danno delle massime figure dello Stato[65] e viene istituito il Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
Il 30 dicembre il fascio littorio è dichiarato simbolo dello Stato.
Il 15 gennaio 1927 Winston Churchill, allora Cancelliere dello Scacchiere, è accolto a Roma da Mussolini. Nel frattempo Mussolini lancia la campagna a sostegno della crescita demografica: gli scapoli sono tenuti a pagare una tassa speciale, in occasione dei matrimoni lo Stato elargisce un premio in danaro agli sposi, e si prevedono prestiti, agevolazioni economiche (anche nel campo dell'educazione scolastica dei figli) ed esenzioni dalle tasse per le famiglie numerose (premi di natalità).
Sono istituiti i Gruppi Universitari Fascisti ("GUF"), per la formazione della futura classe dirigente.
Il 21 aprile il Gran Consiglio approva la Carta del Lavoro per la riforma dell'economia italiana in senso corporativo. Il 5 giugno, parlando al Senato, Mussolini afferma la linea del revisionismo in politica estera, dichiarando che i trattati stipulati dopo la prima guerra mondiale sono validi, ma non sono da considerare eterni ed immutabili.
Con la legge 9 dicembre 1928, n. 2693, si ha l'istituzionalizzazione del Gran Consiglio del Fascismo, ovvero del massimo organo del PNF (presieduto dal duce in persona), che è riconosciuto come organo costituzionale supremo dello Stato. Il 15 gennaio 1928 viene fondato l'Ente Italiano Audizioni Radiofoniche ("EIAR") ente statale cui competeva in esclusiva la gestione del servizio pubblico radiofonico sul territorio nazionale. Nel 1944 verrà ribattezzato RAI ("Radio Audizioni Italiane").
Il 14 marzo Mussolini presenta alla Camera un disegno di legge di riforma (poi approvato), col quale propone la riduzione a 400 del numero complessivo dei deputati, i quali sarebbero stati eletti in un unico collegio nazionale; la confederazione nazionale dei sindacati fascisti e le associazioni culturali abilitate si occupano della presentazione delle candidature.


Mussolini durante un discorso
L'11 febbraio 1929 Mussolini pone termine alla decennale questione romana, firmando col cardinale Pietro Gasparri i patti lateranensi, ratificati alla Camera in maggio.
Le elezioni del 24 marzo 1929, per il rinnovo della Camera dei Deputati, si risolvono in un plebiscito a favore di Mussolini. Gli elettori sono chiamati a votare "sì" o "no" per approvare un "listone" di deputati deciso dal Gran Consiglio del Fascismo. La consultazione si tiene in un clima intimidatorio; la scheda con il "sì" è tricolore, e quella con il "no" semplicemente bianca, rendendo così riconoscibile il voto espresso. La partecipazione al voto è del 90% e i voti favorevoli al "listone" sono pari al 98,4%.
Il 2 aprile il duce incontra il ministro degli esteri inglese Neville Chamberlain e, verso la fine dell'anno, la sede del Governo è trasferita da palazzo Chigi a palazzo Venezia. Nel 1930 l'Italia sigla un trattato di amicizia con l'Austria. Nel gennaio 1931 Mussolini, in un'intervista al Daily Mail, afferma la necessità di una revisione dei trattati di pace della grande guerra. Il 9 luglio riceve il segretario di Stato statunitense Henry Lewis Stimson, mentre in ottobre accoglie il Mahatma Gandhi a Palazzo Venezia. Tra il 23 marzo e il 4 aprile 1932, il duce incontra più volte Emil Ludwig, che ne scriverà in Colloqui con Mussolini.
In questo periodo iniziano ad allentarsi i suoi rapporti amorosi con Margherita Sarfatti, cui tuttavia continua ad essere legato. D'altra parte, agli inizi del 1932, aveva incontrato per la prima volta Claretta Petacci.
Il 12 aprile viene presentata, al salone internazionale dell'automobile di Milano, la nuova FIAT Balilla, che nelle intenzioni di Mussolini avrebbe dovuto essere l'automobile di tutti gli Italiani; a partire da quest'anno ne sarà infatti favorita la diffusione, che tuttavia non raggiungerà mai i risultati sperati (una simile iniziativa sarà poi adottata anche da Adolf Hitler con la Volkswagen).
In giugno, sull'Enciclopedia Treccani viene pubblicata la voce Fascismo, firmata da Mussolini e scritta con la collaborazione di Giovanni Gentile; vi si spiega la dottrina propria del partito fascista. In occasione del decennale della rivoluzione fascista, è inaugurata 28 ottobre la via dell'Impero (attuale via dei Fori Imperiali) e sono riaperte le iscrizioni al PNF, chiuse dal 1928. Il 18 dicembre Mussolini inaugura Littoria (futura Latina), la prima delle "città nuove" costruite nell'Agro Pontino, bonificato negli anni precedenti.
Il 29 marzo 1933 Mussolini incontra a Roma il Ministro della Propaganda tedesco Joseph Goebbels. Per iniziativa di Mussolini il 7 giugno viene firmato a Roma il patto a quattro tra Italia, Francia, Regno Unito e Germania, col quale questi stati si assumono la responsabilità del mantenimento della pace e della riorganizzazione dell'Europa nel rispetto dei principi e delle procedure previste dallo statuto della SdN.
Sempre nel 1933 viene creato l'Istituto Nazionale Fascista della Previdenza Sociale (INFPS), che assumerà dal 1943 la denominazione di INPS, un ente di diritto pubblico dotato di personalità giuridica e a gestione autonoma con lo scopo di garantire la previdenza sociale ai lavoratori. In quegli anni ebbe origine del primo vero sistema pensionistico italiano: a carico dell'INFPS fu l'assicurazione (obbligatoria) contro la vecchiaia, estesa dai soli dipendenti pubblici (per i quali aveva il nome di pensione) a quelli privati. Nel medesimo anno la pluralità di Casse infortuni cui era deputata la tutela dei lavoratori contro gli infortuni sul lavoro (obbligatoria a partire dal 1898, seppur limitatamente ad alcuni settori) vengono unificate nell'Istituto Nazionale Fascista per l'Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro ("INFAIL"), ribattezzato INAIL nel 1943. Scopo dell'ente statale era quello di «esercitare l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali (parte delle quali vennero equiparate giuridicamente agli infortuni sul lavoro), la riassicurazione di altri Enti autorizzati e assumere particolari funzioni e servizi per conto di essi».
Il 5 febbraio 1934 vengono istituite le 22 corporazioni. Nel 1934 si tengono inoltre i primi littoriali della cultura e dell'arte e viene istituita, nell'ambito della terza edizione della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, la Coppa Mussolini, premio antesignano del Leone d'oro.
Il 14 marzo Mussolini incontra a Roma il cancelliere austriaco Dollfuss e il Capo del Governo ungherese Gyula Gombos per discutere una revisione degli assetti territoriali nei Balcani. Il 17 marzo viene concluso un "patto a tre" con Ungheria ed Austria in funzione anti-tedesca ed anti-francese (Protocolli di Roma).
Le elezioni del 25 marzo 1934, per il rinnovo della Camera dei Deputati - tenute con lo stesso schema del "listone" unico già adottato nel '24, con scheda tricolore per il "sì" e bianca per il "no" - si risolvono in un nuovo plebiscito: aumenta il numero dei partecipanti, e i voti contrari risultano 15.201 (lo 0,15%).
La legge 22 marzo 1934 n.654 per la tutela della maternità delle lavoratrici e la legge 26 aprile 1934 n.653 per la tutela del lavoro della donna e del fanciullo stabiliscono il diritto alla conservazione del posto di lavoro per le lavoratrici incinte, un periodo di licenza prima e dopo il parto, e permessi obbligatori per l'allattamento (per le aziende con più di 50 operaie vi era l'obbligo di predisporre un locale per tale scopo).
La legge 24 dicembre 1934 n.2316 stabiliva la creazione dell'ONMI ("Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell'Infanzia"); l'ente poteva anche finanziare istituzioni private operanti nei medesimi campi. Nel 1935 si ha l'istituzione del sabato fascista.
Il 14 e 15 giugno Mussolini ed Hitler si incontrano a Stra ed a Venezia, i colloqui vertono principalmente sulla questione austriaca (il cancelliere tedesco puntava all'annessione dell'Austria). Tuttavia, i rapporti tra i due restano tesi: il 25 luglio, in seguito al fallito colpo di Stato in Austria col quale la Germania nazionalsocialista intendeva procedere all'annessione del paese - e che comportò la morte di Dollfuss - Mussolini invia due divisioni al Brennero (ritirate il 16 agosto) per difendere l'indipendenza austriaca.[66] La situazione si risolve dopo che Hitler desiste dal suo proposito. Il 21 agosto Mussolini incontra Kurt Alois von Schuschnigg, successore di Dollfuss. Il 6 settembre, a Bari, prende posizione nei confronti della politica estera nazionalsocialista e dalle dottrina razzista hitleriana, proclamando che «trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà a talune dottrine d'Oltralpe».
La guerra di Etiopia e l'avvicinamento alla Germania nazionalsocialista [modifica]


Benito Mussolini in un'immagine tipica della propaganda fascista
« L'Italia ha finalmente il suo impero! »
(dalla costituzione della colonia dell'Africa Orientale Italiana)

Il trattato tra Italia ed Etiopia del 1928, sottoscritto con il placet della Gran Bretagna, fissa la frontiera tra la Somalia italiana e l'Etiopia lungo una linea distante 21 miglia dalla costa del Benadir e parallela alla stessa. Pretendendo di agire sulla base di detto accordo (mentre gli etiopi ritenevano che nell'accordo si intendessero "miglia imperiali", più corte delle miglia nautiche[senza fonte]), gli italiani costruiscono nel 1930 un forte nell'oasi di Ual-Ual, nel deserto di Ogaden, e lo fanno presidiare da truppe somale, comandate da ufficiali italiani. L'oasi si trova in realtà oltre il confine tracciato dal trattato[senza fonte], sebbene di pochi metri, ma è scelta consapevolmente[senza fonte] dai militari italiani quale luogo da presidiare in mancanza di altre posizioni idonee in pieno deserto. Nel novembre 1934 truppe regolari etiopi, di scorta a una commissione mista inglese-etiope per la delimitazione delle frontiere, contestano alle truppe italiane lo sconfinamento. I britannici, per evitare incidenti internazionali, abbandonano la commissione e le truppe italiane ed etiopi rimangono accampate a poca distanza le une dalle altre. Nei primi giorni di dicembre, in circostanze mai chiarite, un combattimento tra italiani ed etiopi costa la vita a 150 soldati etiopi e a 50 soldati italiani (somali).
Mussolini chiede delle scuse ufficiali nonché il pagamento di un'indennità da parte del governo etiope, conformemente a quanto stabilito in un trattato siglato tra Italia ed Etiopia nel 1928. Il Negus Haile Selassie, avendone la possibilità in virtù del medesimo accordo, decide di rimettersi alla Società delle nazioni (2 gennaio). Per far luce sulla vicenda, questa si impegna in un arbitrato, temporeggiando; tuttavia, i rapporti italo-etiopi sono irrimediabilmente compromessi e Mussolini si appella all'episodio come motivo per minacciare la guerra e con questo far pressione su francesi e britannici[67]. Sconfinamenti di reparti militari abissini si erano già verificati precedentemente: ad esempio, il 4 novembre 1934 quando il consolato italiano a Gondar era stato attaccato da gruppi armati etiopici. Del pari erano stati frequenti i deliberati sconfinamenti di truppe italiane. Le tensioni italo-etiopiche erano dovute al disegno italiano di unificare territorialmente Eritrea e Somalia, a spese dell'Etiopia, e al desiderio etiopico di conquistare uno sbocco sul mare. Deve inoltre tenersi presente che l'Etiopia era uno dei pochissimi stati africani indipendenti, ossia non controllato da una delle potenze coloniali europee: uno Stato ideale per le mire espansionistiche di Mussolini.
Tra il 4 e il 7 gennaio 1935 Mussolini incontra a Roma il ministro degli esteri francese Pierre Laval: vengono firmati accordi in virtù dei quali la Francia si impegna a cedere all'Italia la Somalia francese (attuale Gibuti), a riconoscere le consistenti minoranze italiane presenti in Tunisia (che era stata oggetto di rivendicazione da parte italiana) e ad appoggiare diplomaticamente l'Italia in caso di una guerra contro l'Etiopia.[68] Laval e Mussolini speravano così in un reciproco avvicinamento fra Italia e Francia, al fine di dar vita ad un'alleanza in funzione anti-nazista[69].
Il 16 gennaio Mussolini assume la direzione del Ministero delle Colonie. Il 19 gennaio la Società delle Nazioni riconosce «la buona fede» di Italia ed Etiopia nell'incidente di Ual Ual e decide che il caso debba essere trattato tra le due parti interessate; tuttavia, il 17 marzo gli abissini presentano un altro ricorso, appellandosi all'articolo XV dell'organizzazione. Nella conferenza di Stresa (vedi Fronte di Stresa), svoltasi tra l'11 e il 14 aprile, Italia, Regno Unito e Francia condannano congiuntamente le violazioni del trattato di Versailles da parte della Germania. L'8 giugno a Cagliari, di fronte all'ostilità mostrata in tal senso dalla Gran Bretagna, Mussolini rivendica il diritto dell'Italia ad attuare una propria politica coloniale. Il 18 settembre, in un articolo pubblicato sul Morning Post, garantisce che non verranno colpiti gli interessi francesi e inglesi nell'Africa orientale.


Benito Mussolini durante il discorso di inaugurazione della città di Guidonia (1937)
Il 2 ottobre annuncia la dichiarazione di guerra all'Etiopia dal balcone di Palazzo Venezia.
Attaccando il paese africano, membro della Società delle Nazioni, Mussolini aveva violato l'articolo XVI dell'organizzazione medesima: «se un membro della Lega ricorre alla guerra, infrangendo quanto stipulato negli articoli XII, XIII e XV, sarà giudicato ipso facto come se avesse commesso un atto di guerra contro tutti i membri della Lega, che qui prendono impegno di sottoporlo alla rottura immediata di tutte le relazioni commerciali e finanziarie, alle proibizioni di relazioni tra i cittadini propri e quelli della nazione che infrange il patto, e all'astensione di ogni relazione finanziaria, commerciale o personale tra i cittadini della nazione violatrice del patto e i cittadini di qualsiasi altro paese, membro della Lega o no».
Nel frattempo, inaugura le nuove città di Guidonia (27 aprile) e Pontinia (13 novembre).
Il 18 novembre l'Italia è colpita dalle sanzioni economiche imposte dalla Società delle Nazioni - approvate da 52 stati con i soli voti contrari di Austria, Ungheria e Albania - in risposta alle quali vengono promossi i programmi economici autarchici. Le sanzioni risultano comunque inefficaci, poiché numerosi paesi, pur avendole votate ufficialmente, mantengono comunque buoni rapporti con l'Italia rifornendola di materie prime. La Germania nazista è uno di questi e la guerra d'Etiopia rappresenta l'inizio dell'avvicinamento tra Mussolini ed Hitler.
La guerra in Etiopia sarebbe stata ostacolata nel caso in cui la Gran Bretagna avesse avuto un atteggiamento più risoluto. Le linee di rifornumento italiane passavano di fatti per Suez, e un blocco del Canale da parte britannica avrebbe reso proibitiva la logistica italiana attraverso il periplo dell'Africa.
La conduzione del conflitto e i crimini di guerra [modifica]
Per approfondire, vedi la voce Crimini di guerra italiani.



Mussolini nel 1933.
Memore della bruciante sconfitta subita ad Adua dalle truppe italiane, e consapevole della forza e degli armamenti (forniti per anni anche dalla Germania) a disposizione degli abissini, Mussolini segue in prima persona sia la preparazione, sia lo svolgimento delle operazioni militari, che in soli sette mesi condurranno alla distruzione delle forze armate dell'ultimo Stato indipendente d'Africa, erede dell'antico Impero etiopico.[70]
Per assicurarsi una rapida vittoria, Mussolini, esaminate le richieste dei vertici militari, arriva a triplicare l'entità di uomini e mezzi: nel maggio del 1936 si troveranno così schierati sul teatro di guerra quasi mezzo milione di uomini (inclusi 87.000 ascari), 492 carri armati, 18.932 automezzi e 350 aerei. Dell'arsenale a disposizione degli italiani fanno parte anche ingenti quantità di armi chimiche, proibite dalla Convenzione di Ginevra e sbarcate in gran segreto a Massaua: 60.000 granate all'arsina per artiglieria, 1.000 tonnellate di bombe all'iprite per aeronautica, e 270 tonnellate di aggressivi chimici per impiego tattico.[71]
Sin dall'inizio dei combattimenti, il 3 ottobre, Mussolini assume la direzione delle operazioni e invia frequenti ordini radiotelegrafati ai suoi generali impegnati sul campo (Rodolfo Graziani sul fronte Sud, Emilio De Bono e poi Pietro Badoglio su quello Nord), dettando loro linee e ordini operativi, fra cui quelli relativi all'uso delle armi chimiche, sul cui impiego egli ha avocato a sé ogni decisione.[72][73]
Il primo ordine che contempla l'impiego delle armi chimiche giunge da Mussolini a Graziani il 27 ottobre 1935, per preparare l'assalto alla piazzaforte abissina di Gorrahei, tuttavia sono sufficienti sei tonnellate di granate convenzionali per avere ragione dei suoi difensori il successivo 29. Graziani richiede poi a Mussolini l'autorizzazione all'uso delle armi chimiche per "operazioni difensive" (volte a fermare l'assalto dell'armata di ras Destà Damteu alle linee italiane a Dolo, a fine dicembre 1935) e l'ottiene prontamente e con ampio mandato, sino all'eliminazione dell'intera formazione nemica.[74]
Nello stesso periodo (tra il 22 dicembre 1935 e i primi di gennaio 1936), Badoglio riceve l'ordine di impiegare sul fronte Nord le bombe d'aviazione contro gli abissini, passati all'offensiva nello Scirè. L'ordine, già in corso d'esecuzione (sono sottoposti alla micidiale pioggia di gas vescicanti anche i civili, il bestiame e i raccolti), viene sospeso per motivi politici in vista di una riunione della Società delle Nazioni prevista a Ginevra il 5 gennaio. Badoglio tuttavia ignora l'ordine di sospensione e prosegue nei bombardamenti chimici sino al 7, e poi nuovamente il 12 e 18 gennaio.[75]
Il 19 gennaio Mussolini torna ad autorizzare la guerra chimica, con queste parole:
« Autorizzo Vostra Eccellenza a impiegare tutti i mezzi di guerra, dico tutti, sia dall'alto, come da terra. Massima decisione. »
(Telegramma segreto di Benito Mussolini a Pietro Badoglio[76])

I bombardamenti chimici d'artiglieria ed aerei proseguono sia sul fronte Nord (sino al 29 marzo 1936) che su quello Sud (sino al 27 aprile), arrivando ad impiegare in totale circa 350 tonnellate di armi chimiche. In questo contesto, a fine gennaio, quando nonostante il largo impiego di armi e mezzi le armate italiane del fronte Nord sono in grave difficoltà (tanto che Badoglio, premuto dalle forze di ras Cassa è sul punto di ordinare l'evacuazione di Macallè), Mussolini non esita a prospettare al suo generale l'impiego di ulteriori armi chimiche. Badoglio esprime la propria netta contrarietà, facendo presente a Mussolini le reazioni internazionali che questa scelta avrebbe provocato e il proprio timore circa le conseguenze incontrollabili dell'uso di un'arma mai sperimentata prima; il duce recepisce tali obiezioni e il 20 febbraio ritira proposta.[77]
L'uso delle armi chimiche è nascosto all'opinione pubblica italiana, e il duce ordina di smentire come animate da sentimenti "anti-italiani" le poche denunce sul loro impiego che appaiono sulla stampa internazionale.[78] Il crimine verrà a lungo negato con decisione, anche dopo la fine del fascismo, persino da partecipanti alla guerra come Indro Montanelli, restando ai margini dell'immensa storiografia prodotta sulla figura di Mussolini. Il 7 febbraio 1996 l'allora Ministro della Difesa, generale Domenico Corcione, sostenne davanti al Parlamento l'uso delle armi chimiche da parte italiana durante la guerra d'Etiopia.[79]
La conduzione della guerra nei confronti degli etiopici non si limitò all'impiego delle armi chimiche, ma fu condotta anche con altri strumenti, come l'ordine di non rispettare i contrassegni della Croce Rossa del nemico, che portarono alla distruzione di almeno 17 tra ospedali da campo (tra i quali uno svedese, ciò che causò il disappunto del duce per il danno politico che ne conseguì) ed installazioni mediche abissine, o l'impiego di truppe di ascari libici di fede musulmana contro le armate e la popolazione cristiano-copta abissina. Le truppe libiche - appartenenti a tribù memori delle violenze subite dagli ascari eritrei utilizzate contro i ribelli libici durante la guerra di Libia - si resero colpevoli di massacri sia nei confronti dei civili, sia dei prigionieri, tanto da spingere il generale Guglielmo Nasi ad istituire un premio di cento lire per ogni prigioniero vivo che gli fosse stato consegnato.[80]
I crimini proseguirono anche a guerra finita e almeno sino al 1940 nei confronti dei ribelli, contro la popolazione e anche contro i monaci abissini nei santuari cristiano-copti, che furono trucidati a centinaia a Debrà Libanòs e altrove.[81]
La vittoria in Etiopia, l'apogeo di Mussolini e del fascismo [modifica]
Il 7 maggio 1936 Mussolini riceve da Vittorio Emanuele III la Gran Croce dell'Ordine Militare di Savoia. Il sovrano, nell'insignire il duce della massima decorazione militare del regno, riconosce con parole altisonanti il ruolo diretto di guida svolto da Mussolini: «Ministro delle Forze armate, preparò, condusse e vinse la più grande guerra coloniale che la storia ricordi.».
Il 9 maggio, sempre dal balcone di Palazzo Venezia, annuncia la fine della guerra d'Etiopia e proclama la rinascita dell'impero (il re d'Italia assume il titolo di imperatore d'Etiopia). Nel suo discorso proclama che «il popolo italiano ha creato col suo sangue l'impero. Lo feconderà col suo lavoro e lo difenderà contro chiunque con le sue armi.». Contestulamente in Etiopia, che nel 1935 era indicata dalla Società delle Nazioni come uno degli stati in cui ancora si trovavano schiavi in gran numero, viene abolita ufficialmente la schiavitù.
La campagna abissina rappresenta il momento di massimo consenso del popolo italiano verso il fascismo. Mussolini stabilisce che, nell'indicare la data sui documenti ufficiali e sui giornali, occorra scrivere l'anno a cominciare dal 28 ottobre 1922 (tale disposizione era già in uso dal 31 dicembre 1926) affiancato da quello dalla fondazione dell'impero (ad esempio, il '36 era indicato come «anno 1936, XIV dell'Era Fascista, I dell'Impero»).
Il 4 luglio la Società delle Nazioni decreta terminata l'applicazione dell'articolo XVI e le sanzioni cadono il 15 dello stesso mese (l'unico stato che si oppose fu il Sudafrica); Mussolini ottiene, per la guerra vittoriosa, il titolo di maresciallo d'Italia (30 marzo 1938).
Il 9 giugno affida al genero Galeazzo Ciano il Ministero degli Esteri.


Monaco, 28 Settembre 1938: Mussolini in parata seduto in automobile al fianco di Hitler, durante il tempo della conferenza di Monaco
Il 24 luglio 1936 si accorda con Hitler per l'invio di contingenti militari in Spagna a sostegno di Francisco Franco, il cui colpo di Stato del 18 luglio aveva scatenato la guerra civile spagnola. Il figlio di Mussolini Bruno partecipa alla guerra come capo di una squadriglia aerea. Il 1° novembre annuncia con un discorso la creazione (sancita il 24 ottobre) dell'Asse Roma-Berlino (non si tratta ancora di una vera alleanza militare, che sarà stipulata solo col patto d'acciaio).
Il 2 gennaio 1937 viene siglato un gentlemen's agreement tra Italia e Regno Unito, col quale si definiscono i diritti di entrata, uscita e transito nel Mediterraneo e si stabilisce di evitare la modifica dello «status quo relativo alla sovranità nazionale dei territori del bacino del Mediterraneo», Spagna inclusa. Tale accordo sarà confermato dal Patto di Pasqua del 16 aprile 1938.
Il 20 marzo, nell'oasi di Bugàra vicino a Tripoli, riceve dal capo berbero Iusuf Kerbisc, la "spada dell'islam", un manufatto dorato, simbolo dell'approvazione di una parte della società libica verso il regime mussoliniano. Il 21 aprile inaugura Cinecittà, concepita come sede dell'industria cinematografica italiana, consistentemente finanziata dal governo in quegli anni (risale al 1937 il primo colossal italiano: Scipione l'Africano).
Il 22 aprile incontra a Venezia il cancelliere austriaco Schuschnigg e si dichiara non contrario all'Anschluss dell'Austria con la Germania. Sempre in aprile incontra il ministro dell'aeronautica tedesco Hermann Göring e il ministro degli esteri tedesco Von Neurath. Il 25 e il 29 settembre, incontra Hitler, prima a Monaco e poi a Berlino. Il 6 novembre l'Italia aderisce al Patto Anticomintern, siglato precedentemente tra Germania e Giappone in funzione anti-sovietica. Il 3 dicembre 1937 viene stipulato a Bangkok un trattato di amicizia, commercio e navigazione col Siam (attuale Thailandia). L'11 dicembre annuncia l'uscita dell'Italia dalla Società delle Nazioni. Accoglie, tra il 3 ed il 9 maggio 1938, Hitler, il quale è in visita in Italia.
Grazie alla mediazione mussoliniana, di fronte all'eventualità dello scoppio di un conflitto tra il blocco anglo-francese e la Germania, il 29 e 30 settembre si tiene la Conferenza di Monaco. Ad essa sono presenti Mussolini, Hitler, Daladier per la Francia e Chamberlain per la Gran Bretagna: viene riconosciuta alla Germania la legittimità della sua politica in Cecoslovacchia. Mussolini viene festeggiato come «il salvatore della pace» per aver scongiurato il conflitto.
Tra l'11 e il 14 gennaio 1939, a Roma, incontra Chamberlain e il ministro degli esteri inglese Frederik Halifax. Il 19 gennaio 1939 la Camera dei deputati viene soppressa e sostituita dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni. In aprile il duce ordina l'occupazione e l'annessione dell'Albania; l'Italia già godeva di una forma non ufficiale di protettorato sul paese da molti anni, e l'«invasione» fu presumibilmente dovuta alla volontà mussoliniana di dimostrare all'alleato tedesco la propria forza.
L'edificazione del consenso [modifica]


Mussolini durante la battaglia del grano


Attorniato dai gerarchi fascisti, in visita a Milano nel maggio 1930
La stabilità della dittatura fascista è in gran parte da ascriversi alla capacità di Mussolini di generare attorno alla propria figura un forte consenso. L'abilità mostrata nel rendere la sua personalità oggetto di vero e proprio culto si rifletté non solo nell'approvazione che la società italiana a lungo gli mostrò, ma anche nell'ammirazione che riusci a guadagnarsi presso numerosi capi di Stato stranieri di intellettuali e, più in generale, presso l'opinione pubblica internazionale, soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Da questo punto di vista Mussolini divenne un modello di ispirazione per molti futuri dittatori, soprattutto Hitler, ma anche per molti politici di spicco di importanti stati democratici.
La popolarità di Mussolini trova probabilmente la sua origine nell'insoddisfazione del popolo italiano nei confronti delle classi dirigenti liberali per via dei trattati di pace, ritenute dai più sfavorevoli, che l'Italia aveva dovuto accettare alla fine della prima guerra mondiale, nonostante gli oltre 650.000 morti e i sacrifici enormi sopportati dal paese. Non a caso, Gabriele D'Annunzio parlò di «Vittoria mutilata». L'Italia guadagnò territorialmente solo parte di ciò che le era stato promesso col patto di Londra e ciò, unito al generale malcontento post-bellico e alla terribile crisi economica dell'immediato dopoguerra, fece crescere il desiderio di un governo forte.
Mussolini fu abile a sfruttare tale situazione nonché la paura del cosiddetto "pericolo rosso" , accresciutasi durante il biennio rosso: si presentò come il restauratore dell'ordine e della pace sociale, teso alla «normalizzazione» della situazione politica. Da questo punto di vista, molti squadristi fascisti intransigenti criticarono la collaborazione (nel 1922-1924) del PNF a livello governativo con i vecchi partiti, nonché il fatto che fossero rimasti in carica molti dei questori e dei prefetti che erano stati estranei - se non ostili[82] - al fascismo. A partire dal 1925, con la promulgazione delle cosiddette leggi fascistissime e l'inizio della dittatura, ogni forma di collaborazione coi vecchi partiti fu abbandonata e gli stessi sciolti.
Il consenso fu poi alimentato grazie al controllo sulla stampa e sul mondo culturale italiano. Mussolini, in quanto giornalista, conosceva bene il potere della stampa, e di conseguenza fece in modo di poterlo controllare. Nei suoi Colloqui con Emil Ludwig giustificò la censura imposta ai giornali con il fatto che nelle liberaldemocrazie i giornali non sarebbero più liberi, ma obbedirebbero solo ad un'oligarchia di padroni, differenti dallo Stato: partiti e finanziatori plutocratici.
Inoltre ogni forma di dissenso sgradita a Mussolini venne repressa attraverso l'OVRA, il Tribunale Speciale, e l'uso massiccio del confino politico. Tuttavia Mussolini tollerò - e costrinse i suoi a tollerare - alcune "voci fuori dal coro" (come ad esempio Salvemini, Croce, Bombacci) tanto per alimentare la propria immagine di uomo forte ma non di tiranno, quanto per mantenere aperti canali di dialogo anche con l'antifascismo militante.
Mussolini dimostrò di avere una personalità carismatica, come testimoniano i discorsi tenuti di fronte a «folle oceaniche», e una notevole abilità oratoria, che attinse in parte dall'esempio dannunziano. Egli incrementò la sua popolarità presentandosi come «il figlio del popolo», ricorrendo all'organizzazione ed all'irreggimentazione delle masse, chiamate di continuo a partecipare ad iniziative di varia natura, ma anche grazie all'appoggio di molteplici intellettuali di spicco (Gabriele D'Annunzio, Mario Sironi, Ezra Pound, i futuristi, Giovanni Gentile) e di uomini di grandi capacità di governo.
Mussolini seppe sfruttare abilmente, come mai prima era stato fatto in Italia, i nuovi mezzi di comunicazione (la radio, il cinema e i cinegiornali) nonché i successi sportivi conseguiti dall'Italia fascista (come i Mondiali di calcio del 1934 e del 1938, e il titolo mondiale dei pesi massimi conquistato da Primo Carnera), che furono entrambi ampiamente utilizzati in funzione propagandistica. A questi Mussolini unì i primati aeronautici conquistati dall'Italia (le trasvolate atlantiche, la conquista del Polo Nord, i primati di velocità per idrocorsa) e quelli navali (il transatlantico Rex).
Mussolini riuscì spesso a interpretare correttamente la volontà della maggioranza del popolo italiano, attuando importanti interventi di tipo sociale, sanitario, previdenziale, economico e culturale.
Occorre inoltre sottolineare come la politica di potenza inaugurata dall'Italia fascista fosse vista con favore da gran parte della popolazione. Mussolini mirava a fare dell'Italia un paese temuto e rispettato, restaurando i fasti dell'Impero romano, recuperando i territori irredenti e realizzando il controllo italiano sul mediterraneo (il mare nostro). Questa politica - troncata dallo scoppio della della seconda guerra mondiale non produsse i risultati sperati, ed ottenne solo di isolare l'Italia dai suoi ex alleati dell'Intesa, spingendola ad una sempre più stretta - e definitiva - alleanza con la Germania
Hitler considerò Mussolini suo maestro:
« ... concepii profonda ammirazione per il grand'uomo a sud delle Alpi che, pieno di fervido amore per il suo popolo, non venne a patti col nemico interno dell'Italia ma volle annientarlo con ogni mezzo. Ciò che farà annoverare Mussolini fra i grandi di questa Terra è la decisione di non spartirsi l'Italia col marxismo ma di salvare dal marxismo, distruggendolo, la sua patria. A petto di lui, quanto appaiono meschini i nostri statisti tedeschi! E da quale nausea si è colti al vedere queste nullità osar criticare chi è mille volte più grande di loro! »
(Adolf Hitler, Mein Kampf, cap.XV. trad.: Andrea Irace)

Churchill, nel 1933, lo definì «il più grande legislatore vivente»[83] (soprattutto in relazione alla promulgazione del nuovo codice penale, varato nel 1930 dal ministro Alfredo Rocco e tuttora vigente) e «un grande uomo» ancora nel 1940.
Il 13 febbraio 1929, Pio XI, a due giorni dai Patti Lateranensi, tenne un discorso a Milano ad un'udienza concessa a professori e studenti dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, che passò alla storia per una lettura secondo cui Benito Mussolini sarebbe «l'uomo della Provvidenza»:
« Le condizioni dunque della religione in Italia non si potevano regolare senza un previo accordo dei due poteri, previo accordo a cui si opponeva la condizione della Chiesa in Italia. Dunque per far luogo al Trattato dovevano risanarsi le condizioni, mentre per risanare le condizioni stesse occorreva il Concordato. E allora? La soluzione non era facile, ma dobbiamo ringraziare il Signore di averCela fatta vedere e di aver potuto farla vedere anche agli altri. La soluzione era di far camminare le due cose di pari passo. E così, insieme al Trattato, si è studiato un Concordato propriamente detto e si è potuto rivedere e rimaneggiare e, fino ai limiti del possibile, riordinare e regolare tutta quella immensa farragine di leggi tutte direttamente o indirettamente contrarie ai diritti e alle prerogative della Chiesa, delle persone e delle cose della Chiesa; tutto un viluppo di cose, una massa veramente così vasta, così complicata, così difficile, da dare qualche volta addirittura le vertigini. E qualche volta siamo stati tentati di pensare, come lo diciamo con lieta confidenza a voi, sì buoni figliuoli, che forse a risolvere la questione ci voleva proprio un Papa alpinista, un alpinista immune da vertigini ed abituato ad affrontare le ascensioni più ardue; come qualche volta abbiamo pensato che forse ci voleva pure un Papa bibliotecario, abituato ad andare in fondo alle ricerche storiche e documentarie, perché di libri e documenti, è evidente, si è dovuto consultarne molti. Dobbiamo dire che siamo stati anche dall'altra parte nobilmente assecondati. E forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare; un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi, tutti quegli ordinamenti, o piuttosto disordinamenti, tutte quelle leggi, diciamo, e tutti quei regolamenti erano altrettanti feticci e, proprio come i feticci, tanto più intangibili e venerandi quanto più brutti e deformi. E con la grazia di Dio, con molta pazienza, con molto lavoro, con l'incontro di molti e nobili assecondamenti, siamo riusciti « tamquam per medium profundam eundo » a conchiudere un Concordato che, se non è il migliore di quanti se ne possono fare, è certo tra i migliori che si sono fin qua fatti; ed è con profonda compiacenza che crediamo di avere con esso ridato Dio all'Italia e l'Italia a Dio. »
(Pio XI, allocuzione Vogliamo anzitutto[84])

Pio XI gli conferì l'Ordine dello Speron d'Oro nel 1932;[85][86] molti in Europa, nel 1933, lo chiamarono «il salvatore della pace»;[87][88] lo stesso Franklin Delano Roosevelt gli riservò commenti lusinghieri;[89] Gandhi affermò che «il Duce è uno statista di primissimo ordine, completamente disinteressato, un superuomo»,[90] mentre Pio XII lo definì «il più grande uomo da me conosciuto e tra i più profondamente buoni».[91] Lo scrittore americano Ezra Pound, che incontrò di persona Mussolini nel 1933, lo celebrò nel libro "Jefferson and/or Mussolini".
A proposito della capacità del duce di edificare attorno a sé un notevole consenso, significativa tra le altre è l'opinione espressa dal giornalista Enzo Biagi in "Lui, Mussolini": «Mussolini è stato un gigante; considero la sua carriera politica un capolavoro. Se non si fosse avventurato nella guerra al fianco di Hitler, sarebbe morto osannato nel suo letto. Il popolo italiano era soddisfatto di essere governato da lui: un consenso sincero».
Le leggi razziali [modifica]
Per approfondire, vedi la voce Leggi razziali fasciste.

Mussolini inizialmente aveva espresso disapprovazione nei confronti della politica razzista espressa dal nazionalsocialismo.[92] Tuttavia, a partire dal 1938, in concomitanza dell'alleanza con la Germania, il regime fascista promulgò una serie di decreti il cui insieme è noto come leggi razziali, che introducevano provvedimenti segregazionisti nei confronti degli ebrei italiani e dei sudditi di colore dell'Impero.
Fra i diversi documenti e provvedimenti legislativi che costituiscono il corpus delle cosiddette leggi razziali figura il Manifesto della razza, o più esattamente il Manifesto degli scienziati razzisti, pubblicato una prima volta in forma anonima sul Giornale d'Italia il 15 luglio 1938 con il titolo Il Fascismo e i problemi della razza, e ripubblicato sul numero 1 de La difesa della razza il 5 agosto 1938.
Il 25 luglio - dopo un incontro tra i dieci redattori della tesi, il ministro della cultura popolare Dino Alfieri ed il segretario del PNF Achille Starace - dalla segreteria politica del partito viene comunicato il testo definitivo del lavoro, completo dell'elenco dei firmatari e delle adesioni, aderenti e simpatizzanti del PNF.
Al regio decreto legge del 5 settembre 1938 - che fissava «Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista» - e a quello del 7 settembre - che fissava «Provvedimenti nei confronti degli ebrei stranieri» - fece seguito (6 ottobre) una «dichiarazione sulla razza» emessa dal Gran Consiglio del Fascismo; tale dichiarazione venne successivamente adottata dallo stato sempre con un regio decreto legge che porta la data del 17 novembre.
Fra il '43 e il '45, il governo della Repubblica Sociale Italiana dichiarò gli ebrei "stranieri appartenenti per la durata della guerra a nazionalità ostile" e procedette al concentramento di numerose persone di religione ebraica, in particolare nel campo di prigionia di Fossoli. In territorio italiano sotto controllo tedesco, nella Risiera di San Sabba, vicino Trieste, sorse un campo prigionia che funse anche da luogo di raccolta per il trasporto degli ebrei nei campi di concentramento tedeschi. Nel campo le autorità tedesche compirono uccisioni di antifascisti locali, e al suo interno fu anche installato un forno crematorio per eliminare i corpi dei prigionieri deceduti o giustiziati.[93]
Il secondo conflitto mondiale [modifica]
Dalla «non belligeranza» alla «guerra parallela» [modifica]
« La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia [...] La parola d'ordine è una sola, categorica e impegnativa per tutti. Essa già trasvola ed accende i cuori dalle Alpi all'Oceano Indiano: vincere! E vinceremo, per dare finalmente un lungo periodo di pace con la giustizia all'Italia, all'Europa, al mondo. »
(Dall'annuncio della dichiarazione di guerra, 10 giugno 1940)

Il 22 maggio 1939 Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri italiano, firma il Patto d'Acciaio con la Germania, che sancisce ufficialmente la nascita di un'alleanza vincolante italo-tedesca.
Il 30 maggio Mussolini incarica il generale Ugo Cavallero di recapitare ad Hitler un memoriale, in cui afferma che la guerra è inevitabile ma che l'Italia non sarà pronta ad intraprenderla prima di 3 anni. Nonostante le iniziali rassicurazioni in merito, la Germania invade la Polonia il 1° settembre, determinando l'inizio del conflitto. Mussolini dichiara la «non belligeranza», grazie alla quale lo Stato italiano si manterrà momentaneamente fuori dalla guerra.
Il 10 marzo 1940 Mussolini accoglie a Roma il ministro degli esteri tedesco Joachim von Ribbentrop, e il successivo 18 marzo incontra Hitler al Brennero, ricevendo da entrambi forti pressioni ad entrare in guerra al fianco della Germania. Il 16, il 22, il 24 ed il 26 aprile riceve messaggi da Winston Churchill, da Paul Reynaud, da Pio XII e da Roosevelt, i quali gli chiedono di rimanere neutrale. Addirittura Churchill, rimasto grande ammiratore di Mussolini, gli garantisce che, in caso avesse mantenuto l'Italia neutrale, la Gran Bretagna avrebbe sostenuto al termine del conflitto tutte le aspirazioni territoriali italiane, come la Tunisia e Nizza.
Di fronte agli straordinari ed inaspettati successi della Germania nazista tra l'aprile e il maggio del 1940, Mussolini ritiene che gli esiti la guerra siano oramai decisi, e, sia per poter ottenere eventuali compensi territoriali, sia per timore di un'eventuale invasione nazista dell'Italia se quest'ultima non si fosse schierata apertamente al fianco della Germania (come ebbe poi a spiegare lo stesso Mussolini[senza fonte]), il 10 giugno dichiara guerra alla Francia ed alla Gran Bretagna. Alla contrarietà e alle rimostranze di alcuni importanti collaboratori e militari (fra cui Pietro Badoglio, Dino Grandi, Galeazzo Ciano e il generale Enrico Caviglia) Mussolini avrebbe risposto:
« Mi serve qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo delle trattative..[94] »


Sul fronte con la Francia, le truppe italiane assunsero inizialmente un atteggiamento difensivo, sia per la mancanza di un'adeguata artiglieria e contraerea (non vi era stato il tempo di mobilitare tutti i reparti necessari all'avanzata), sia per la riluttanza ad attaccare i cugini d'oltralpe. Conseguentemente, i primi a prendere l'iniziativa furono gli avversari: aerei britannici, decollati da aeroporti francesi, bombardano Torino nella notte tra l'11 ed il 12 giugno. Come ritorsione, aerei italiani bombardano le basi militari francese di Hyères e Tolone. Il 14 la zona industriale di Genova venne bombardata e, di conseguenza, l'esercito italiano ricevette l'ordine di passare decisamente alla contro-offensiva, programmata per il 18. Gli Italiani attaccano quindi Biserta, Bastia e Calvi.
Il 22 giugno la Francia firma l'armistizio con la Germania. Il 18, dopo che in territorio alpino si erano avuti solo marginali scontri tra truppe anglo-francesi ed italiane, Mussolini partecipa ad un vertice a Monaco di Baviera con Hitler per discutere dell'inaspettata ed improvvisa resa: le condizioni di pace richieste dal duce (ossia l'occupazione ed amministrazione di Corsica, Tunisia, Somalia francese e del territorio francese sino al Rodano, la concessione di basi militari a Orano, Algeri e Casablanca, la consegna della flotta e dell'armata aerea e la denuncia dell'alleanza col Regno Unito) vengono solo parzialmente accolte, in quanto furono riconosciute all'Italia solo le richieste di occupazione.
Il 24 giugno la Francia firma l'armistizio con l'Italia, riconoscendole, oltre alla richieste di occupazione, anche la cessione di una porzione di territorio francese di confine e la smilitarizzazione di una fascia larga 50 miglia lungo il confine franco-italiano e libico-tunisino.
Di fronte alla notizia di un imminente sbarco in Inghilterra dei tedeschi (Operazione Leone Marino), Italo Balbo, governatore della Libia, riceve l'ordine di avanzare verso l'Egitto, protettorato inglese (25 giugno). Ma il 28, mentre sorvola Tobruk bombardata dagli inglesi, venne abbattuto dalle batterie antiaeree italiane, che lo avevano scambiato per un nemico.
Le iniziali parziali vittorie si rivelano tuttavia effimere, poiché la guerra si prolunga oltre il previsto, rivelando l'impreparazione, la disorganizzazione e le deficienze dell'esercito italiano. In Africa, nel dicembre 1940 gli inglesi danno vita ad una vigorosa contro-offensiva che porterà, tra l'altro, alla conquista dell'Africa Orientale Italiana entro il giugno 1941. Le ultime truppe italiane si arrenderanno a Gondar il 21 novembre. La superiorità numerica e tecnologica degli inglesi[95] e la progressiva perdita d'iniziativa della marina italiana[96] non possono che condurre alla disfatta.
In seguito, gli scontri tra le due marine nemiche si limiteranno, da parte italiana, alla guerra sottomarina, alla protezione delle rotte di rifornimento tra la Sicilia e la Libia, a sporadici tentativi di intercettazione di convogli inglesi sulla rotta Gibilterra-Alessandria d'Egitto ed ad operazioni temerarie compiute da mezzi d'assalto (quali i MAS, i «barchini» - piccole barche dotate di siluri e mitragliatrice che causarono l'affondamento di molte navi inglesi- ed i «maiali» ossia piccoli sommergibili).
Il 27 settembre 1940 Italia, Germania e Giappone si uniscono nel Patto tripartito, cui aderiranno anche nell'ordine, nel corso della guerra, Ungheria (20 novembre 1940), Romania (23 novembre), Slovacchia (24 novembre), Bulgaria (1° marzo 1941) e Iugoslavia (27 marzo).
Il 4 ottobre 1940 Mussolini incontra Hitler al Brennero per stabilire di comune accordo una strategia militare; tuttavia, il 12 ottobre i tedeschi prendono controllo della Romania, sita nella zona di influenza italiana e ricca di giacimenti petroliferi, senza avvisare gli Italiani. Conseguentemente, Mussolini decide di imbarcarsi in una «guerra parallela» a fianco dell'alleato tedesco, al fine di non dipendere troppo dall'iniziativa militare e politica di Hitler; sempre convinto che la Gran Bretagna sarebbe scesa presto a patti col führer e che il principale fronte di guerra sarebbe così stato chiuso. Il 19 ottobre il duce gli invia una lettera in cui comunica la sua intenzione di attaccare la Grecia. Hitler si reca a Firenze il 28 ottobre, per dissuadere Mussolini dall'impresa, ma questi lo avvertirà, assumendo un atteggiamento simile a quello avuto dall'alleato con l'aggressione alla Romania, che l'attacco era già iniziato da alcune ore.
L'attacco alla Grecia si conclude in un disastro: la stagione invernale e il territorio montuoso ostacolano ogni tentativo d'avanzata, anche a causa dell'equipaggiamento del tutto inadeguato in dotazione alle truppe italiane. L'esercito greco, rafforzato dall'arrivo di oltre 70.000 militari inglesi, si rivela inoltre più agguerrito e organizzato del previsto; anche l'appoggio di numerose squadriglie aeree e navali britanniche risulta determinante. Gli Italiani sono costretti a ripiegare in territorio albanese, dove solo nel dicembre 1940 riescono a bloccare la contro-offensiva degli avversari, trasformando così il conflitto in una guerra di posizione.
La guerra «tedesca» [modifica]
Il 19 e il 20 gennaio 1941, a Berchtesgaden, Mussolini incontra Hitler, il quale gli promette l'invio di contingenti tedeschi in Grecia e in Africa del Nord a sostegno delle truppe italiane lì presenti, che d'ora in poi dipenderanno sempre più dall'aiuto del potente alleato. L'incontro rappresenta il definitivo abbandono da parte italiana della strategia della «guerra parallela» (rivelatasi insostenibile e fallimentare), e si traduce in una conduzione del conflitto sempre più conforme alle direttive e agli interessi nazionalsocialisti, ovvero in una sorta di «guerra tedesca».
Il 9 febbraio la marina inglese bombarda Genova. L'11 febbraio il duce incontra Francisco Franco a Bordighera per convincerlo ad entrare in guerra a fianco delle forze dell'Asse, ma fallisce nel suo intento. A partire dal 12 febbraio giungono in Libia gli aiuti militari promessi dal Fuehrer: i Deutsche Afrikakorps, composti principalmente di mezzi corazzati ("panzer") e da rinforzi aerei, sotto il comando di Erwin Rommel.
Rivestendo de facto il ruolo di comandante supremo delle truppe italiane nella regione (seppur ufficialmente fosse un sottoposto del comandante superiore delle Forze Armate in Africa generale Italo Gariboldi), la «volpe del deserto» riesce rapidamente a riorganizzarle ed a guidare un'efficace offensiva (cominciata il 24 marzo) contro le armate britanniche del Generale maggiore Richard O'Connor, che nel frattempo avevano conquistato la Cirenaica (Operazione Compass). Entro maggio le truppe dell'Asse riacquisiscono il controllo della Libia (eccettuata Tobruk, che resiste al lungo assedio - cominciato il 10 aprile - grazie alla presenza di una forza di occupazione inglese), respingono un tentativo di contro-offensiva (l'Operazione Brevity) e conquistano una porzione di territorio egiziano di confine. In conseguenza delle sconfitte subite, il comando delle truppe del Regno Unito verrà affidato al Generale Claude Auchinleck; questi comanderà, nel novembre e nel dicembre, una grande offensiva (l'Operazione Battleaxe) con lo scopo di alleviare l'assedio di Tobruk, ma fallirà nel suo intento.
Il 27 marzo in Iugoslavia, che solo due giorni prima aveva aderito al patto tripartito, gli inglesi organizzano con successo il colpo di stato del generale nazionalista serbo Dusan Simovic (il reggente Paolo viene esiliato e il Ministro degli Esteri ed il Primo Ministro vengono destituiti). Il nuovo governo iugoslavo firma un trattato di amicizia con l'Unione Sovietica (5 aprile). Di fronte al rischio portato dall'eccessivo rafforzamento della presenza inglese nei Balcani e da un'eventuale alleanza in funzione anti-Asse della Jugoslavia con l'URSS, la Germania, l'Ungheria e la Bulgaria attaccano la Jugoslavia. Nel medesimo giorno anche l'Italia le dichiara guerra. L'avanzata italiana si rivela un successo in area slovena e in Dalmazia e la Iugoslavia capitola rapidamente (17 aprile). Pietro II fugge a Londra. L'Italia ottiene la maggior parte della costa dalmata e la provincia di Lubiana, mentre il Kosovo viene annesso all'Albania italiana.
Nel frattempo, le truppe italiane, dopo mesi di stallo, riprendono ad avanzare in Albania (13 aprile), che viene totalmente riconquistata in pochi giorni, ed in Epiro. Sempre nel mese di aprile le armate italiane e tedesche sferrano congiuntamente un nuovo attacco alla Grecia, che ben presto firma la resa con la Germania (21 aprile). Mussolini, che si sente umiliato a causa dell'esclusione dell'Italia dal trattato di pace, pretende di essere rispettato. Per ordine di Hitler, la cerimonia della firma viene quindi ripetuta due giorni dopo anche in presenza di autorità italiane (23 aprile). Il 3 maggio truppe italo-tedesche sfilano ad Atene e il 1° giugno cade Creta, ultimo avamposto nemico rimasto nella regione. Nonostante la conquista dei Balcani fosse dovuta esclusivamente all'intervento delle forze germaniche, Mussolini ottene il diritto di occupare le isole Ionie e la maggior parte della Grecia, che non rientravano nella zona d'influenza tedesca.
Il 2 giugno del 1941 Mussolini incontra nuovamente Hitler, che il 22 ordina l'attacco all'Unione Sovietica (operazione Barbarossa). In luglio viene inviato in Russia il CSIR (composto di 58.800 soldati al comando del generale di corpo d'armata Giovanni Messe), come sostegno dell'alleato tedesco. Il 25 agosto, nel Quartier Generale tedesco a Rastenburg, nella Prussia orientale, il Duce passa in rassegna le truppe accanto a Hitler.
Il 7 dicembre la flotta giapponese attacca Pearl Harbour, base militare statunitense, determinando l'entrata in guerra degli Stati Uniti. Il 12 dicembre l'Italia dichiara guerra agli Stati Uniti, seguendo l'iniziativa dell'alleato tedesco che aveva assunto lo stesso provvedimento il giorno precedente. Il 18 dicembre un'incursione italiana nel porto di Alessandria d'Egitto causa ingenti danni alla marina britannica.
L'inversione di tendenza nella guerra: l'inizio della fine [modifica]
A partire dal 15 febbraio 1942 giungono in Russia numerosi rinforzi italiani a sostegno dell'avanzata tedesca: entro 5 mesi vengono inviati oltre 160.000 soldati. Il 9 luglio il CSIR viene affidato alla guida del Generale Italo Gariboldi (che sostituisce il precedente comandante, il Generale Giovanni Messe) e muta il proprio nome in ARMIR ("ARMata Italiana in Russia"), che arriverà a contare più di 200.000 uomini. L'esercito italiano si distingue per coraggio sul fronte sovietico, in particolar modo a Stalino, tuttavia appare in tutta la sua evidenza l'inadeguatezza e l'arretratezza dell'equipaggiamento in dotazione alle truppe. La battaglia di Stalingrado si rivela decisiva per il destino della campagna di Russia e, più in generale, per le sorti della guerra: tra il 3 gennaio e il 2 febbraio 1943 le forze dell'Asse vengono sconfitte e respinte. Le armate italiane faranno rientro in patria tra l'aprile ed il maggio 1943: oltre 60.000 saranno i «dispersi».
Il 29 aprile 1942 Mussolini incontra Hitler a Salisburgo: durante questo colloquio i due capi di governo si accordano per scatenare a breve una grande offensiva in Africa settentrionale. Tra il 26 maggio e il 21 giugno le truppe dell'Asse si rendono protagoniste di una vittoriosa avanzata in Libia (Battaglia di Gazala), che porta, tra l'altro, alla caduta di Tobruk (20 giugno), assediata da oltre un anno. Le armate di Erwin Rommel si trovano a soli 100 chilometri circa da Alessandria d'Egitto, che, secondo le previsioni dei plenipotenziari italiani e tedeschi, avrebbe dovuto esser raggiunta in poco tempo. Il 29 giugno Mussolini parte per la Libia, dove si trattiene sino al 20 luglio. Tra l'1 ed il 29 luglio si combatte la Prima battaglia di El Alamein: le truppe italo-tedesche tentano invano di sfondare le linee difensive inglesi. Fra il 31 agosto ed il 5 settembre fallisce, nella Battaglia di Alam Halfa, l'ultimo tentativo di sfondamento delle armate del patto tripartito. Nella Seconda battaglia di El Alamein (combattuta tra il 23 ottobre e il 3 novembre) le truppe del Commonwealth del generale Bernard Montgomery (che in agosto aveva sostituito al comando il generale Claude Auchinleck) sconfiggono gli avversari, costringendoli a un disastroso ripiegamento.
L'avanzata inglese si rivela incontenibile: l'8 novembre l'Africa francese (amministrata fino ad allora dalla Francia di Vichy, stato teoricamente neutrale) viene conquistata dalle truppe anglo-americane (Operazione Torch), la Libia viene rapidamente perduta (il 23 gennaio 1943 cade Tripoli), e tra il 19 ed il 25 febbraio 1943 le forze italo-tedesche vengono nuovamente sconfitte nelle Battaglia del passo di Kasserine, combattuta in Tunisia (che l'Asse aveva fatto occupare in gennaio). Il 13 maggio le ultime truppe dell'Asse, al comando del generale Messe, si arrendono. Mussolini stesso dà l'ordine a Messe di accettare la resa, e contestualmente nomina Messe maresciallo.
Nel novembre e nel dicembre 1942, Mussolini, abbattuto e depresso, si lascia sostituire da Ciano in due colloqui con Hitler. Il 2 dicembre, dopo 18 mesi di silenzio e conscio dei recenti rivolgimenti, torna a parlare al popolo italiano da Palazzo Venezia.
Dal 7 al 10 aprile 1943 Mussolini incontra Hitler a Klessheim (nei dintorni di Salisburgo). Sempre più pessimista sull'esito della guerra, gli propone di giungere ad un armistizio coi sovietici, al fine di concentrare gli sforzi sugli altri fronti di guerra. Il Fuhrer rimane irremovibile sulle sue posizioni. Hitler ha capito che Mussolini vuole tirare fuori l'Italia dal conflitto, ma se acconsentisse creerebbe un precedente cui si appellerebbero romeni, bulgari, ungheresi, finlandesi ed altri.[97]
Intanto in Italia si diffondono pressioni sul Re affinché licenzi Mussolini e si rivolga agli anglo-americani, anche attraverso la mediazione della Santa Sede. Tali richieste provengono soprattutto da ambienti militari, per i quali la guerra è ormai perduta. Ma sta maturando anche nelle alte sfere del regime il convincimento che se il Re allontanasse Mussolini dal governo, al popolo italiano sarebbe risparmiata una catastrofe maggiore.
Berlino viene messa a conoscenza di questi tentativi di fronda dagli informatori dislocati sulla penisola.[98]
La notte tra il 9 luglio e il 10 luglio gli anglo-americani sbarcano in Sicilia, avanzando nell'isola.[99] Gli eserciti alleati sviluppano una doppia azione: cominciano a risalire il Paese dal Sud e lo bombardano al Nord.
Il 13 luglio un gruppo di gerarchi guidato da Dino Grandi chiede la riunione del Gran Consiglio del Fascismo, non più convocato dal 1939. Mussolini la respinge. Una nuova richiesta viene avanzata il 16.
La caduta e l'arresto [modifica]
L'Italia è stata da poco invasa dalle truppe alleate e Mussolini decide di scrivere a Hitler per manifestare all'alleato l'impossibilità per l'Italia di continuare il conflitto. Ma il Fuhrer lo prende in contropiede annunciandogli la sua venuta in Italia per incontrarlo di persona.[100]
Il vertice è previsto dal 19 luglio al 21 luglio 1943 nei pressi di Feltre (BL), nella villa del senatore Achille Gaggia. L'intenzione di Mussolini è dire a Hitler che l'Italia è «costretta a cercare una via d'uscita dall'alleanza e dalla guerra». Tuttavia, di fronte al Fuhrer, che mette chiaramente le carte in tavola e lo inchioda alle sue responsabilità, rimane in silenzio. Il vertice, che doveva durare tre giorni, si risolve in tre ore e mezzo.[101]
Mussolini spiega così il suo stato d'animo dopo il fallimento del vertice di Villa Gaggia, replicando alle voci che lo sollecitavano a portare l'Italia fuori dal conflitto:
« Credete forse che questo problema io non lo senta agitarsi da tempo nel mio spirito travagliato? Ammetto l'ipotesi di sganciarsi dalla Germania: la cosa è semplice, si lancia un [messaggio via] radio al nemico. Quali saranno le conseguenze? Eppoi, si fa presto a dire sganciarsi dalla Germania. Credete forse che Hitler ci lascerebbe libertà d'azione?[102] »


Di ritorno dall'incontro con Hitler, è sconvolto dal bombardamento su Roma, avvenuto proprio durante l'incontro e di cui è stato informato immediatamente assieme ad Hitler. La capitale è stata attaccata da una flotta di circa 200 aeroplani, che ha colpito soprattutto la zona di San Lorenzo.
Il 21 luglio Mussolini concede la convocazione del Gran Consiglio per sabato 24, e ordina di non divulgare la notizia agli organi di stampa. Il 22 (giovedì) si reca in mattinata dal Re per il consueto colloquio,[103] durante il quale gli riferisce dell'incontro con Hitler e della convocazione del G.C. Si esaminano i pro e i contro di un eventuale mutamento di alleanze. Viene paventata l'ipotesi che la Germania voglia annettersi i territori conquistati dall'Italia in seguito alla prima guerra mondiale (Alto Adige, Istria, Fiume e Dalmazia).[104]
I due convergono sulla decisione di trarre l'Italia fuori dal conflitto, lasciando l'Asse alla sua sorte, ma il presupposto indispensabile è che il Duce lasci il potere. Il Re ricorda infatti a Mussolini che dopo la conferenza di Casablanca la sua presenza al governo è considerata un ostacolo a qualsiasi trattativa con gli anglo-americani.[105]
Nel primo pomeriggio dello stesso giorno riceve e prende in esame l'ordine del giorno (corredato dalle firme dei gerarchi che lo sostengono) che Dino Grandi intende presentare alla seduta del Gran Consiglio. Lo definisce "inammissibile e vile".[106] Poi riceve in udienza Grandi in persona. I due discutono gli ultimi avvenimenti politici, poi l'ordine del giorno. Grandi esorta Mussolini a rassegnare volontariamente le dimissioni. Il Duce lo ascolta senza lasciar trasparire nessuna emozione.
Nel pomeriggio di sabato 24 luglio, in segreto, si apre una lunga seduta del Gran Consiglio che si concluderà alle prime ore del giorno successivo (25 luglio), con l'approvazione dell'ordine del giorno presentato da Dino Grandi.
Per approfondire, vedi la voce Ordine del giorno Grandi.

Viene di fatto approvata l'esautorazione di Mussolini dai suoi incarichi di governo. La votazione, seppur significativa (in quanto votata dai massimi rappresentanti del Partito), non aveva de iure alcun valore, poiché per legge il Capo del Governo era responsabile del proprio operato solo dinanzi al Sovrano, il quale era l'unico a poterlo destituire.
La mattina di domenica 25 luglio, dopo essersi recato regolarmente nel suo studio di Palazzo Venezia per occuparsi degli affari correnti, Mussolini chiede al sovrano di poter anticipare l'abituale colloquio del lunedì, e accetta di presentarsi da questi, giungendo alle ore 17 a Villa Savoia (oggi Villa Ada). Vittorio Emanuele III comunica a Mussolini la sua sostituzione con Pietro Badoglio, garantendogli l'incolumità. Mussolini non era però al corrente delle reali intenzioni del monarca, che aveva posto sotto scorta il Capo del Governo e aveva fatto circondare l'edificio da duecento carabinieri.
Il tenente colonnello Giovanni Frignani,[107] che coordinava l'operazione, espone telefonicamente ai capitani Paolo Vigneri e Raffaele Aversa gli ordini del re. I carabinieri fanno salire Mussolini in un'autoambulanza della Croce Rossa, senza specificargli la destinazione ma rassicurandolo sulla necessità di tutelare la sua incolumità (pomeriggio del 25 luglio). In realtà, Vittorio Emanuele III aveva ordinato di arrestare Mussolini [108].
L'armistizio fra l'Italia e gli Alleati firmato il 3 settembre e reso noto la sera dell'8 senza delle precise istruzioni per le truppe italiane, lascia nella confusione più totale un Paese già allo sbando. L'Italia si spacca, in quella che è stata poi definita una guerra civile, tra coloro che si schierano con gli Alleati (che controllano parte del Meridione e la Sicilia), e coloro che invece accettano di proseguire il conflitto a fianco dei tedeschi (che hanno intanto occupato gran parte della penisola, incontrando una debole resistenza da parte delle truppe italiane dislocate alle frontiere e nei pressi di Roma e di altre località).
Frattanto il re, con parte della famiglia, Badoglio ed i suoi principali collaboratori, fugge in Puglia, ponendosi sotto la protezione degli ex nemici: lì costituisce un governo sotto supervisione alleata, che dichiarerà guerra alla Germania il 13 ottobre.
Mussolini subito dopo il suo arresto è dapprima trattenuto in una caserma dei carabinieri a Roma, in seguito viene trasferito nell'isola di Ponza (dal 27 luglio). Ma i tedeschi sono sulle sue tracce. Per depistarli, viene portato sull'isola della Maddalena (7 agosto - 27 agosto 1943) ed infine a Campo Imperatore sul Gran Sasso, in un luogo ritenuto inattaccabile dall'esterno. Ma il 12 settembre venne liberato da un commando di paracadutisti tedeschi (Fallschirmjäger-Lehrbataillon) guidati dal capitano delle SS Otto Skorzeny.

Gran Sasso: Mussolini appena liberato, al centro della fotografia, con cappotto e cappello nero
Per approfondire, vedi la voce Operazione Quercia.

Mussolini venne tradotto in Germania, dove il 14 settembre incontra Hitler a Rastenburg. Questi lo invita a formare una repubblica protetta dai tedeschi. Il 18 settembre, da Monaco Mussolini pronuncia alla radio il suo primo discorso dopo l'arresto del 25 luglio:
« ... Dopo un lungo silenzio ecco che nuovamente vi giunge la mia voce, e sono certo che la riconoscerete... »

Dopo aver fatto un'ampia esposizione su ciò che stava avvenendo in Italia, addossa la responsabilità della sua destituzione al Re, ai generali e ai gerarchi fascisti, che accusò di alto tradimento. Alla fine del discorso annuncia la ricostituzione dello Stato, delle sue Forze armate e del partito fascista, con la nuova denominazione di Partito Fascista Repubblicano ("PFR").
Mussolini ritorna in Italia il 23 settembre e costituisce un nuovo governo, che si riunisce per la prima volta il 27 settembre alla Rocca delle Caminate (residenza di Mussolini a Predappio, dal 1927).
La Repubblica Sociale Italiana [modifica]
Per approfondire, vedi la voce Repubblica Sociale Italiana.



Croce marcante il luogo, in Giulino di Mezzegra, dove comunemente si ritiene Mussolini venne fucilato
Di fatto la neonata Repubblica Sociale Italiana è uno stato controllato soprattutto dai tedeschi e a Mussolini viene concessa poca libertà di azione. Solo sull'ambito economico e sull'organizzazione militare dei soldati italiani aderenti alla RSI, Mussolini e i suoi gerarchi hanno una certa autonomia. Hitler intanto aveva posto sotto il diretto controllo del Reich l'intera area nord-orientale dello stato italiano (ovvero le province di Trento, Bolzano, Belluno, Udine, Gorizia, Trieste, Fiume, Lubiana[109] e Zara) nonché i territori precedentemente italiani o sotto il controllo italiano al di fuori della penisola (le truppe tedesche occuparono l'Albania, che essendo unita all'Italia tramite la corona dei Savoia fu dichiarata "indipendente" e gli ustascia si annessero d'arbitrio la Dalmazia, esclusa Zara) zone nei giorni immediatamente successivi all'armistizio del 8 settembre).
Tra il 23 ed il 27 settembre 1943 Mussolini si insedia a Gargnano, sul Lago di Garda (tuttavia la maggior parte degli uffici governativi è distribuita in località limitrofe, fino a Brescia). L'agenzia di stampa ufficiale si installa a Salò, da cui il nome non ufficiale di "Repubblica di Salò", a causa dell'intestazione dei comunicati radiostampa.
Il 14 novembre si tiene a Verona la prima assemblea nazionale del Partito Fascista Repubblicano, durante la quale viene redatto il Manifesto di Verona, ovvero il programma di governo del PFR. Mussolini (che ricopre la carica di "duce, capo del governo" della repubblica de facto, essendo tale carica prevista nel manifesto ma non essendo stata da lui assunta in forza di elezioni) annuncia che verrà rimandata al termine del conflitto la convocazione di un'assemblea costituzionale per la redazione della costituzione della RSI, della quale si era prefigurata la convocazione il 13 ottobre.
L'8 dicembre viene costituita con decreto la Guardia Nazionale Repubblicana ("GNR"), posta al comando di Renato Ricci. In essa confluiscono parte degli effettivi dei Reali Carabinieri (corpo che viene disciolto), della Polizia dell'Africa Italiana e della MSVN (mai ufficialmente disciolta sino a tale data). Inoltre alcune migliaia di reclute italiane sono inviate in Germania per essere addestrate e formare quattro divisioni (Divisione Alpina Monterosa, San Marco, Littorio e Italia).
Tra l'8 e il 10 gennaio 1944 si tiene il Processo di Verona, nel quale vengono giudicati i gerarchi "traditori" che si erano schierati contro Mussolini il 25 luglio 1943: tra questi, viene condannato a morte il genero del duce, Galeazzo Ciano. Non è noto se Mussolini non avesse voluto salvare la vita al marito di sua figlia (nonché dei suoi ex collaboratori) oppure se non avesse effettivamente potuto influire sui verdetti del tribunale giudicante, data la pesante ingerenza tedesca. È invece quasi certo che le istanze di grazia presentate dai condannati non furono inoltrate direttamente a Mussolini per volontà di Alessandro Pavolini, il quale da un lato voleva impedire un eventuale "cedimento sentimentale" del duce e il conseguente placet alla grazia, e dall'altro intendeva risparmiare al duce l'angoscia della scelta, per lui "obbligata".[110]
Il 21 aprile il duce si incontra con Hitler a Klessheim, e il 15 luglio si reca in Germania per ispezionare le quattro divisioni italiane che gli ufficiali tedeschi stanno addestrando. Il 20, giorno dell'attentato di von Stauffenberg rivede Hitler per l'ultima volta.
Il 16 dicembre, al Teatro Lirico di Milano,[111] pronuncia il suo primo ed ultimo discorso pubblico dalla costituzione della RSI. Parla delle "armi segrete" tedesche, di cui Hitler gli avrebbe dato prova, e della possibilità di mantenere "la valle del Po" con le unghie e coi denti. Inoltre afferma la volontà della RSI di procedere alla socializzazione dell'Italia.
Nell'aprile, sempre più isolato e impotente, dopo che il fronte della Linea Verde ha ceduto e le forze tedesche in Italia sono ormai in rotta, Mussolini si trasferisce a Milano. Il 25 aprile, ottiene un incontro con il cardinale Ildefonso Schuster, che sta tentando di mediare con il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) la resa delle forze fasciste, nella speranza di evitare ulteriori spargimenti di sangue. Tuttavia l'indecisione di Mussolini e l'intransigenza delle parti rendono impossibile qualsiasi accordo. I comandi delle SS tedesche (generale Wolff), poco prima dell'arrivo del duce, fanno sapere al cardinale di non aver più bisogno di lui, avendo essi nel frattempo stretto un patto separato con gli Alleati (all'oscuro di Hitler, ovviamente) e con uomini vicini al CLN.[112] Appresa da Schuster la notizia, Mussolini si sente tradito e definitivamente abbandonato anche dai tedeschi, e lascia precipitosamente l'arcivescovado.
Nonostante il parere contrario di parte del suo seguito, Mussolini decide quindi di lasciare Milano. I motivi della decisione non sono del tutto chiari (nei giorni precedenti si era parlato di un'ultima resistenza nel fantomatico "ridotto della Valtellina"). Vi è chi ritiene che fosse stato concordato un incontro segreto con emissari alleati provenienti dalla Svizzera, ai quali Mussolini si sarebbe dovuto consegnare portando con sé importanti documenti. Alcuni notano che se l'intento fosse stato solo quello della fuga, Mussolini avrebbe potuto utilizzare il trimotore SM79 pronto all'aeroporto di Bresso, alle porte di Milano, con il quale alcuni personaggi minori della RSI e parte della famiglia Petacci ripararono in Spagna il 26 aprile.[113]
Nel tardo pomeriggio del 25 aprile, la colonna di Mussolini parte dalla Prefettura alla volta di Como, per poi proseguire quasi subito verso Menaggio, incomprensibilmente lungo la sponda occidentale del lago anziché la più sicura sponda orientale, come proposto dal capo del Partito Fascista Repubblicano Alessandro Pavolini[114]. Mussolini trascorre l'ultima notte da uomo libero pernottando in un albergo del piccolo comune di Grandola, a pochi chilometri dal confine svizzero. Il giorno dopo Mussolini, insieme a pochi fedeli e a Claretta Petacci, che lo aveva frattanto raggiunto, ridiscende verso il lago. Sulla statale Regina si unisce ad una colonna della contraerea tedesca in ritirata e alla colonna di Pavolini, che arrivato a Como in mattinata aveva subito proseguito lungo il lago.
La colonna è fermata una prima volta a Musso, dove Mussolini viene convinto dal tenente SS Birzer, incaricato di custodirlo dal suo comando poco prima della partenza da Gargnano, a nascondersi su un camion della colonna tedesca indossando un cappotto da sottufficiale. Dopo pochi chilometri la colonna viene fermata nuovamente a Dongo da un piccolo gruppo di partigiani della 52a Brigata Garibaldi al comando del conte fiorentino Pier Luigi Bellini delle Stelle, di fede monarchica. Durante la perquisizione Mussolini è riconosciuto dal partigiano "Bill" (Urbano Lazzaro) e arrestato. Viene quindi trattenuto prima a Domaso, nella caserma della Guardia di Finanza, per poi essere trasferito nella notte fra il 27 e il 28 aprile in un casolare di Bonzanigo.
La morte di Mussolini [modifica]
Per approfondire, vedi la voce Morte di Mussolini.

« Qui Radio Milano liberata! »
(Comunicato di Radio Milano, che in seguito annuncerà la cattura e la successiva esecuzione di Benito Mussolini, Claretta Petacci e altri gerarchi fascisti.)



I corpi di Mussolini (secondo da sinistra) e di Petacci (riconoscibile dalla gonna) esposti a Piazzale Loreto. Il primo corpo a sinistra è di Zerbino. Gli ultimi a destra sono Pavolini e Starace.
La decisione di giustiziare Mussolini fu presa nell'arco di poche ore, in un contesto in cui era molto difficile poter comunicare con Roma e far riunire il Comitato di Liberazione Nazionale. I partigiani che avevano condotto l'operazione di cattura riuscirono ad informare con mezzi di fortuna (i telefoni di una società idroelettrica) il comando di Milano, che mandò subito un reparto di partigiani appena arrivati dall'Oltrepò Pavese ed alcuni emissari politici (Aldo Lampredi, Pietro Vergani e Walter Audisio). Il ruolo del CLN di Milano nell'esecuzione di Mussolini non è in ogni modo del tutto chiaro, e pare che alcuni membri dello stesso siano stati informati a cose fatte.
In quei giorni era stato comunque emesso un comunicato del CLN[115] nel quale si esprimeva la necessità di una rinascita sociale e politica dell'Italia, attuabile solo attraverso l'uccisione di Mussolini e la distruzione di ogni simbolo del partito fascista. Il documento era a firma di tutti i componenti del CLN (Partito comunista, il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, Democrazia del Lavoro, il Partito d'azione, la Democrazia cristiana, il Partito liberale italiano).
L'esecuzione avvenne il 28 aprile 1945; secondo la versione ufficiale (contestata da più parti, soprattutto per quanto riguarda gli autori e le modalità) Mussolini fu fucilato assieme a Claretta Petacci a Giulino di Mezzegra, in via XXV Maggio (di fronte a Villa Belmonte), nei pressi di Tremezzo (a 21 km da Dongo). I tempi e i modi dell'esecuzione furono dettati anche dalla volontà di evitare interferenze da parte degli alleati, che avrebbero preferito catturare Mussolini e processarlo davanti ad una corte internazionale.
Nel frattempo a Dongo, un altro gruppo del reparto di partigiani delle Brigate Garibaldi sopraggiunti dall'Oltrepò Pavese giustiziava i gerarchi del seguito di Mussolini, tra i quali il filologo Goffredo Coppola (allora rettore dell'università di Bologna), Alessandro Pavolini (segretario del PFR), Nicola Bombacci (che era stato uno dei fondatori del Partito Comunista d'Italia e aveva successivamente aderito alla RSI), il Ministro dell'economia Paolo Zerbino, il Ministro della cultura popolare Ferdinando Mezzasoma, e Marcello Petacci (fratello di Claretta) che si era unito alla colonna a Como.
I corpi di Mussolini e degli altri giustiziati furono poi trasportati a Milano e scaricati in piazzale Loreto, nello stesso luogo dove l'anno precedente erano stati fucilati e lasciati esposti al pubblico per un'intera giornata quindici partigiani (come rappresaglia per un attentato contro uno spaccio di generi alimentari gestito dai tedeschi).[116] La gente accorsa in piazza prese ad insultare i cadaveri, infierendo su di loro con sputi, calci ed altri oltraggi, accanendosi in particolare su Mussolini. Il servizio d'ordine, composto di pochi partigiani e vigili del fuoco, decise quindi di appendere i corpi a testa in giù alla pensilina di un distributore di benzina. Ai cadaveri si aggiunse poco dopo quello di Achille Starace (già segretario del PNF ma caduto in disgrazia e privo di cariche nella RSI) fermato poco distante mentre in tuta da ginnastica si accingeva ai suoi esercizi quotidiani e fucilato alla schiena dopo un processo sommario.[117][118] Passate alcune ore, su pressione delle autorità militari alleate preoccupate per la tutela dell'ordine pubblico, i corpi furono trasportati all'obitorio,[119] e sottoposti ad autopsia per conto delle autorità alleate da parte del dr. Mario Cattabeni.[120]
Sulla morte di Mussolini si sono prodotte nel tempo varie congetture e teorie che hanno messo in dubbio molti punti della versione dei fatti fornita dal Colonnello Valerio (Walter Audisio) - il comandante partigiano che ebbe l'incarico di eseguire la decisione del CLN - considerata da alcuni un resoconto inattendibile. Secondo una di queste ipotesi alternative, l'incarico sarebbe stato attuato dal partigiano Bruno Giovanni Lonati, insieme ad un agente segreto britannico che desiderava impossessarsi del misterioso carteggio che il duce aveva avuto con Churchill, compromettente per quest'ultimo. Si spiegherebbe così la presenza di Churchill sul lago di Como subito dopo la guerra. Secondo altre versioni, l'esecuzione avvenne ad opera di importanti dirigenti politici del CLN ai quali Walter Audisio avrebbe fornito la necessaria copertura.
L'uccisione di Mussolini e della Petacci, e la decisione di esporre i corpi al pubblico ludibrio, ricevettero successivamente numerose critiche anche da parte di esponenti della Resistenza antifascista.[121] Lo stesso Ferruccio Parri, capo del CLN, definì la vicenda "uno spettacolo da macelleria messicana" e Sandro Pertini dichiarò: «a Piazzale Loreto l'insurrezione si è disonorata». Ancora oggi alcuni interrogativi restano aperti, sulla legittimità dell'accaduto e sulle motivazioni che vi condussero. Non è possibile tuttavia esprimere una valutazione univoca e oggettiva, che non tenga conto delle circostanze e del contesto storico. Il solo dato di fatto che si può osservare è che in Italia non fu celebrato un processo giudiziario nei confronti dei gerarchi fascisti paragonabile a quello tenutosi a Norimberga contro il Nazismo. Un simile processo, pur con tutti i suoi limiti, sarebbe comunque potuto risultare espressione di un giudizio al di sopra delle parti.
Nell'aprile del 1946 la salma di Mussolini fu trafugata dal Cimitero di Musocco da un gruppo di fedeli definitisi "SAM-Squadre d'Azione Mussolini", capitanati da Domenico Leccisi, e portata a Madesimo, dove fu sepolta in un luogo sconosciuto. Dopo la restituzione alla famiglia, nel 1956, la salma fu traslata nella cappella di Predappio.[122]
La caduta di Mussolini e il timore del risorgere nell'immediato dopoguerra di tendenze neofasciste determinò l'introduzione del reato di Apologia del fascismo.
Pensiero politico [modifica]
« La libertà senza ordine e disciplina significa dissoluzione e catastrofe. »
(Da un discorso pronunciato nell'atrio del municipio di Torino da Mussolini, 24 ottobre 1923)
Nel 1932, presumibilmente insieme a Giovanni Gentile (o comunque sotto la sua influenza), Mussolini scrisse la voce fascismo per l'enciclopedia Treccani, in cui precisava la dottrina del suo partito.
Mussolini ammise che non vi fu un principio ispiratore preciso che portò alla nascita del movimento, che originò da un bisogno d'azione e fu azione. Proprio per questo motivo, durante tutto il ventennio, il Fascismo si caratterizzò per la coesistenza al suo interno d'istanze e correnti di pensiero minoritarie fortemente differenti e apparentemente poco conciliabili tra loro.
Emblematico, da questo punto di vista, è il programma di San Sepolcro, col quale il movimento dei Fasci di Combattimento si presentò alle elezioni del 1919. In esso erano espresse proposte fortemente progressiste, molte delle quali furono poi man mano abbandonate dal movimento entro l'ottobre 1922 (tra queste l'originale carattere antimonarchico e anticlericale del fascismo, che avrebbe pregiudicato ogni compromesso con la monarchia italiana e col clero), per essere poi riaffermate, anche se prevalentemente solo a livello propagandistico, dal Partito Fascista Repubblicano. Il fascismo sansepolcrista chiese la concessione del suffragio universale, una riforma elettorale in senso proporzionale, la riduzione dell'età di voto a 18 anni e dell'orario di lavoro a otto ore giornaliere, i salari minimi garantiti, la gestione statale (o meglio da parte di cooperative di lavoratori) dei servizi pubblici, la progressività della tassazione, la nazionalizzazione delle fabbriche d'armi, l'eliminazione della nomina regia del Senato e la convocazione di un'assemblea che permettesse ai cittadini di scegliere se l'Italia dovesse essere una monarchia o una repubblica.
Riprendendo quanto accennato sopra, la nota dominante del pensiero mussoliniano fu l'attivismo (questo fu uno dei principali motivi per i quali il fascismo esaltò l'intraprendenza e la vitalità della gioventù - facendo di "Giovinezza" il proprio inno - e l'idea di un uomo agonisticamente attivo e preparato): non conta ciò che si è fatto, ma ciò che vi è ancora da fare.
A tal proposito, le principali ambizioni del fascismo furono:
• la rifondazione dell'Impero romano, attraverso una politica aggressiva di potenza (la guerra è «positiva» perché «imprime un sigillo di nobiltà al popolo che l'affronta»), per mezzo della quale l'Italia avrebbe dovuto assurgere al ruolo di guida e modello per le altre nazioni a livello politico, economico e spirituale. A tal scopo si insistette sulla necessità di un esercito forte e ben strutturato (pur non riuscendo a raggiungere in tal senso un risultato concreto). Emblematica, sotto questo punto di vista, è la volontà mussoliniana, ampiamente propagandata,[123][124]
• di adempiere alla cosiddetta "vision dell'Alighieri" (richiamata anche in un verso di una delle versioni della Giovinezza fascista.[125]) Infatti, seppure in tutt'altro contesto storico, Dante Alighieri aveva affermato la necessità che il mondo fosse riunito in un unico impero (considerando legittimo solo un imperium romanorum) con un unico diritto (unum ius in unum imperium) al fine di assicurare a tutti i popoli quella pace e quella giustizia che avrebbero permesso ad essi di perseguire la salvezza delle loro anime (salus animarum), contribuendo a realizzare il regnum Dei in Terra. Queta tesi era stata da lui espressa principalmente nel De Monarchia, ma anche in altre opere, come nella Divina Commedia ed, in particolar modo, nel VI canto del paradiso.


Friedrich Nietzsche
• la creazione di un «italiano nuovo», eroico, dotato di senso di appartenenza alla nazione, in grado con la propria azione di forgiare la storia, inserito in uno Stato che ne riassume le aspirazioni. Ciò si sarebbe dovuto realizzare attraverso il completo superamento dell'individualismo e della connessa concezione individualista della libertà: l'individuo deve esplicare la propria libertà non in modo egoistico, in una prospettiva concorrenziale cogli altri soggetti, ma in modo ordinato e disciplinato, concependosi come parte di una collettività (la nazione italiana incarnata dallo stato fascista) indirizzata verso un fine comune e non divisa dall'odio classista (fu abbandonato il concetto socialista di «lotta di classe»). A tal fine, si affermò la necessità di rinsaldare il sentimento di appartenenza nazionale attraverso l'esaltazione dello spirito patriottico italiano e della storia italiana. In tale contesto ideologico, lo Stato venne hegelianamente concepito come etico,[126] ovvero fu inteso come fine e non come mezzo. Dunque, l'interesse dello stato prevale su quello dei singoli in nome del raggiungimento del bene comune ed esso ha una propria missione e consapevolezza: esaltare l'essenza nazionale. Il fascismo si doveva esaurire non nello Stato fascista, ma nello Stato di tutti gli italiani. Hegel comunque contribuì solo in parte alla sua formazione. L'unico filosofo che Mussolini studiò veramente fu Nietzsche, dal quale in gioventù fu ammaliato e dalla cui dottrina del superuomo egli trasse il senso da dare alla rivoluzione fascista.[127]
• l'unificazione di tutte le terre considerate "italiane" in un'unica nazione italiana, proponendo il movimento fascista come soluzione della questione dell'Irredentismo e della Vittoria mutilata (mediante l'annessione anche violenta delle terre irredente) e conseguentemente (essendo l'obiettivo originario del Risorgimento l'unificazione dei territori italiani in un unico stato) come il "coronamento del risorgimento".[128][129]
Emerge quindi come il fascismo si sia caratterizzato, nella sua concreta realizzazione storica, come un movimento autoritario, nazionalista e antidemocratico. Nel 1931 Mussolini esplicitò il proprio rifiuto della democrazia, definendo la disuguaglianza come «feconda e benefica» e in "Dottrina del Fascismo" scrisse che «regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano, mentre la vera effettiva sovranità sta in altre forze talora irresponsabili e segrete»[senza fonte].
Da ultimo, è importante sottolineare come il fascismo fu sempre considerato dai suoi aderenti un movimento rivoluzionario, trasgressivo e ribelle (emblematico in tal senso il motto «me ne frego») in radicale contrasto col liberalismo dell'Italia pre-fascista. Pur avendo all'inizio tutelato gli interessi della borghesia industriale, Mussolini respinse ogni ipotesi di collusione con essa.
La famiglia [modifica]
Mussolini aveva due fratelli minori: Arnaldo ed Edvige.
Fu legato e forse sposato con Ida Dalser da cui ebbe Benito Albino. Da Ida ebbe sostegno economico all'inizio della sua carriera. Ida e Benito Albino non accettarono mai di essere messi da parte e furono internati in manicomio benché sani con l'aiuto di medici servili e vi morirono di stenti.[130][131][132]
Nel 1915, con rito civile, sposò Rachele Guidi, figlia della nuova compagna di suo padre. Mussolini e Rachele si unirono successivamente con rito cattolico il 28 dicembre 1925.
Rachele e Benito Mussolini ebbero cinque figli: Edda (1910-1995), sposatasi con Galeazzo Ciano il 24 aprile 1930; Vittorio (1916-1997); Bruno (1918-1941), morto il 7 agosto 1941 in un incidente aereo; Romano (1927-2006), noto pianista jazz; e Anna Maria (1929-1968).
Le amanti [modifica]
Mussolini ebbe molte amanti, almeno 15[133], le più note sono Margherita Sarfatti, scrittrice e intellettuale che nel 1925 pubblicò in Inghilterra una famosa biografia di Mussolini,[134] e Claretta Petacci, che volle condividere con lui la sorte durante gli ultimi giorni della Repubblica Sociale e che venne con lui fucilata.
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#Posté le jeudi 11 juin 2009 14:04

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